L’aspra dignità

mani

Diamoci la mano compagni.

….

Avanzando nella notte velata

Da luma d’orror offuscata

arriviamo alla sagoma nera

Intravisa tra schiuma franta

aspetta a vista consunta

di stivar l’agognate libertà

Diamoci la mano compagni

Reticolando muti e felini

Stringendo i nostri fagotti

di vita radunata in fretta

zompiamo sulla carretta

straboccante di storia maledetta

Filieremo da realtà bislacca

Madri sventrate da guerriglia

Sudori martellati da ferraglia

Lamenti torcigliati d’una terra

Diamoci la mano compagni

uniti eviteremo di cadere

nella fossa nera nera

scavata dal business neguziero

Sparire in groppa al destriero

Che acquattato aspetta goloso

D’azzannar la nostra carcassa

Ingozzarsi di carne fresca

Diamoci la mano compagni

Formiamo una catena

Una catena c’arrivi alla cresta

D’un lembo di terra foresta

che aspetta e non rigetta

Vomitando nel regno di Nettuno

Uno spiedo di carne secca

Diamoci la mano compagni

Sfidando la furia della natura

Intrecciamo un nastro spinato

Lungo quanto il creato

Un nastro di gente avvezza

A ramazza e cavezza

Decisa a porre fine a tedio vessato

infraterno caduco radicato

Diamoci la mano compagni

Armati di coraggio e sudore

Con i nostri cartocci millenari

Urtichiamo la verità negletta

duellando con l’ira maledetta

che prima spella e poi rifocilla

in un lembo di terra foresta

Incasseremo l’aspra dignità

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SAN GIOVANNI BATTISTA:RITI E TRADIZIONI DI IERI E OGGI

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Si dice che il solstizio d’Estate rende  tutto  possibile. ma  solo San Giovanni Battista tutto rinnova, purifica e conferma. 

In tempi lontani i solstizi erano le porte per accedere a dimensioni ultraterrene e a loro guardia era posto Giano bifronte, colui che contemporaneamente vede nell’una e nell’altra dimensione passato e futuro. Nel corso del tempo, la tradizione pagana mescolandosi a quella cristiana, pur conservando l’antico valore di custodia delle porte- fra i due mondi, terreno e ultraterreno, ha sostituito Giano con i due Giovanni: il Battista nel solstizio estivo e l’Evangelista in quello invernale per cui le porte solstiziali di lithia, sole alla massima potenza, si aprono il 24 giugno, giorno della nascita liturgica di san Giovanni battista. Non a caso però. Secondo un’antica credenza molto radicata, anche nei paesi anglosassoni e celtici, è il giorno in cui il sole si sposa con la luna, ossia il fuoco con l’acqua, e nelle antiche celebrazioni di S. Giovanni il fuoco e l’acqua, falò e rugiada, sono i simboli più acclarati. L‘acqua che non bagna, la famosa guazza o rugiada, perché purifica ed eleva dona sapienza e fortuna, ai saggi potere materiale e spirituale; il fuoco perché non brucia i raccolti, ma riscalda, rinvigorisce, illumina le tenebre, incenerisce le negatività, dona abbondanza futura purificando la terra attraverso i tanti falò accesi nelle campagne che eliminano le scorie dannose del passato recente. Nella antichità i riti d’inizio estate erano considerati un momento di pienezza di vita, di rinnovamento delle energie, di tempo per liberarsi da paure, tristezze e dolori della vita. Con San Giovanni Battista il solstizio d’estate invece è tempo di purificazione e di rinnovamento del sé, cioè un rinnovato impegno a Dio e a noi stessi. In realtà sacro e profano si fondono e si confondono nelle tante credenze, ritualità, magie e superstizioni fiorite intorno al santo e al passaggio del sole dalla crescita alla decrescita, in tutto il mondo. Per i più il 24 giugno, da mezzanotte a mezzanotte è un giorno in cui tutto è possibile, l‘inverosimile può farsi realtà concreta e il verosimile può addivenire astrazione pura, come per esempio la leggenda che se si va in un bosco ricco di felci si può avere l’esclusivo piacere di veder sbocciare, su una felce maschio, un bianchissimo fiore che schiudendosi inonda di una luce purissima capace di fugare ogni sorta di male e stregoneria e donare ricchezza fortuna. O quella dei serpenti che si riuniscono e si trasformano in una grande palla sibilante e contorcente chiunque riesce a prenderla ottiene poteri magici. Tante le tradizioni e i riti in uso legati alle celebrazioni popolari in onore di  san Giovanni e al solstizio che rappresenta il Sole in tutta la sua gloria, passione e assicurazione del successo del raccolto. Per maghi e stregoni di ogni tempo la notte che precede la festa, ieri del sole oggi di san Giovanni, è considerata magica per eccellenza con tantissime storie di streghe, sabba orgiastici, riti a sfondo più o meno demoniaci e truculenti. Inoltre, porta con molti rituali legati alle fate che hanno influenzato popoli e tradizioni ma anche la letteratura, basta pensare a Shakespeare e al suo ” Sogno di una notte di Mezz’estate”.

Di seguito una breve panoramica di riti e usi più popolari legati al sole e al Santo :

- i falò la cui accensione serve a dare luce allo spirito depresso,saltandoli si ha fortuna, danzandovi intorno si allontanano gli spiriti malvagi; il “bagno” conla guazza come atto di purificazione e rinnovamento che richiama il battesimo hanno il posto d’onore.

-raccogliere fiori e erbe per ottenere l’ acqua profumata di san Giovanni che leviga e toglie impurità ma che in Spagna e altre parti le giovani donne sperano di divinare e scoprire il futuro amore.

- decorare con foglie di betulla, finocchietto selvatico, iperico e lillà bianco le porte delle case per proteggere da malattie .

- Cogliere le noci immature, sia per fare il nocino, il nocello, e il liquore detto schiara cervello”, sia come simbolo: da tenere in casa per rafforzare la fede in quanto la forma ovale del mallo indica spiritualità, e sia per richiamare il valore dell’uovo filosofico in cui si maturerà la pietra.

-Legare a mazzetto 5 erbe: rose, iperico, verbena, ruta e trifoglio, per rinnovare e saldare i vincoli d’amore.

-cogliere le “erbe” tra le tante usanze forse è la più popolare, in quanto le erbe e i fiori erano e sono il simbolo del potere guaritore del Sole che, a Litha, raggiunge il suo apice e comincia la seconda parte della sua iperbole ovvero la discesa. Cogliere le erbe significa anche “raccogliere la Luce e conservarla per affrontare l’oscurità che si appresta a tornare. Ma quali sono le “erbe” e come vanno raccolte? Per le quali non c’è limite, ovviamente quelle che hanno potere curativo per gli erboristi, magico per quelli che credono nei poteri soprannaturali. Nella cultura contadina e popolare la raccolta delle erbe,  seppure la scelta  varia da territorio a territorio, è la preferita. Per il come invece tradizionalmente la raccolta è importante e va fatta con abiti, utensili e gesti precisi. Tanto per dire: le erbe vanno colte con la mano sinistra,anche se nel canto scozzese per la Raccolta Sacra tratto dai Carmina Gadelica, con il quale i Druidi accompagnavano il rito, le indicazioni sono differenti, ovvero raccoglierle con la destra e riporle per conservarle con la sinistra. I contenitori, sia durante la raccolta, sia nell’essiccazione e conservazione, assolutamente non metallici, vimini e terracotta sono i preferibili, ma vanno bene anche sporte di tessuto. Mai recidere le erbe e i fiori con forbici o mezzi simili ma con le mani o un coltello di legno. Al momento della raccolta indossare una tunica,o un abito largo, in cotone o fibre naturali in colori chiari, meglio se bianca verde o arancio. Per precisare,la raccolta era ed è sacra, in quanto per i credenti rappresenta un momento di grande comunione con Dio e per i laici erboristi esperti un grande connubio tra la natura e l’uomo quindi foglie o pezzetti delle erbe, non vanno mai lasciati a terra ma raccolti e posti in un sacchetto di stoffa. Tra l’altro a detta di alcuni il sacchetto acquisterà un grande potere magico-divinatorio e se posto sotto il cuscino rivela in sogno avvenimenti terreni e ultraterreni – anche nella cultura celtica, la «messe magica» costituiva il riflesso di quanto avveniva nel macrocosmo, sul piano spirituale e quanto sarebbe avvenuto nel microcosmo sul piano materiale.

Ma chi era san Giovanni Battista?

Giovanni Battista, il battezzatore, è una delle personalità più importanti del cristianesimo in quanto la sua vita già dal grembo materno si intreccia con quella di Gesù. A iniziare dalla sua venuta annunciata dall’arcangelo Gabriele, lo stesso angelo che sei mesi dopo annunciò quella di Gesù alla vergine Maria, per proseguire con Giovanni che fu il primo a dichiarare, più volte, di riconoscere Gesù come il Messia annunciato e, nel giorno del suo battesimo nelle acque del giordano, lo additò, ai suoi seguaci, come “l’agnello di dio che toglie i peccati del mondo” sottolineando il proprio rapporto di dipendenza affermando: “Egli deve crescere e io invece diminuire “lIlum oportet crescere, me autem minui” -vang. di giov.-In base alle narrazioni evangeliche Giovanni, figlio di Zaccaria e Elisabetta cugina di Maria, fu generato eccezionalmente quando i genitori erano in tarda età. Definito nei vangeli “voce di uno che grida nel deserto” vox clamantic in deserto, Giovanni -secondo Marco – vestito di pelle di cammello e cibandosi di locuste e miele selvatico, conduceva una vita di penitenza e preghiera nel deserto. Proprio nel deserto sembra abbia avuto contatti con gli esseni, comunità monastiche giudee che vivevano nel deserto aspettando il messia, che praticavano già il battesimo, ossia l’immersione in acqua come rito di purificazione. Mentre per alcuni vangeli apocrifi, fu in seguito alla morte della madre che si sarebbe recato nel deserto dove fu istruito dagli angeli e uomini sapienti alla futura missione di conversione attraverso il battesimo. Imprigionato per aver condannato pubblicamente la condotta scandalosa di Erode Antipa, fu decapitato intorno al 35 d. C. per compiacere Salomè, figlia di sua cognata e amante. Per aver conosciuto direttamente Gesù e per averne annunciato la messianicità divina Giovanni è ricordato come “il più grande dei profeti”. Venerato da tutte le Chiese cristiane e non solo, insieme a Gesù è presente anche nel corano come un dei massimi profeti che precedettero Maometto. Da Agostinone dà notizia già nel IV secolo, sappiamo che la celebrazione della nascita di Giovanni al 24 giugno nel cattolicesimo è antichissima, e i riti celebrativi erano considerati un momento di pienezza di vita, tra l’altro insieme alla vergine Maria è l’unico santo di cui si celebra oltre la nascita terrena anche il dies natalis, ossia la morte come nascita alla vita eterna.

Tante le iconografie rappresentative di Giovanni Battista, per inciso è il santo più raffigurato nell’arte di tutti i secoli e ciò testimonia il grande interesse che in tutte le epoche ha suscitato.

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buona serata  di fede divina  e luce terrena

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l’immagine :San Giovanni del Caravaggio

Lettera di un soldato

 

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Oggi ricorre il centenario - 1915-2015 - dell’entrata in guerra dell’Italia. Per quante parole  potrei trovare, per descrivere gli orrori, il biasimo e le sofferenze umane che portò con se quella guerra, nessuna suonerebbe veritiera, tutte assomiglierebbero a un assemblaggio retorico, un po’ perché non l’ho vissuta sulla mia pelle, un po’ per il tempo che nel suo trascorrere inesorabile inghiotte anche i ricordi più scolpiti tramandati da chi c’era. Inoltre, mai potrei con le parole mie dare il senso giusto alle emozioni e ai travagli intimi di quei uomini -soldati di trincea, più o meno coraggiosi e più o meno arditi e consapevoli del perché erano lì ma comunque combattevano fino all’estremo limite. Credo, anzi sono certa che la sottostante lettera, allora censurata e riportata come fu vergata dallo sconosciuto soldato, non solo onorerà la memoria di chi mai rivide il sole nascere da quelle trincee della 1 guerra mondiale, ma illuminerà menti e cuori a vedere ognuno di quei ragazzi, uomini, alpini combattenti oltre ogni oratoria prolissa celebrativa.

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lettera di soldato dal cognome ignoto del 10 gennaio 1916 da Zona di Guerra a Sassuolo di Modena. Censurata.

Stimatissimo signore

Mi affretto a scriverci questa mia la quale gli darrò spiegazione della mia vita. Ora senta la civiltà della nostra bella Italia gli dirò che noi stiamo trattati come cani, ed in servizio siamo in tutte lore. Quando ripenzo mi si speza il quore, trovandomi nei pianti e nei dolori, gli dirò che fra gli morti, cioè i nostri frattelli, passeggiamo come passeggiare sopra gli sassi in un fiume, questa è la civiltà della nostra Italia. Gli dirò che qua siamo in mezzo nei disagi ed alle passioni ripensando alle famiglie nostre care. Qua riposiamo come le belve alla foresta e del mangiare sidanno poco e niente, qua si troviamo privi di ogni sorte e sofrire siamo noi già stanchi. Dunque mio buon signore, ora gli debbo tralaziare di farmi la mia pace desisederata perché mi chiamo e ecco in servizio bisogna ritornare. Qui ammalati non ne conoscono per niente, ammalati è come sani, sempre in servisio, siamo sensa mai avere una piccola oretta di libertà qua tutto e nero e sangue che se lui vedesse la nostra vita come e trattata, non la può giudicare altro chi non la provata. Dover pensare alle famiglie cari che si sta bene, bisogna piangere come i bambini alla sua madre, penzare che qua cia laziato la pelle tanti padri di famiglia lasiando le sue molie e figlie nel dolore, lasio giudire a lui che cosa daranno mancando chigli mantiene il pane. Ora gli dirò che io mi trovo al fronte di cordilana, dove a macello della carne Umana. Quante  famiglie fra i dolori e pianti, Morto che gli sarà il suo caro guerreggiante povere spose e figli tutti quanti. Noi stiamo giornalmente tribulanti, li chi perderà il marito e gli amanti, brutte giornate noi stiamo qui passando, Nel mezzo amaro pianto e le passioni con tanto furore e poi tribolazione. Solo di me spiegato una piccola passione che soltanto e simile di questa vita infame. Firmandomi rispettoso. Saluti ed addio perché di qui non si salva baciandomi tutti i miei cari.

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mai dimenticare che la strada della libertà va percorsa ogni giorno con gli occhi aperti  impedisce, forse, simili orrori

Bydif

 le foto le ho scaricate dal web

RITA: SANTA DELL’AMORE E DEL PERDONO

 

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Nella cultura popolare, Maggio è il mese delle rose e dell’amore. Dedicato alla vergine Maria, tintinni di rosari e profumi inconfondibili lo rendono speciale, un vero toccasana per rincuorare lo spirito smarrito dai grigiori invernali e ridare, con fede e speranza, slancio energico alla vita quotidiana. Ma Maggio è anche il mese di Rita, santa dell’amore e del perdono, a me cara, invocata e venerata in moltissime parti del mondo per le sue qualità taumaturgiche e le indiscutibili doti di avvocata paciera delle cause ultradifficili dell’uman andare. Tant’è che popolarmente è detta la “santa degli impossibili”. Devozionalmente si ritiene che fin dal giorno della sua morte Rita si è schierata dalla parte dei più bisognosi, realizzando per loro quei miracoli prodigiosconsiderati dalla logica comune irrealizzabili. SANTA RITA conosciuta, sulla base di racconti, anche come:Santa della Rosa” – Ancora oggi si dice che ogni qualvolta Rita interceda per un miracolo il suo corpo, conservato all’interno della basilica emana un intenso profumo di rose e le rose benedette ogni 22 maggio, per la sua festa, oltre che essere fonte di protezione per la famiglia, conservano tutta la fragranza di una rosa fresca. – “Santa della Spina” - Unica santa nella storia cristiana a ricevere in fronte la stigma spina che le produsse una profonda piaga purulenta e fetida che la costrinse alla segregazione. – “Santa delle Api”-Si racconta che già a 5 giorni operò il suo primo miracolo, conosciuto come delle Api Bianche guarendo un contadino, feritosi gravemente con la falce a una mano. Questi, passandole vicino, per andare a medicarsi, nel vedere delle api che ronzavano sul suo volto cercò di scacciarle proprio con la mano ferita che guarì immediatamente. Mentre il giorno della morte venne avvistato uno sciame di api nere, dette murarieche ancora oggi hanno dei nidi nel convento.- Api, rose e spina sono infatti gli attributi iconografici che contraddistinguono la santa, una santa che dopo san Francesco e sant’Antonio sia per la quantità di miracoli attribuitole, sia per la sua storia umana è la santa più amata. In molti paesi è venerata anche come santa della misericordia e del soccorso per il racconto della donna di Spoleto che fuggita per maltrattamenti dal marito, derubata e aggredita curò, rivestì, e tranquillizzò assicurandole che tornata dal marito questi convertito non avrebbe più abusato di lei con violenze e ingiustizie, inoltre per essere stimata come migliore avvocata e confidente delle donne in difficoltà.

Rita, ovvero Margherita Lotti, nacque  a Roccaporena, una frazione dell’umbro comune di Cascia, in provincia di Perugia, presumibilmente nel 1381, da Antonio Lotti ed Amata Ferri, due anziani benestanti “pacieri di Cristo”, per meglio dire conciliatori nelle lotte tra guelfi e ghibellini, oggi si direbbe che svolgevano il ruolo di “mediatori civili”. Non è facile tracciare un profilo storico di santa Rita. Ci sono molti punti oscuri, e spesso le notizie di una certa attendibilità si mescolano alle leggende, che si formarono durante i secoli in diverse stratificazioni. Margherita, chiamata da tutti Rita, amatissima dai genitori crebbe nella campagna umbra in serenità e bellezza. Da ragazza mite, umile, ubbidiente e ben educata anche nel leggere e scrivere), fin da giovanissima si appassionò alla famiglia Agostiniana, San GiovanniSant’Agostino e San Nicola da Tolentino, tanto da voler prendere i voti e da  frequentare assiduamente il monastero Santa Maria Maddalena di Cascia e la chiesa di San Giovanni Battista. Ma come usanza dell’epoca, i genitori, a 13 anni la promisero sposa a Paolo di Ferdinando, della potente famiglia Mancini, uomo piuttosto irruente, dal carattere violento.  3 anni dopo sposò. Dal matrimonio nacquero  Giangiacomo Antonio e Paolo Maria. Dopo 18 anni lunione, piuttosto burrascosa per le differenze caratteriali e spirituali, proprio nel momento, che dopo tante sofferenze, preghiere e sopportazioni di Rita, con la conversione di Paolo a una vita di pace e fede, aveva trovato la serenità venne brutalmente interrotta con l’assassinio di Paolo da parte di ex compagni di odi, vendette, scontri e violenze partitiche. Come ovvio la famiglia Mancini voleva vendetta, ma Rita no. Invocando il perdono non rivelò i nomi degli assassini, e supplicò i figli di onorare la memoria del padre con l’onore dell’onestà e non con la spirale del sangue. Invano fu il suo supplicare e come voce popolare riporta, quando comprese che i suoi 2 figli seguivano l’odio chiese a Dio di interrompere i loro scopi sanguinari. Da lì a poco i due fratelli si ammalarono e morirono. A 36 anni distrutta dal dolore e rimasta sola, Rita chiese di entrare nel Monastero Agostiniano Santa Maria Maddalena di Cascia che già da giovanissima agognava per dedicarsi alla vita claustrale. Ma, per la sua condizione civile e perché nel monastero c’era una suora parente della famiglia Mancini, offesa per la reticenza di Rita a rivelare i colpevoli, per ben 3 volte venne rifiutata. Da qui, secondo la leggenda, i suoi 3 santi protettori Sant’Agostino, San Giovanni Battista e San Nicola da Tolentino la portarono, dallo scoglio di Roccaporena dove Rita si recava per pregare, direttamente dentro al Coro del monastero imponendo alle suore incredule la sua accoglienza. In realtà sembra che dopo aver pacificato le due famiglie duellanti Rita nel 1407 ottenne di entrare nel Monasterodove vi rimarrà, alternando la preghiera e la contemplazione a visite a malati e lebbrosi, e cercando spesso di pacificare le fazioni che si combattevano nella cittadina umbra, in dedizione totale a Gesù per 40 anni. Umile e obbediente alle regole Rita mai scansò fatiche o prove vessatorie tuttavia il cuore della sua giornata claustrale era intensa meditazione della Passione di Cristo. Tanto che un giorno del 1432, mentre era in estasi davanti al Crocefisso, una spina si staccò dalla corona del Cristo e si conficcò nella sua fronte. L’immedesimazione alla Croce di Cristo di Rita era totale, e in croce, a eccezione di un suo trasferimento a Roma per la canonizzazione di san Nicola da Tolentino in cui la ferita si rimarginò per riapparire al suo ritorno a Cascia, visse gli ultimi 15 anni di vita. Si narra che prima di morire la santa abbia compiuto almeno 5 prodigi tra cui quello della vite morta che fruttificò e ancora oggi è presente all’interno del monastero, e quello della rosa fiorita in pieno inverno sotto la neve e due fichi maturi chiesti e trovati dalla cugina nell‘orto della casa paterna e interpretati come la salvezza ed il candore dell’anima di suo marito e dei suoi figli. La rosa piccola e rossa è il simbolo per eccellenza, di questa esile ed umile donna riuscita a fiorire nonostante le spine che la vita le aveva riservato, donando il buon profumo di Cristo e sciogliendo il gelido inverno di tanti cuori. Il primo miracolo da defunta fu invece quello del falegname, Cicco Barbari, da poco diventato invalido alle mani, non potendo più lavorare, vedendo la salma di Rita, disse:“Oh, se non fossi ‘struppiato’, la farei io questa cassa!”. Inspiegabilmente il falegname guarì immediatamente, e le suore lo incaricarono della costruzione dellumile cassa. Tante le leggende, i racconti, le meraviglie prodigiose fiorite intorno alla santa come quella dello scampanio improvviso e spontaneo di tutte le campane del circondario al momento della sua morte sopraggiunta a 76 anni nella notte del 22 Maggio, più o meno, intorno al 1457La venerazione di Rita iniziò subito dopo la morte,e fu caratterizzata dall’alto numero e qualità degli eventi prodigiosi, dovuti alla sua intercessione. Tuttavia fu proclamata beata 180 anni dopo la sua morte, nel 1627 sotto il pontificato di Urbano VII, e venne canonizzata da Leone XIII durante il Giubileo del 1900. Nel firmamento dei santi e delle sante della Chiesa, Rita è certamente una stella di prima grandezza. Vissuta ben sei secoli fa, ancora oggi ricordata, invocata, pregata nei casi più disperati da migliaia di devoti non solo in Italia ma in varie parti del mondo. “Ma quale è il messaggio che questa santa ci lascia?” Si chiese, nel primo centenario della canonizzazione, durante il Giubileo del 2000 davanti ad una grande folla di devoti della santa in Piazza San Pietro Giovanni Paolo II. Disse “È un messaggio che emerge dalla sua vita: umiltà e obbedienza sono state la via sulla quale Rita ha camminato verso un’assimilazione sempre più perfetta al Crocefisso. La stigmate che brilla sulla sua fronte è l’autenticazione della sua maturità cristiana. Sulla Croce con Gesù, ella si è in un certo senso laureata in quell’amore, che aveva già conosciuto ed espresso in modo eroico tra le mura di casa e nella partecipazione alle vicende della sua città” cioè cercando di portare pace fra le varie fazioni contrapposte e in lotta fra loro” Sebbene il tempo logora tutto non ha logorato il ricordo di questa santa italiana. Oggi come ieri, Rita è viva ed è soprattutto il segno d’amore che nelle crisi della vita può dare coraggio e forza per ricominciare, l’esempio per ciascuno della sollecitudine al perdono pacificante e al rigetto incondizionato della violenza sanguinaria che non porta mai nessuno a nulla di proficuo. Per la gente comune Rita è la santa capace di capire e interpretare le loro necessità, la ama e l’invoca perché la sente simile e vicina in ogni difficoltà estrema dell’esistenza. Come Giovanni Paolo II disse ancora: “La santa di Cascia appartiene alla grande schiera delle donne cristiane che «hanno avuto significativa incidenza sulla vita della Chiesa, come anche su quella della società». Rita ha bene interpretato il «genio femminile»: l’ha vissuto intensamente sia nella maternità fisica che in quella spirituale”. Forse la migliore definizione della santità di Rita da Cascia la troviamo nella iscrizione che è stata posta sull’urna contenente i suoi resti mortali: “Tucta allui se diete”. “Si diede tutta a Lui” cioè a Cristo, anche nel momento della crocifissione, che è la cosa più difficile. 

bydif

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70 anni di LIBERTÀ’

25 aprile

Fiumi di parole sono state dette, scritte, rievocate, da noti e meno noti, pro e contro la resistenza, in questi 70 anni, perciò non starò ad aggiungerne altre. Ciò che invece mi sembra opportuno e doveroso è avere MEMORIA. Quella MEMORIA che con tanto amore mi è stata inculcata e con tanta accuratezza morale tramandata, per evitare che figli, nipoti e pronipoti commettano gli stessi errori di padri, nonni, trisavoli. Oggi, in cui tutto va veloce, tutto si consuma e tutto si disperde in una frazione di secondo, tutto è globalizzato e tutto è socialsovraesposto, la MEMORIA può sembrare superflua ma non è così. No, non lo è e non può esserlo se MEMORIA È LIBERTÀ. Perché la memoria-libertà è un bene che non piove dal cielo, non è un self  e non si acquista con un clic sul PC. La libertà è come una nuvola bianca, come il vento, come il mare, come una melodia, come un sorriso, come l’amore, come il respiro, come il pensiero, come la poesia, come la perfezione, come la luce, come un fiore profumato sbocciato su una pietra che trovi, ammiri, annusi, vivi la sua bellezza se cammini veloce e non perdi mai di vista il sentiero maestro. Se lo perdi ti perdi e in un baleno potresti perdere la vita. Avere MEMORIA è importante nella vita di tutti i giorni, non se ne può fare a meno, se si perde, si perde l’autonomia, l’indipendenza, la libertà di scegliere e di agire, si è in balia degli altri, per questo si cerca di conservarla e preservarla con ogni mezzo. Ma se è indispensabile avere memoria per rimanere efficienti, e continuare la propria esistenza, ancor più indispensabile è avere MEMORIA-LIBERTÀ. Chi la sotterra, la ignora, o per incoscienza  la  butta nei rifiuti non sa che si sbarazza di un eredità preziosa di vite, lacrime, sangue, coraggio, stoicismo, sofferenza, umanità, paure, sospiri, fede, ideali, soprattutto significa che getta irreversibilmente la speranza. Quella speranza libera capace di salvare vite, futuri, sogni di uomini, donne, bambini in ogni parte del mondo. 70 anni di libertà sono un eredità inestimabile. Qualcuno ha scritto che “ la libertà è il virus più contagioso che l’umanità abbia mai conosciuto” Non conviene giocarsela con un antibiotico!

 tulipani

buon  anniversario 

by dif

 

 

DIVINA MISERICORDIA

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La festa della Divina Misericordia,legata indissolubilmente al carisma di Santa Faustina Kowalska, che ne fu l’apostola, e San Giovanni Paolo II, che la introdusse, è la più importante di tutte le forme di devozione alla Divina Misericordia.Secondo i diari di Suor Faustina fu Gesù stesso a esprimere il desiderio di istituire questa festa in ragione di : “Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione.. Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre”. Per la prima volta Gesù ne parlò nel 1931, durante una apparizione. “Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia”Successivamente, lo chiese ancora in altre apparizioni, ben 14 secondo dati storici, definendo con precisione il giorno della festa nel calendario liturgico della Chiesa, la causa e lo scopo della sua istituzione, il modo di prepararla e di celebrarla come pure le grazie ad essa legate. “che il quadro della Misericordia sia quel giorno solennemente benedetto e pubblicamente, cioè liturgicamente, venerato; che i sacerdoti parlino alle anime di questa grande e insondabile misericordia Divina e in tal modo risveglino nei fedeli la fiducia”. “in quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto” La scelta della prima domenica dopo Pasqua non fu casuale. Come già notò Suor Faustina, ha un suo profondo senso teologico, indica lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia: “Ora vedo che l’opera della Redenzione è collegata con l’opera della Misericordia richiesta dal Signore” scrisse. Questo legame è ulteriormente sottolineato dalla novena preparatoria che deve iniziare il Venerdì Santo. Tale preparazione alla festa consiste nella recita di una particolare forma di rosario-preghiera. Quando Gesù trasmise alla santa polacca la sua volontà su come doveva essere figurativamente la misericordia, 1935, chiese, sempre secondo quanto riportato nel diario, di recitare la preghiera, oggi detta Coroncina alla Divina Misericordia, e particolari grazie sarebbero state concesse a chi l’avrebbe recitata con speranza e fiducia davanti alla immagine .“La mia misericordia avvolgerà in vita e specialmente nell’ora della morte le anime che reciteranno questa coroncina” Come si può notare nella rappresentazione iconografica della Divina Misericordia, eseguita in base alle visioni di suor Faustina, Gesù, vestito con una tunica bianca contornata da luce, su sfondo blu, ha la mano destra alzata e due raggi, avvolgenti, che escono dal cuore, uno bianco e uno rosso, rappresentanti rispettivamente l’acqua ed il sangue e, in basso, la frase “Jezu, ufam tobie” ovvero “Gesù, confido in te” L’immagine, si racconta,, dipinta per la prima volta a Vlnius in Lituania dall’artista Eugenius Zkazimirowski dopo che don Michele Sopockogli, vicino di casa nonché direttore spirituale di suor Faustina, aveva parzialmente aderito alla missione che suor Faustina aveva ricevuto dal Signore,al pittore richiese circa sei mesi di lavoro in quanto Suor Faustina, sempre presente, era particolarmente esigente e domandava continuamente correzioni o aggiunte di dettagli, per ottenere un’immagine fedele alla visione. La novena della coroncina, desiderata da Gesù e di cui egli ha specificato che a chi la reciterà “ elargirà grazie di ogni genere” in breve consiste:dopo il segno di croce-  recita un Padre, un Ave e il Credo nella versione del simbolo degli apostoli. Poi, sui cinque grani maggiori del rosario si dice: “Eterno Padre, io Ti offro il Corpo e il Sangue, l’Anima e la Divinità del Tuo dilettissimo Figlio e Signore Nostro, Gesù Cristo, in espiazione dei miei peccati e di quelli del mondo intero. Sui cinquanta grani minori si dice: “Per la Tua dolorosa Passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero”. Al termine si dice per tre volte: “Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi e del mondo intero. La preghiera termina con la seguente invocazione: “O Sangue ed Acqua che scaturisti dal Cuore di Gesù come sorgente di misericordia per noi, confido in te!”; ed infine nuovamente il segno croceMa Gesù nelle sue richieste alla devozione non ha limitato la sua generosità ha detto: Per la recita di questa coroncina Mi piace concedere tutto ciò che Mi chiederanno”. Gesù nel giorno della divina misericordia regala agli uomini non solo le grazie salvificanti, “riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia misericordia” ma anche benefici terreni, sia alle singole persone sia ad intere comunità. Infatti tutte le grazie e benefici sono in questo giorno accessibili a tutti, a patto che siano chieste con grande fiducia. Dal diario di suor Faustina si sa che fu la prima a celebrare il culto della Divina Misericordia nella prima domenica dopo Pasqua e nel santuario di Cracovia – Lagiewniki è presente dal 1944 con una tale partecipazione alle funzioni che la Congregazione ha ottenuto nel 1951 l’indulgenza plenaria. Si deve però al Sommo Pontefice Giovanni Paolo II l’istituzione del culto in quanto ha benignamente disposto che nel Messale Romano innanzi al titolo della II Domenica di Pasqua sia aggiunta la dizione “o della Divina Misericordia”, prescrivendo anche che, per quanto concerne la celebrazione liturgica della stessa Domenica, siano da adoperare sempre i testi che per quel giorno si trovano nello stesso Messale e nella Liturgia delle Ore di Rito Romano. Invece, come ormai noto e ufficializzato nella  ”bolla papale”, l’attuale papa Francesco 1° in continuità col pensiero della mistica e di San Giovanni Paolo 2° ha indetto l’anno santo della Misericordia che inizierà l’8 dicembre prossimo, giorno dell’Immacolata. Considerati i numerosi avvenimenti che assillano l’umanità direi che anche la scelta di papa Bergoglio non è casuale. 

Con un saluto speciale buona serata a tutti

dif

suor faustina

Pietà e tenerezza è il Signore, il quale per il grande amore con il quale ci ha amati, ci ha donato con indicibile bontà il suo unico Figlio, nostro Redentore, affinché attraverso la sua morte e risurrezione aprisse al genere umano le porte della vita eterna, e affinché, accogliendo la sua misericordia dentro il suo tempio, i figli dell’adozione esaltassero la sua gloria fino ai confini della terra”

Dove abiti

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Sono anni che cammino per trovarti.

Dove abiti?

Non riesco a trovarti.

Dimmi dove sei

e verrò a cercarti.

Fossanche in cima al vulcano

o nel mare più lontano

Nel deserto desolato

o nel fiume infocato

ti raggiungerò.

Ragazza mia

la tua domanda mi sconcerta!

Non devi traversare l’oceano e il mare

scalare montagne e vulcani

viaggiare …camminare …penare

Io, abito

oltre la siepe che limita il tuo vedere

Oltre il muro che ostruisce il tuo ascoltare

Oltre l’orgoglio che t’impedisce di perdonare

Oltre le pietre incollate al tuo piede

Io abito

ovunque il tuo sguardo si posa::

negli occhi di un bimbo

Nel cuore di un fratello

Nella stanchezza di una donna

Nel dolore e nella gioia

Non hai capito?

Io

Sono colomba e falco

Sole e buio

Vento e quiete

Abito

sul viottolo di casa tua

Mi trovi

oltre il recinto che frena il tuo cuore.

 magritte

Un grandissimo augurio di letizia a tutti

byDif

l’immagine in alto è un affresco di Giotto::resurrezione di Cristo

l’immagine in basso è un dipinto di Magritte

Solo eclissato

wormole

DA QUANDO SEI PARTITO

NULLA IN ME È CAMBIATO

IL PENSIERO TI HA SEGUITO

IL CUORE HA PALPITATO

SPESSO

IL CONSIGLIO TUO

MI È MANCATO

MA

NEI MOMENTI BUI

LA MANO HO SENTITO

SFIORARMI IL VISO

FINCHÈ

NON MI TORNAVA IL SORRISO

LO SO

PAPÀ

NON MI HAI ABBANDONATO

SEGUENDO IL VOLERE DEL DESTINO

CON SGUARDO FIERO

TI SEI

SOLO ECLISSATO

UN GIORNO CI RITROVEREMO  

1)

un pensiero …al mio e a tutti i papà eclissati

bydif

Woman’s Day 

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Woman’s Day ? Ovvero giornata internazionale della donna. Una perdita di memoria storica!  La celebrazione, nata, nel 1909 negli stati uniti su iniziativa del partito socialista con nobili presupposti di lotta per la conquista sociale politica e economica delle donne, nel tempo, ridotta a una serie di melense celebrazioni, frasi stucchevoli, banali auguri, frivoli spettacoli, business di mimose, raduni più o meno nostalgici contro discriminazioni e violenze sulle donne, non fa onore ne rende giustizia vera alle innumerevoli donne morte nel tentativo di acquisire un minimissimo diritto umano se non di parità almeno di dignitosa condizione di lavoratrici. A tutt’oggi, la ricorrenza diventata giornata mondiale della donna, che sia scaturita dopo il rogo, in cui persero la vita 126 donne operaie tessili scioperanti, della Cotton di cui non ci sono riferimenti attendibili, o per l’incendio divampato il 25 marzo del 1911 alla Triangle Shirtwaist Company di cui invece esiste eccome terrificante testimonianza al Museum of the city of New York di 146 donne, 39 erano italiane, sfracellate al suolo nel tentativo di scampare alle fiamme in un posto di lavoro in cui non esistevano diritti e sicurezza ma solo massacrante sfruttamento ai limiti dell’umana sopportazione, poco importa. Ciò che importa alle donne morte e vive è che i sacrifici eroici passati e le lotte del presente per un diritto inalienabile di qualunque essere di questo girevole globo non sia mero consumismo con sciorinamento di vanesio parolaio, ipocrisia festaiola, stereotipati fiorellini, caramellosi link augurali. A nessuna donna giovane, vecchia, bianca o colorata, impegnata nel sociale o nella sopravvivenza giornaliera interessa un Woman’s Day celebrativo del nulla. Interessa di non dover più, mai più subire umiliazioni fisiche e morali da parte di chicchessia; interessa la dignità di vivere e essere artefice del suo futuro in una società equa, di non essere mai, mai più considerata, oggetto da trastullo, merce di scambio, contenitore riproduttivo. Soprattutto interessa che la memoria storica dell’8 marzo non sia polvere brillantinata da cospargere qua e la per coprire fatti e misfatti di una ingiustificabile sperequazione di trattamento umano. Interessa non essere diversa da quelle che è per sopravvivere in una società fasulla.  Sa, come lo sa ogni altra donna pragmatica che oggi si parla di loro come un valore della vita comunitaria da apprezzare e riconoscere a livello mondiale e domani se le mette sotto i piedi negandogli il valore di farne parte a piena condizione.

guy bourdin fotografo pubblicitario

Forza donne, malgrado tutto possiamo farcela !

 by dif

le foto sono di Gui Bourdin fotografo pubblicitario di fama mondiale

Recepire oltre

 

4 - 2014-11-04 18.11.54

Razionalmente non riesco a comprendere ne a spiegarmi il perché il mio occhio a volte capta immagini immateriali. Eppure succede. Succede in tanti modi, a volte attraverso uno schermo, altre attraverso pietre, altre ancora attraverso flash visivi su ciò che sto osservando tipo un cielo, un albero ecc. Quando succede da un lato mi stupisco e prendo la cosa come fosse una rifrazione della luce, un gioco di specchi che mi fa sorridere, dall’altro la registro mentalmente e poi l’accantono, tranne se è legata a “presenze incorporee”, in tal caso infastidita la rifiuto a priori. Ultimamente, il ripetersi troppo spesso di un fenomeno diciamo “visionale?” mi ha posto qualche interrogativo a livello emotivo e anche ragionativo. A livello emotivo perché l’intromissione ottica capita nei momenti in cui sono lontanissima da qualsiasi sensazione comunicativa di transfert. Quindi mi chiedo: è forse un modo del mio inconscio di scombussolare le mie certezze del reale per farmi approfondire volente o nolente tematiche spirituali che considero distrattamente? È una proiezione involontaria di un mio disagio intimo? O, è una manifestazione subconscia di un desiderio di contatto con qualcuno o qualcosa che non so esplicitare ma che tuttavia cerco? A livello ragionativo, invece prima mi dico: è da matti allucinati o poco ci manca credere possibile reale e concreto vedere ciò che non esiste. Dopo mi dico: eppure lo vedo, perché? Poi, ma lo vedo veramente o per qualche strano gioco della fantasia me lo immagino? Cerco di convincermi con un no, no, non lo vedo, è impossibile una cosa del genere. Ma ..allora.. com’è che li, davanti ai miei occhi lo vedo… e, se non sono rintronata o folle, come avviene e perché avviene? Infine non sapendo dare risposte certe ai miei interrogativi penso: almeno una cosa posso farla per accertarmi se è un “miraggio” visivo o li, sullo schermo del TV durante il rosario in diretta da Lourdes, c’è o non c’è tangibilmente ciò che vedo, posso scattare una foto col cellulare. Se c’è compare, se è un invenzione no. Come potete constatare, nelle due foto, eccome se c’è impresso qualcosa che non ci dovrebbe essere. Debbo dire che ormai, ogni volta che mi collego, per seguire il santo rosario, se intercetto un anomalia, anche se è difficile cogliere l’attimo attraverso uno schermo, scatto una foto. Mi serve a rassicurare la razionalità perché, se è vero che mi è sempre successo di captare cose insolite e ricevere messaggi anticipatori è altrettanto vero che un continuum così non è mai capitato. So che c’è sempre un valido motivo anche quando non lo afferro all’istante, anzi a dire sincero stavolta lo afferro, il messaggio è chiarissimo ma vigliaccamente lo accantono. Una carissima amica, l’unica alla quale fino ad ora ho mostrato tutte le foto, mi ha detto che è venuto il momento di affrontare la mia realtà sensitiva del vedere oltre, di tuffarmici dentro e ascoltare anche chi non voglio. Ha ragione, questo ripetersi non posso ignorarlo, devo assolvere il mio compito di ricetrasmittente. Il messaggio è un avvertimento che devo divulgare. Al momento non riesco a soffocare la ragione materialista, sto lottando aspramente con me stessa per riuscirci. Devo far presto, il tempo stringe. Perché? Beh…in una foto, a fianco della grotta dell’Immacolata c’è impressa una sigla rossa che dire terrorizzante è poco.

4 - 2014-11-04 18.10.18

by dif