“ Una piccola matita nelle mani di Dio”

 

matite

 

“Sono come una piccola matita

nelle Sue mani, nient’altro.

È Lui che pensa.

È Lui che scrive.

La matita non ha nulla

a che fare con tutto questo.

La matita deve solo

poter essere usata.”

Madre Teresa di Calcutta

Non so se quella minuscola suora, missionaria di carità a Calcutta,  era la matita col quale il Padreterno disegnava sulla terra alcuni Suoi progetti. Se lo era, quella matita di certo si è resa una grafite malleabile e tenera, sempre disposta a cedere parte del suo guscio esteriore, lasciandosi temperare “il legno duro” per rendersi efficiente punta, pronta da usare, per eseguire abbozzi, scrivere, con un bel segno visibile, nei fogli di tante vite umane, sicura che ogni linea, punto, tratto, parola che tracciava era espressione palese del pensiero dell’Onnipotente. Se invece non lo era, madre Teresa  ha comunque agito come se lo fosse. Con la sua piccola matita esistenziale  ha tracciato linee di altruismo, compassione, dedizione dove nessun altro osava. Abbozzato piccoli sentieri di attenzione alla sofferenza, al dolore, all’abbandono in terre sociali dove nessun altro si avventurava che si sono riempiti di esseri umani, trasformandosi in ampie vie umanitarie di conforto, assistenza, aiuto agli ultimi, agli scartati, ai bisognosi. Scritto pagine e pagine di carità e di storia di amore per il prossimo, in tutto il globo. Con la sua piccola matita di donna ispirata da una inesauribile fonte di amorevolezza assistenziale estrema. Da un audace opinione di anteporre gli altri a se stessa, da un incondizionato senso di giustizia sociale e diritto alla dignità e alla vita, la piccola madre Teresa ha disegnato, occhi, mani, cuori ricchi di abnegazione. Li ha riempiti di colori accesi azzurri come il cielo, bianchi come la verità, rossi come la passione. Li ha animati di spirito di pazienza estrema senza confini. Fatti camminare nel mondo per stampare col sorriso, la fede, il coraggio, la convinzione in tanti poverissimi altri occhi di orfani, malati terminali, anziani, madri, conforto, sostegno, tenerezza.

Nei fatti, la piccola matita, o da strumento attuativo di un progetto divino o da libera professionista secolare, egregiamente e senza risparmio, ha consumato la sua “grafite” vitale, nelle strade di Calcutta e nel resto del pianeta, fino all’ultimo granello.

A vent’anni dalla sua scomparsa è innegabile che madre Teresa con la sua piccola matita, da suora, donna, essere umano,  ha tracciato tanti tanti fili alla pietà. Intrecciato tanti tanti sguardi alla generosità. Legato indissolubilmente tanti cuori al sacrificio. Dato vita e suono a punti invisibili della società com’anche ammutato giganti statue nei palazzi del potere. Portato luce nei vicoli tetri dell’indifferenza. Elargito senza incertezze carezze, parole, sguardi, speranza, colmato vuoti di solitudine disperata. Lasciato ampie e ben delineate linee guida all’inclusione, alla disponibilità, alla fratellanza, all’uguaglianza, alla pace, al bene senza contropartita interessata, senza demarcazione etnica e senza frontiere dottrinali a tantissime piccole matite colorate. Matite missionarie di carità, sorelle nelle difficoltà, volontarie stracolme di umana dolcezza.

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MI sovviene, se con una minuscola matita madre Teresa è riuscita a lasciare un “museo di capolavori “di umanesimo, con quella gigantesca di Santa che farà? Farà meraviglie! Ne sono certissima. Disegnerà gioielli, di grazie e intercessioni, da donare a tutti quegli umani emarginati, scherniti, relegati nel dimenticatoio socio-economico. Da matita assai perspicace però veglierà e si accerterà che le sue matite colorate risplendano nei “musei filantropi “ poveri di apparenza ma ricchi di fede. Invece lascerà che la polvere si ammucchi nei musei delle cere, tanto ricchi di vesti pompose quanto privi di comunicazione animica.

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per la cronaca:

la piccola suora al secolo Anjezë Gonxhe Bojaxhiu ma conosciutissima come madre Teresa di Calcutta era nata il 26 agosto 1910 a Skopje in una benestante famiglia albanese. il 5 settembre 1997 concluse la sua vita terrena a Calcutta dove è sepolta. Proclamata beata il 19 ottobre 2003 da papa Giovanni Paolo II, il 5 settembre 2016 è stata innalzata agli onori di Santa da papa Bergoglio.
Madre Teresa, la piccola matita di Dio, con la parola, l’esempio la spiritualità carismatica in vita si è adoperata e spesa senza soste diventando una celebrità mondiale. Ha ricevuto tante onoroficenze, attestati, premi, enormi riconoscimenti internazionali legati alla sua opera umanitaria, tra cui il Nobel per la pace. Veramente anche tante critiche con dubbi assai millantatori e controversi sulla sua attività di carità agli ultimi degli ultimi. Con umiltà e grandissimo senso di tolleranza nonchè di intelligenza, madre Teresa ha saputo andare oltre a opinioni contrarie senza mai abbassare lo sguardo o modificare il suo stile di suora, di donna di fede, di missionaria soccorritrice dei malati, dei “poveri più poveri” , gli esclusi, o come dice papa Francesco gli scartati.
Nel 1950 ha fondato l’ordine delle suore missionarie che nel loro bianco saio colorato da una striscia blu oggi continuano con lo stesso spirito gioioso la sua missione altruista in ogni continente.

” Una Signora vestita di bianco”

 

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Una signora vestita di bianco più brillante del sole che diffondeva una luce più chiara e intensa di un bicchiere di cristallo pieno di acqua pura, attraversato dai raggi del sole più ardente sulla strada di Leiria si posa su un piccolo leccio e all’improvviso si presenta in tutto il suo virginale splendore agli occhi di tre bambini Lucia, Francisco e Giacinta. Tra un lampo e l’altro di luce accecante, in una domenica precedente quella dell’Ascensione ”una signora vestita di bianco…” dal volto indescrivibilmente bello, “né triste, né allegro, ma serio, le mani giunte appoggiate sul petto e volte verso l’alto, dalla cui destra pendeva un rosario, le vesti che parevano fatte soltanto di luce” entra nelle vite di tre piccoli pastorelli di 10, 9 e 7 anni che abitavano ad Aljustrel e dopo la messa pascolavano spensierati e tranquilli le loro pecore a Cova de Iria, un piccolo appezzamento di terreno nei pressi di Fatima.

Era il 13 maggio 1917, quando “una signora vestita di bianco..” per la prima volta Senza scarpe ma con calze bianche, occhi neri, altezza media, un mantello bianco che dalla testa arriva fino in fondo, dorato da catenine dalla vita in giù; la gonna fino al ginocchio, tutta bianca, dorata dall’alto al basso e in obliquo da catene; una giacca bianca non dorata; le mani giunte con due o tre collane. Alle orecchie dei bottoni molto piccoli; al collo una catena d’oro con una medaglia sul petto per la prima volta si manifesta a tre fanciulli portoghesi. Semplici e normalissimi come milioni di altri coetanei.

Era giusto 100 anni fa, nel pieno della grande guerra, cheuna Signora,… “ vestita con calze bianche e un abito tutto dorato, la gonna bianca fino al ginocchio, tutta dorata da quelle collane che la ricoprono. Una giacca bianca, anch’essa dorata, e un mantello bianco” e “molto bellina” appare a due fratellini e una cuginetta. Tre normalissimi bambini, piuttosto poveri e, com’era allora costume, neanche istruiti che erano si soliti recitare sempre il rosario mentre accudivano i loro greggi ma come tutti i ragazzini, per poter giocare, lo interpretavano tanto da recitarlo in modo alquanto abbreviato .

A quella 1° apparizione, del 13 maggio, ne seguirono altre, precisamente: Il 13 giugno, luglio, agosto, settembre e ottobre, più una straordinaria il 19 agosto. A quella del 13 i tre pastorelli “sequestrati” non erano presenti ma La Madonna, senza apparire, rese certa a tutti la sua presenza la folla sente un forte tuono a cui segue un lampo…una piccola nube bianca appare per qualche istante sospesa sopra il leccio poi si alza verso il cielo e scompare e il volto delle persone, gli abiti, le piante, il suolo si colorano in diverse tinte….” Per inciso, le apparizioni della “signora vestita di bianco più…” furono precedute nel 1914-15 da tre piccole visioni angeliche, e da  tre vere apparizioni di un giovane di luce che in primavera, estate, autunno nel 1916 si presentò come angelo di pace, angelo custode del Portogallo, Angelo messaggero del mistero della SS Trinità.

Come logico quel 13 maggio ” una signora vestita di bianco..” cambiò la vita ai a quei tre bambini pastorini, e cambiò il futuro del luogo e delle persone.

Da quel giorno Cova de Iria, nei pressi della parrocchia di Fatima, da un luogo di pascolo, si trasformò in luogo di richiamo. Si, un fortissimo luogo di richiamo per anime in cerca di armonia, e misericordia. Un luogo in cui ogni anima pellegrina giunge per “rifugiarsi” e trovare nello specchio di se stessi il riflesso di Dio che seda i marasmi intimi, converte la propria “guerra” in pace. Come memorò Lucia: la Madonna aprì per la prima volta le mani, fino a quel momento le aveva tenute giunte, comunicò, a mezzo di una specie di riflesso che emanava da lei, una luce così intima che, penetrando nel nostro cuore, e fino al più profondo della nostra anima, faceva sì che vedevamo noi stessi in Dio, che era questa luce, più chiaramente di come ci si vede in uno specchio.”

Una “signora vestita di bianco e più ..” quel 13 maggio di cent’anni fa ha cambiato quell’angolo di suolo portoghese tanto ubertoso per il gregge dei pastorelli in spazio “d’accoglienza del gregge divino”.

Oggi a Cova de Iria l’erba verde da brucare è sparita sotto bianche lastre ricoperte da un brulichio di piedi e lumi, il leccio della Vergine è una rimembrante colonna di posa nella cappellina. Tuttavia non è sparito il pascolo per le “anime”. È altrettanto abbondante da ricreare quell’atmosfera di gioia, concordia, fede e accettazione che effondeva il cuore semplice di quei tre bambini.

Oggi, Cova de Iria è una grandissima immensa piazza fiorita di occhi, volti, colori, fede, speranze, curiosità che ti invade in ogni poro e ti emoziona nel profondo. E, quella piccola Vergine, nella teca di vetro, adorna in analogia con le apparizioni, con quella corona, donata dalle donne portoghesi, così bella ma così “legata a eventi tragici dell’ultimo secolo “ tanto pesante da piegarLe la testa e lo sguardo, da sembrare che voglia posarlo su ognuno per rassicurarlo che non ha nulla da temere, il peso di tutti lo regge Lei,  è davvero un incontro puro, indimenticabile. Un incontro di madre premurosa che ti accoglie in silenzio, garbo, delicatezza, comprensione, senza giudicare e senza prevenzioni. Dire coinvolgente è dir poco. È così avvolgente da entusiasmare anima e corpo. Perché? Perché in quel volto minuto e tenero, quegli occhi dolcissimi ci si può immergere e dimenticare ogni dolore, oppressione, orrore umano. Leggere una infinità di messaggi tanto incoraggianti da infondere una immensa fiducia, sollevarti e farti sentire una piuma che si affida a ogni vento della vita con sorriso e ottimismo.

Chi ha la fortuna di arrivare nel luogo del leccio, sostare nella cappellina delle apparizioni, è come se arrivasse in un habitat straordinario, una “nicchia” di mondo senza confronti in cui trovi ciò che hai bisogno anche se non lo sai, non lo chiedi esplicitamente o sei agnostico.

Quella “Signora vestita di bianco più splendente del sole” a nessuno nega ciò che cerca, a nessuno preclude l’accesso della via che conduce al suo cuore Immacolato, a nessuno impedisce il viaggio verso le vette impervie della fede, delle aspettative o semplicemente di esplorazione.

La vergine di Fatima è una “Signora che accoglie tutti, tutti abbraccia, tutti conforta”. Nessuno se ne va da Cova de Iria senza un dono, un qualcosa di inafferrabile eppur tangibile beneficio nell’umano camminare.

Eppure in tanti nella Vergine di Fatima ancora vi incontrano solo il segreto. Tutti o quasi, quando si parla di Lei e delle apparizioni, prima di tutto corrono col pensiero al segreto, il terzo, quello che in 100 anni tanto ha richiamato l’attenzione, fatto scrivere, meditare, discutere, ipotizzare, profetizzare, speculare, solo dopo rimemora la Sua mistica divinità. Un segreto in teoria svelato da Giovanni Paolo II nell’anno giubilare del 2000 ma che in pratica continua a suscitare perplessità, presupporre non detti per nascondere flagelli orrendi che travolgeranno i destini della chiesa, dei suoi pastori e dei suoi fedeli; calamità apocalittiche, tanto più tragiche di quelle conosciute che colpiranno l’umanità, e se svelate provocherebbero nei deboli panico, nei forti profittazione e calcolo.

In realtà come ha scritto suor Lucia “non diciamo che Dio castiga; è il contrario. Sono gli uomini da se stessi che si preparano il castigo. Dio rispettando la libertà che ci ha dato premurosamente avverte e chiama al buon cammino; perciò gli uomini sono responsabili”.

Inoltre, come ha sottolineato, quello della Madonna di Fatima è solo un appello al mondo “ un invito che non vuole riempire le anime di paura solo esprimere un urgente richiamo. Non c’è problema ne materiale ne spirituale, nazionale o internazionale che non si possa risolvere con preghiera, sacrificio e devozione. Maria tergendo le lacrime dal suo cuore immacolato consolerà”.

Quindi il “segreto” non è una predizione immutabile, è modificabile dalla condotta umana e dalla invocazione oratoria assidua.

Per concludere:

In cento anni, da che “ una signora vestita di bianco e più luminosa del sole” s’è manifestata agli occhi di tre ragazzini a Cova, cinque Papi e cinque guerre, se si comprende l’ultima che come affermato da papa Francesco è una guerra mondiale a pezzi “, hanno incrociato il Suo profetico. Sicuramente come ha ricordato nel 2010 Benedetto XVI, oggi papa emerito, non si è esaurito nel secolo : “Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa”.

Conseguentemente per la Chiesa e il mondo laico l’iter della donna vestita di bianco, Maria, e dei pastorelli continua? Continua! Ma che si può temere? “Non ti scoraggiare, il mio Cuore Immacolato sarà il tuo rifugio ” disse. Saperlo, qualunque timore catastrofistico passa. Constatarlo è un emozione profonda!

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SANT’ANNA

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Oggi è S. Anna. Una santa che fin dall’infanzia mi è entrata nel cuore e ho considerato mia protettrice al punto che ho voluto coronare il mio sogno d’amore proprio il 26 luglio, giorno della sua festa.

A distanza di anni credo, anzi ne sono certa, che questo mio attaccamento alla Santa è stato ispirato da un sentore inconscio profetico. Senza il suo sostegno spirituale non avrei mai superato le difficoltà di ben 4 maternità con un lavoro da portare avanti senza perdere amore, pazienza, gioiosità. Poinon avrei saputo crescere e educare i miei “pargoletti” amati senza subire l’angoscia devastante di una situazione familiare complicata dalla fatalità. In ultimo, emotiva come sono non avrei trovato il coraggio, l’energia, l’entusiasmo necessari per reagire a ogni maroso che perigliava il mio pesante barcone matrimoniale e che tutt’ora col suo aiuto continuo a timonare. Non mi basterà la vita per ringraziarla! Può essere una stranezza credere che è stato un segno profetico affidare a sant’Anna il proprio excursus ma in me è certezza, senza la mano di sant’anna non avrei superato indenne ne i momenti gravosi dell’esistenza ne i pericoli psicologici derivanti da annessi e connessi.

Quando sento di mamme che cadono in depressione post partum, oggi accade spessissimo, o leggo notizie di gesti e fatti tragici estremi compiuti da madri, mi si stringe il cuore di tristezza e dolore e penso a quanto sono stata fortunata ad avere la protezione di questa “mamma”. Lei mi ha aiutato a mantenermi salda e a non perdere gioia e ragione. Non mi importa se qualcuno riderà di questa convinzione e oggi appare un utopia credere che basta rivolgersi a sant’Anna per non finire in cose simili e svolgere un ruolo di mamma senza patemi emotivi. Sono fermamente convinta che se queste mamme si fossero rivolte a sant’Anna non avrebbero perso la speranza da cadere in gorghi depressivi senza ritorno, nella migliore delle ipotesi lasciate andare trascurando se stesse e i propri figli, visto talmente nero da togliersi o togliere la vita alle creature che avevano partorito. Comprendo che chi non ha fede attribuisce le cause della prostrazione totale all’indifferenza o alla sottovalutazione familiare della condizione psicologica che vive la donnaalla nascita di un figlio, ai mali sociali che non supportano il ruolo della donna madre e spessissimo la costringono a mutare vita quotidiana, progetti professionali, di carriera e relazioni sociali facendole subire traumi psicologici profondi che poi come un tarlo minano l’autostima e conducono a gesti insani.A volte è vero ma non sempre e non in modo da giustificare i troppi casi che si sanno e i tanti che non vengono alla luce. Penso che le tragedie sono frutto di un decadimento dei valori della comunità che carica la donna di troppe responsabilità, trasmette modelli femminili di successo sfrenato, di forma fisica perfetta, di coppia senza problemi, di famiglie corrispondenti a prototipi inesistenti nella realtà che in momenti delicati si mescolano nella psiche e influiscono negativamente sul percorso del cambiamento che indubbiamente la nascita di un figlio provoca nella donna. Dico che a forza di scardinare i valori spirituali, privilegiando quelli materiali, senza fornire supporti giusti o valide alternative, in momenti difficili e delicati della vita, tutti perdono facilmente il controllo emotivo e di conseguenza la stima in se e negli altri che conduce poi a non credere di avere una possibilità, qualcuno che ti comprende e aiuta a tirarti fuori dalla situazione, distorce la volontà e la capacità di reagire positivamente a eventi traumatici.

Ho deviato un po’ il discorso da sant’ Anna, ma credo veramente che l’essermi affidata alla mamma di Maria, la Sacra Vergine delegata a essere intermediaria degli uomini tra i valori terreni e celesti e Mamma delle mamme per eccellenzaavendo portato in grembo il Cristo Salvatore, mi abbia aiutato. Probabilmente mi ha facilitato ad aggrapparmi all’impossibile per ottenere il possibile, a non mollare la presa, forse a non cedere alle tentazioni negative dello sconforto, o chissà ce l’avrei fatta ugualmente perché sono cocciuta, tuttavia la risposta non mi interessa, in me è certezza: Lei mi è stata accanto. Spero continuerà a concedermi questa sua “ grazia”. Non per niente il suo nome in ebraico Hannah significa “grazia”.Comunque sia, chi elegge un santo a protettore si affida a lui e coltiva in se la certezza di ricevere aiuto, però nel frattempo non si perde d’animo, continua a lottare, e adeguandosi ai cambiamenti supera le sue difficoltà.

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Buona giornata e che Sant’Anna protegga chi passa da qui e tutte le mamme .

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La foto:  sant’Anna con la piccola  Maria è all’interno del santuario di sant’Anna a Gerusalemme dove sono stata a inizio Luglio.

 …per la cronaca: Santa veneratissima. Anche se il suo nome non è riportato nei testi biblici consueti ma appare insieme a quello del marito Gioacchino nei testi apocrifi, tantissimi ospedali, paesi, strade e chiese portano il suo nome. E’ patrona delle famiglie, delle partorienti, delle madri, per essere diventata madre in modo insolito specie delle donne madri; inoltre, per le sue qualità di pazienza, è patrona degli orefici, falegnami ebanisti e carpentieri.

Caro Paolo

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Caro Paolo

Dopo 24 anni nella nostra terra bellissima quasi o nulla è cambiato. Disgraziata era e disgraziata resta.  La mafia continua i suoi sporchi affari su tutto il territorio. Come si suol dire impera prospera dalle Alpi alle Piramidi. Ha cambiato faccia, abito e maniere ma non la sostanza. Ha camicie immacolate,  abiti firmati, scarpe su misura, modi raffinati. E’ acculturata, parla un corretto italiano  e un inglese anglosassone. Ha residenze in tutto il mondo arredate con lusso discreto, quello dell’alta borghesia non quello pacchiano dei rubinetti color oro.  Non gira con  la lupara e le pistole ma con autista in limosine, con manager valigette, pc  e smartphone di ultima generazione . Frequenta i migliori  salotti culturali, disquisisce su temi di filosofia, letteratura,  politica, teatro, musica. Gira il mondo in bisness class. Frequenta i ristoranti stellati e  brinda con vini e champagne pregiati. La mafia Paolo  per agire indisturbata in ogni dove e a tutti i livelli  si è fatta camaleontica, resa  più invisibile. Ha messo da parte la volgarità e si è circondata di eleganza, classe e distinzione, per essere più spietata ha frequentato corsi di alta finanza, stage economici e imprenditoriali, sottoposta a tirocini fulltime di lingue e comportamento.   Insomma Paolo per quanti sforzi han fatto i magistrati onesti come Te e le forze dell’ordine la mafia non è sparita anzi… Anzi si è estesa e rafforzata tanto che in un modo o nell’altro oggi comanda  in tutti i gagli  del potere finanziario, economico, commerciale e  imprenditoriale, direi che si è quotata in borsa e gioca coi destini del prossimo. Si è talmente arricchita da avere capitali solidi e liquidi da comprare chiunque ovunque. In questi 24 anni si è infiltrata e impossessata del potere che conta, quello che investe, manovra indisturbato,, guida a suo piacere  interessi pubblici e privati.  Mi rincresce dirtelo ma la strada distruggi mafia è ancora lunga, irta di trabocchetti.  Per eliminarla, come hai detto Tu: ” Nella lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. ” P. Borsellino.

Il profumo  di pulito Paolo ancor non si avverte, a prevalere è il puzzo. Un ammorbante puzzo che gira, gira  contamina e intossica. I bacilli mafiosi Paolo lo sai, sono  virulenti.

Per estirparli ci vorrebbe che tutti strappassero l’infestante  gramigna che li alimenta. Ci vorrebbe che tutti  si ribellassero alla sporcizia morale, all’omertà, all’indifferenza complice. Ci vorrebbe di scardinare i loro portoni, martellare ogni stanza con un no mafia di tutte  le giovani generazioni. Un no incessante,  determinato di cervello, cuore e azione. Purtroppo quei pochi giovani coraggiosi  che tentano sono risucchiati dal sistema infetto.  I più strangolati  dalla disoccupazione, da un futuro precario, dalla mancanza di ideali freschi e puliti, dall’assenza di speranza  sono assuefatti  all’inerzia omertosa: Altri strangolati dal ricatto della miseria  sono nelle loro maglie illusorie e da  manovali burattini.eseguono il lavoro sporco, quello plebeo dei pesci piccoli. Così mentre loro  finiscono come sardine, a volte in modo tragico  altre in scatolette di cemento,  gli squali veri, i pesci grossi  famelici e crudeli, camuffati in  eleganti abiti firmati  continuano a nuotare indisturbati  e ogni tanto vanno a spiaggiarsi al sole in splendide località riservatissime.

Ogni giorno con grandi sforzi vien fuori un aggancio mafioso ma il giorno dopo un altro aggancio  occultamente viene concluso. Sembra una girandola impazzita che nessuno sa fermare Paolo. Io non dispero, gli uomini  giusti pure  ma al momento… solo chi ha memoria e non dimentica…

Caro Paolo, Il tuo ricordo è vivo in me e in tanti. Beh, in altrettanti come da lassù saprai è fittizio e dura meno d’un cerino. Però, almeno io, lo sai  che non posso scordarmi quel lontano luglio del 1992. In un giorno caldo e assolato  si è portato via il mio papà, in un altro ancor più caldo, infocato, il  tritolo si è portato via Te. Due uomini, dallo sguardo profondo, sincero, tenaci nell’essere sempre se stessi e nel lottare per i propri ideali. Uomini d’onore nel dire e nel fare, giusti, onesti valorosi. Quel 1992 si è portato via il mio eroe e l’Eroe di Tutti.

Scusa se mi son permessa un tono tanto amichevole, ma per me sei un amico, un grandissimo amico che mi ha e continua a insegnarmi tanto.

Con rispetto e tanta gratitudine di aver dato la vita da indomito combattente della giustizia ti ringrazio Paolo.

Grazie da tutti quelli che non scordano

Dif

 

 

Caro Papà

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Caro papà, un tempo oggi era la tua festa,

e noi figlie correvamo a te con un pensierino

fatto con le nostre mani, insieme alla maestra.

A noi bambini non importava quanto fosse bello

perfetto e originale, importava farlo giocando

e pasticciando in allegria con i nostri compagni

per poterti dire:

ecco papà, noi ci siamo e ti amiamo.

Con tutto il cuore ti ringraziamo

di essere il nostro papà

premuroso, affettuoso, sincero.

Sempre presente al nostro occorrere,

sempre attento alla nostra educazione,

sempre equilibrato nel rimproverare sghiribizzi e capricci,

regalare con entusiasmo  approvazione.

Con un bigliettino, un disegno, o un gingillo

correvamo a te con il viso raggiante di  amore e orgoglio

per abbracciarti e farti sentire il nostro calore di figlie.

Era bello papà

vederti sorridere con negli occhi la sorpresa

e un tantino d’imbarazzo dovuto alla tua riservatezza.

Era bello guardarti con quanta attenzione leggevi

i pensierini, rimiravi i nostri imperfetti oggettini,

e poi ridere insieme come fossimo tutti bambini

sentire la tua carezza sfiorarci il viso,

annusare il profumo di mani indurite dal lavoro.

Era bello fare festa papà allora!

Oggi ho una grande confusione in testa.

Dicono papà che non dovremmo festeggiarti,

crea discriminazione, io non capisco

a chi papà

festeggiandoti per ringraziarti di esserci

e di averci dato la vita

facciamo un torto o produciamo una divisione.

Tutti abbiamo un papà

o qualcuno non ce l’ha?

Mi gira la testa papà mentre mi arrovello a pensà:

come han fatto a nascere i bambini che sento vociare nel vicolo 

se non c’è un seme di papà?

Spiegamelo tu papà  che sei nel luogo di verità!

Fammi questo favore, per togliermi dalla confusione.

Sarò diventata tarda di mente con l’adulta età o

son finita sul pianeta dell’assurdo ma io

non comprendo papà, i negazionisti educatori

di una festa tanto amena per un figlio e una figlia.

Per favore fammi capire perché vogliono togliermi il nome papà

dal mio cuore,

farti diventare un indistinguo individuo genitore.

Lo so da sempre che sei mio genitore e

insieme alla mamma formiamo una famiglia

se sia colorata o neutra non lo so e non mi domando

perché

non cambia quello che so.

So che papà è una parola dolce, insostituibile

alla mia mente e al mio cuore.

Pronunciarla dona una certezza di tenerezza che viene dall’amore;

scriverla diffonde un profumo inesauribile che inonda le giornate di calore;

guardarla in viso riempe di un piacere rasserenante ineguagliabile.

Papà,

per me, ha un sapore buono di onesto lavoratore,

di insegnamento, di volontà, di sacrificio, di sofferenza,

di appartenenza, di legame indissolubile al tempo e alle scelleratezze umane.

Toglierlo dalla bocca di un bambino è estirpargli l’essenza della vita,

rimuoverlo dal cuore di un adulto è distruggetegli le origini identitarie.

Papà. Sei e resti papà. Nessuno ha il diritto di cancellarti.

Non sei tu che discrimini, dividi, confondi.

È la grande stupidità umana che in tutti i modi nega l’innegabile.

Ti usa e abusa per egoismo, per disconoscere i valori protettivi,

per spersonalizzare la società, riducendola un ammasso informe,

aspecifico di contenuti che armonizzano il creato.

Ti guardo papà. La foto è un po’ scolorita ma il tuo sorriso no.

Quello è vivo, carico di infiniti momenti navigati insieme,

che hanno fatto e fanno la nostra storia di papà e figlia,

oggi proseguono in dimensioni diverse ma sono altrettanto belli,

pieni di affetto, riconoscenza, significati di radici inestirpabili.

Guardarti, papà mi trasmette una gioia immensa.

Sento la tua mano stringere la mia con la stessa intensità di quand’ero bambina,

con lo sguardo darmi fiducia e sicurezza,

con la parola infondermi vicinanza spirituale in ogni frangente.

Nessuno ha il diritto di togliermi dalla bocca, dalla genesi, dalla mia storia

umana la paroletta papà.

É una violenza assurda, menzognera, culturalmente imbecille.

Gli “educatori” farciti di finta umanità antidiscriminatoria, di teorie ugualitarie,

pusillanimi e diseducativi violentatori delle origini della vita di un bambino

che vadano a farsi friggere nel crogiolo del qualunquismo creativo.

Vogliono abolire la festa del papà? e chissene frega.

Che “ammazzino” ripudino, cancellino il loro papà.

Io me lo tengo, lo coccolo, lo onoro

e se anche lo abbraccio con l’anima, oggi lo festeggio,

lo festeggio come continuità di una stirpe, di una cultura, di un valore saggio

di discendenza di sangue identificabile.

Nel bene e nel male, tu sei il mio papà e resti papà.

Io e mia sorella, siamo e restiamo per sempre tue figlie.

Un grazie amorevole papà e

tantissimi auguri di celestiali delizie.

Tua figlia generata, alla quale hai dato un volto, un nome,

un grandissimo enorme affetto

dedicato tempo, fatica intelletto.

trasmesso rispetto, sacralità della vita,

consolato in avverse occasioni esistenziali,

insegnato a difendere diritti e valori comunitari

e

fossanche non ti avessi mai potuto vederti e corporeamente conoscerti

a mai  rinnegare il nome papà

per un ideale fasullo di umano progresso.

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Dif

Voglio dire grazie a …

“giornata della donna”.

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“giornata internazionale  della donna”.

Non starò a dissertare con mie opinioni su questa “giornata” dedicata alla donna. Tanto, nella realtà, all’indomani della giornata-festa, alla donna, purtroppo resterà solo il profumo delle mimose e qualche stucchevole “chiacchiera” celebrativa. Infatti, in più di un secolo, poco ha fruttato alla donna in termini di riconoscimenti, dignità umana e pari condizioni di diritti, in nessuna società. Nemmeno in quella che si definisce, evoluta, democratica e civile. Anzi, in certi casi, le ha pure peggiorate. Piuttosto voglio dire grazie tutte quei milioni di donne senza rinomanza che in silenzio, senza chiedere nulla in cambio, in ogni angolo, anche il più sperduto e sconosciuto  si prodigano, si sacrificano e donano indiscriminatamente intelligenza, braccia e cuore per rendere migliore la permanenza agli esseri  di questo variegato pianeta umano. Voglio dire grazie a tutte quei milioni di donne che non mollano mai la speranza, il sorriso, la gentilezza, l’entusiasmo. Voglio dire grazie a tutte quei milioni di donne che sanno ascoltare con tolleranza, dialogare con giustizia, donare tempo e esperienza con gioia, battersi contro ricatti, ipocrisie e soprusi con estrema coscienza, essere stoiche nel pericolo, perdonare senza condannare, essere libere senza perdere rispettabilità, obiettività, essenza femminile. Grazie, milioni di donne amiche, colleghe, sorelle in sangue e spirito del vostro invisibile sostegno morale. È attraverso il vostro altruismo, ingegno e coraggioso impegno quotidiano che il vivere, su questo pianeta da donna, mi appare un miracolo. A tutte voi  dedico questo sonetto di W. Shakespeare:

Dovrò paragonarti ad una giornata estiva?

Tu sei incantevole e mite:

cari bocci scossi da vento eversivo

e il nolo estivo presto è consumato.

L’occhio del cielo è spesso troppo caldo

e la sua faccia sovente s’oscura,

e il Bello al Bello non è sempre saldo,

per caso o per corso della natura.

Ma la tua eterna Estate mai svanirà,

nè perderai la bellezza ch’ora hai,

né la Morte di averti si vanterà

quando in questi versi eterni crescerai.

Finché uomo respira o occhio vedrà,

fin lì vive Poesia che vita a te dà.

.

Credo che in questi versi di Shakespeare c’è quel qualcosa di singolarità che va oltre le solite melense ossequiose da riservare alle donne!

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Felicissimo 8 marzo a tutte le mie simili e pure ai miei contrari perchè  spero sappiamo cogliere quello che noi donne ci aspettiamo , cioè egualitari diritti senza favoritismi.

Bydif

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..Per la cronaca: i sonetti furono pubblicati nel 1609, in tutto sono 154. è un enigma a chi furono dedicati. In molti dicono che 116 a un amico i restanti all’amata. Io ho scelto il 18 simo, perché credo che la poetica di Shakespeare esprime ben aldilà di quanto uno vi ravvisa. Poichè la traduzione potrebbe discostarsi un tantino metto anche il testo del sonetto in inglese:

Shall I compare thee to a summer’s day? Thou art more lovely and more temperate: Rough winds do shake the darling buds of May, And summer’s lease hath all too short a date:Sometime too hot the eye of heaven shines,And often is his gold complexion dimm’d; And every fair from fair sometime declines, By chance or nature’s changing course untrimm’d; But thy eternal summer shall not fade Nor lose possession of that fair thou owest; Nor shall Death brag thou wander’st in his shade,When in eternal lines to time thou growest: So long as men can breathe or eyes can see,So long lives this and this gives life to thee. W. S.

 

 

 

 

Da sbullonarsi i denti!

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Mai come ai nostri tempi l’arte culinaria è stata dispensatrice di gusti, raffinatezze, segreti cucino-operativi tanto che non c’è un angolo libero, in cui spaziare con la fantasia gastronomica, senza subirne ossessive aggressioni. Ovunque lo sguardo posi, immagini appetitose ti circuiscono stomaco e cervello da farti venire la prudarella gustativa, così angustiosa da ridurti uno stufatino stracotto che ti spedisce digiuna a grattinare sul primo divano che incespichi. Se il baillamericettario, troneggiante su riviste, pagine web, canali tv, non basta a tener desto il tuo interesse masticatorio giornaliero, ci pensa una montagna di pubblicità cartacea. A tutte l’ore trasborda dalla cassetta postale che, quando la svuoti, ti manda di traverso la giuggiola creativa dei manicaretti, da servir, poi, ai tuoi cari, un anonimo pastone che quelli ti guardano come fossi una intrusa citrulla approdata da una inidentificabile cosmonave. Come dargli torto. Da ogni parte piovono aspiranti e ispiranti cucinieri, cuoche, chef stellati e improvvisati, di tutte le età e etnie che cibo-inculturiscono, imboniscono e riempono la pancia, con ingredienti leccorniosi e spezio-vivande ipo-iper-caloriche; gli occhi con impiattamenti artistico-visivi, da esposizione museale avanguardista, che al momento di cuocere qualcosa, da mettere sotto i denti, hai una sorta di ossequiente sacro fuoco imitatore di cotanta bravura culi-visivo-gastronomia che ti spedisce dritto, dritto nella balera rumbocibo dell’invidia, per cui aritmicamente metti assieme gli ingredienti proposti. Risultato? Servi piatti, di gusto indescrivibile e panoramica visiva antiappetito che tornano a palla sulla cucina-pista. E, dopo tanta fatica, alla fine sfami la truppa con miserrimi tramezzini.

Senza essere esagerata, l’onnipresenza di talk-accademie, talent concorsi, chef cucinieri, che spiattellano una sequela di architettoniche vivande, mi pare una armata Brancaleone che stordisce stomaco e palato! Se poi, alla miriade di cotti, stracotti e ribolliti di ogni specie vi aggiungo tutte quelle sigle food circolanti, slow, junk, good, top, finger, fast, soul, ecc. ecc. Mi par un assalto bellicista di un manipolo di armigeri, maniaci dell’ autonomia del: cucina come ti pare quel che ti va. Tanto più che spesso il bellissimo da vedere è orribile da inghiottire.

A chi piace cucinare, creare li per li ricette con sapori singolari, come a me, tutti ‘sti richiami mangerecci più che ispirazioni di variata sana alimentazione sembrano attrazioni porno-nutritive. Una sorta di seduttivi allettamenti boccacceschi, elargiti a casalinghe senza immaginazione, per approntare, in tempi rapidi, oscene abbuffate mangiatorie di cibi senza fascino e personalità. A tal punto insopportabili, da mutare lo stimolo della fame in nausea rigettatoria.

Sarà per questo che non ho mai copiato una ricetta e sto alla larga da visive immagini di pornografici impiattamenti? Un po’ si. Maggiormente perché trovo libidinoso stare davanti ai fornelli senza condizionamenti. Il fai questo, tritura l’altro, pesa quell’altro…uhhh…  come fare all’amore seguendo le istruzioni! Sai che piacere. Da sbullonarsi i denti. 

Oltre a ciò, l’enorme marea di messaggistica, da grottesco volantinaggio propagandistico, sul cibo, oltre che invasiva mi sembra controproducente. Crea, uno stato pressoché di sazietà visiva che, quando vai ai fornelli, il cucinare sembra superfluo, una fatica inutile che blocca cervello e perizia, anche perché, una sorta di vocina dice che mai si riesce a mettere in tavola affascinanti visioni di portate artistiche poiché artisti si nasce. Il Talento è talento. E’ personale e rimproponibile. In più mi situa due domande. La prima: affiancare, a sollecitazioni orgiastiche di cuoci-e-gustomangia-manicaretti, diete, consigli antingrassamento e obesità bulimica non è un controsenso? A me, appare come una mostruosa ipocrisia, anzi una umiliante presa per i fondelli a chi mangia e al cibo stesso.! La seconda: con cotanta abbondanza cibaria quotidiana morir di fame è sicuramente paradossale? No. Purtroppo c’è chi di fame muore, si legge e si constata tutti i giorni. E allora… 

Per deduzione tutta ‘sta mania ricettaria,  non ha lo scopo di acculturare e migliorare la sazietà globale ma quello di “sfamare” la fama di narcisi star!

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  Sono polemica? Forse. Comunque a tutti un buon appetito!

bydif

Saluto al papà di “In nome della Rosa “

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Salutare per l’ultima volta su questa travagliata terra il papà di “In nome della Rosa” Umberto Eco, non è semplice. È come salutare per sempre l’amico migliore che in qualunque frangente sapeva tenerti compagnia, avvincerti farti riflettere, spassionatamente darti un punto di vista diverso del mondo contemporaneo, a volte strigliarti, altre infiammarti e altre ancora prenderti la mano e trascinarti fuori dal tuo guscio per farti osservare con maggior consapevolezza il mondo e la vita. Con lui mai ti annoiavi e restavi indifferente. In un modo o in un altro in qualunque tematica ci metteva quel pizzico di spezie che solleticava il palato a gustare lentamente il ragionamento, l’analisi, l’osservazione. Qualunque fosse il mezzo, scritto, argomentato o figurato sapeva catturare l’attenzione ai massimi livelli. Mai tradiva la tua aspettativa di trovare quel che speravi, fossanche per un momento un compagno che ti faceva imbufalire con le provocazioni alla fine la sua fine acutezza ti appagava al punto da dover riconoscere che ti era stata indispensabile a non farti fagocitare dall’ovvietà. Salutando oggi, l’uomo Umberto si saluta lo scrittore, saggista, linguista,filosofo, esperto di comunicazione, osservatore politico,editorialista ecc. ovvero l’Umberto Eco fior fiore della cultura contemporanea italiana, stimato e apprezzato in tutto il mondo. Basta ricordare il bestseller internazionale “In nome della Rosa” tradotto in cento lingue e trasposto in cinematografia vincendo 4 oscar di Donatello tre Nastri d’argento, due Bafta e un Cesar e numerosi altri premi, per dare un idea della sua fama mondiale. Salutare l’intellettuale Umberto Eco quindi non è semplice, come d’altra parte non è mai semplice dover rinunciare a un uomo studioso di grandissimo livello che arricchisce il patrimonio nazionale culturale, o un amico che ha saputo trasferirti con garbo, parte del suo ingegno e sapere in tantissime occasioni, sollevandoti lo spirito e a volte pure riconciliandoti con quella parte di umano che bistratta e avvizzisce anima e intelletto. L’unica consolazione che rimane nel porgere un saluto affettuoso all’uomo di erudito,Umberto Eco, è la consapevolezza di un saluto alla materia corporea, quella extra dell’amico rimarrà sempre presente e ogni volta , rileggendo una frase, una pagina, un idea troverà il modo di comunicarti la sua essenza versatile nel pensiero e vitale nell’umanità.

libri eco

 

Grazie Umberto.

Il mio è  saluto temporaneo, tanto questi  ti terranno in vita in eterno!
By dif
Per la cronaca:
Umberto Eco: nato il 5 gennaio del 1932 a Alessandria si eralaureato a Torino nel 19554 in filosofia medioevale, una passione mai abbandonata. Attualmente aveva un carnet di 40 lauree conquistate tutte con le sue indiscutibili e variegate doti di studioso impegnato, con una visione ben nitida del contemporaneo proiettato al futuro. Ha scritto e pubblicato tantissimo per cui lascia all’Italia una produzione intellettuale vasta e di notevole autorevolezza universale. Tra i romanzi famosi oltre al citato “In nome della Rosa” – Il pendolo di Focault – 1988 – L’isola del giorno prima – 1994 –Baudolin –2000 –La misteriosa fiamma della regina Loana –2004 –Il cimitero di Praga –2010 – tutti editi da Bompiani. Numero Zero –2015 –

Giorno della memoria

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Oggi è il giorno della memoria. Il più tragico giorno della memoria per gli ebrei e l’umanità. Ma… 

Ma da quel che si constata un giorno di memoria corta, anzi cortissima!Perchè? Perchè l‘inumano esiste e persiste nella sua diabolica attitudine a sbarazzarsi barbaramente di chiunque e con qualunque pretesto. Ha cambiato modi posti e volti ma non ha cambiato l’idea d’ammazzare senza pietà per appartenenza a una razza, un credo, un modo di essere, un etnia, un ideale. L’agire disumano è imperante in tutte le latitudini, anche laddove si strillano i valori democratici, i diritti, la libertà di espressione, la salvaguardia di una cultura,di un gruppo, di un modo di esistere lo sterminio di innocenti bambini, donne, uomini è una costante che, a parte qualche ooh di orrore di rimbalzo sui social, non lascia traccia. Giorno per giorno migliaia di vite vengono distrutte dalla ferocia,dall’avidità, dall’egoismo, dalla scemenza umana e come ieri nessuno o quasi ci vede o ci vuol vedere un orrore. Ieri lo sterminio per tanti era una bufala, non è diventata realtà aberrante finchè non hanno fotografato i mucchi di cadaveri, visto i fantasmi di uomini, donne bambini nei campi di sterminio, aspirato l’odore acre della carne umana bruciata. Troppo tardi credere! La bufala si era bruciata più di 8 milioni di persone!E poi? Poi dopo una breve sosta l’inumano ha ripreso la sua folle corsa. Nessuna memoria l’ha fermato.E oggi? Oggi,è il contrario di ieri. Gli esseri umani perseguitati da idioti e idiozie li vanno a visitare nei campi profughi, li fotografano, ci fanno reportage, ci schiamazzano politicamente, si azzannano alle frontiere per difendere i loro piccoli territori di libagione, democraticamente alzano muri e mettono fili spinati, usano idranti, li ammassano in centri di raccolta, li bombardano, li scrutano con i droni,ci speculano e ci dissertano a non finire, ma nessuno considera l’orrore delle migliaia di crimini giornalieri una continuazione di quelli di 71 anni fa. Un proseguimento, di violazione dei fondamentali diritti umani a esistere e convivere nelle loro diversità, cui porre fine.Bisogna vederne milioni e milioni ammonticchiati come spazzatura per attivare la memoria? Ci sono già. Forse non sono degni di vivere per far cessare i massacri ? Non lo sono se tuttalpiù ci si limita a gridare al lupo al lupo ma poi si lascia il lupo a razziare indisturbato, magari per avere un filmato virale, una cosa da strabiliare e impaurire le pecore da farle o scappare o diventare fameliche iene. l‘umanità? Una puntata pietistica al casinò mondiale. Niet’altro che palline da rimbalzare, a volte da raccattare, altre da sensazionalizzare, altre da spedire, mai da considerare un valore irrinunciabile sotto ogni cielo.

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Per esseri che si autodefiniscono intelligenti se lo ieri non è servito a prevenire e impedire un ripetersi violento e criminale o hanno una memoria corta,cortissima,oppure,oppure scambiano i genocidi per fenomeni sociali.

bydif

Vento di libertà

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Quando un nuovo anno si affaccia nella mia vita non faccio mai propositi o mi butto a capofitto nel guardaroba per tirar fuori l’abito dei sogni. Tanto o non lo trovo o se lo trovo ormai è  fuori moda o, ristretto dal tempo, non ci sto dentro. Mi metto in ascolto e aspetto. Cosa aspetto?  Le sensazioni che porta. Si, perchè provo sempre delle sensazioni che poi mi accorgo essere il filo conduttore di quello che particolarmente avvertirò a livello inconscio, che poi a quello coscio indirizzeranno i miei pensieri per dare input alle azioni consapevoli o ai miei slanci vagabondi. Al suo primo spuntar del sole, quest’anno mi ha sommerso con una grande impressione di libertà e di conseguenza so che dovrò, ancor più di sempre, agire attenendomi a questo processo evolutivo. Il difficile sarà adeguarmi rimodernando velocemente il mio istinto conservatore per concedere alla mia mente quegli spazi di indipendenza liberi da qualsiasi ancoraggio al passato, completamente aperti alla recezione sensoriale raziocinante che valica schemi e condizionamenti. Ancora non so se supererò in sincronia con quanto l’anno ha manifestato e neppure se riuscirò completamente a sradicare quelle mie resistenze ataviche, che so di avere e mi porto dentro per tanti diversi motivi, che mi impediscono una completa facoltà di scelta nell’esternare sentimenti, decisioni, azioni. Tuttavia, so che nel 2016 non potrò esonerare dal mio quotidiano procedere il senso percettivo di libertà. Non potrò perché un vento audace spira forte e in qualche modo il dire, il fare, il sentire lo seguiranno e quando sarò recalcitrante aumenterà la sua forza, mi spingerà, mi nerberà, mi catapulterà e ruoterà finché non l’avrò assecondato. Come dire, tanto e forte soffierà per esiliare la parte subordinata involontariamente o non al giudizio, alle regole, alla opinione altrui o alla formazione. Perché lo farà? Per farmi raggiungere quello stato di grazia in cui nulla preclude a occhi, pensiero, azione di manifestarsi con pienezza interiore e esteriore. Ovviamente la sensazione ricevuta non è quella del libertinaggio anarchico e sterile, piuttosto di spintone necessario a farmi saltare ciò che di solito non voglio ne esporre ne utilizzare. Per quale motivo non voglio? A volte per eccesso di remore educative, altre per eccesso di responsabilità di un ruolo in cui la credibilità personale è punto essenziale di riferimento, altre per non suggestionare negativamente chi vuoi bene e ti vuole bene. Altre ancora credo per vigliaccheria formale. Mi auguro di riuscirci con perfetta armonia. Soprattutto di poter tradurre in parole e immagini questo vento spaziante siti liberatori di sovrastrutture autocreate per inutili illusioni d’appartenenza a una realtà conformata e arbitraria, modellatrice di modi e stili artificiosi, fagociatrice di convincimenti, ispirazioni, disposizioni naturali. Fin ora ci ho provato ma sono stati sprazzi discontinui. Nella realtà vicissitudinaria sono sempre rimasti parziali modi di agire e interagire. Anche quando mi sembrava di essere integralmente in sintonia col senso pieno dell’espressione spontanea in realtà c’era una riserva che non dava sfogo all’intenzione di partenza, e nemmeno a quella di raccontare un accaduto, specie insolito. Anzi questo è il punto dolente che il vento dell’anno vuole spazzare. Perché? Beh…Per quanto un vissuto fosse una concretezza certa qualcosa sempre mi inibiva nell’accettarlo in modo da riferirlo come esperienza straordinaria, estrinsecazione di una extra sensibilità connaturata. Se il vento di quest’anno mi libererà da tante piccole resistenze, o come diceva Kant a distaccarmi dalla“ “amorevole tutela” del potere, sia esso manifestamente violento oppure celato e paternalistico, sarà come acquisire una purezza interiore scevra da qualsivoglia esitazione efinalmente riuscirò a valermi del mio intelletto e a manifestare la mia essenza a 360°.

Al momento, il vento di libertà, con le sue sferzate  mi fa assimilare cosa mi è utile per passare dalla teoria alla pratica.  

vento

bydif

 De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principiis”

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L’immagine del dipinto in alto: “Vento ” di Vincent  Van Gogh