Ripensando

 ora sisma
Ripensando a un anno o giù di lì…
Il cielo è terso, le stelle brillano, i grilli cantano, le lucciole si rincorrono, l’aria fresca che scende giù dai monti sibillini accarezza la pelle, l’orologio del San Pellegrino coi suoi rintocchi marca il tempo. Nel borgo la vita scorre placa e regolare. Nelle strette stradine il brusio scivola dalle finestre aperte e lieve, come freschi torrentelli, sfiora le case addossate, le porte annerite dal tempo, i gradini sbrecciati, i cocci di gerani, menta, basilico erba cipollina. In questa sera estiva niente turba i pensieri, i sogni a occhi aperti, i desideri, i progetti per l’indomani. Tutto è così solito, rassicurante, avvolgente pacioso che te ne staresti seduta sul ripo a goderti la quiete ascetica, i profumi pungenti, il silenzio profondo e misterioso, i profili nitidi e suggestivi abbracciata alla notte, finché l’aurora ti sfiora, il sole riapre il giorno e riprendi il solito via vai della vita. Poi…Poi… chissà da dove un boato sbrana la dolce quiete e t’assorda. T’arriva una violenta quanto inaspettata zaffata che ti fa oscillare come un pendolo impazzito, ti sgretola la terra sotto i piedi, ti scaraventa su tegole, mattoni, ferrame, urla, lacrime, suoni ermetici, cumuli e cumuli di macerie. Tutto ribalta, sconvolge, ruba la magia e l’incanto dello ieri e negli occhi sbarrati da paura e sbigottimento dissolve ogni traccia di un oggi o di un domani e in turbinio di polvere materializza un enorme punto interrogativo. Un punto interrogativo senza domanda che diventa sempre più grande, sempre più grande a ogni sussulto della terra. Tanto grande che ti ceca la vista e blocca il cervello. Nell’essere tuo niente più obbedisce alla ragione. Con la lingua secca, la parola che manca, l’orecchio rintronato da rimbombi ignoti, i piedi non vanno ne avanti ne indietro. La terra trema, tu tremi. Trema e sussulta e sotto gli occhi inebetiti, come tessere di un domino impazzito, una dietro l’altra le case crollano, gli animali scappano, la luce della sicurezza capofitta nel buio e nelle viscere fluisce solo quell’angoscia che come un mostro perfido abbranca e stritola tutto il vissuto fino a quell’istante. Ogni punto di riferimento sfoca, il conosciuto frantuma, impalata a stoccafisso a quel suolo che sussulta una voragine di panico ti inghiotte. Poi…poi l‘orologio non rintocca, l’ora, la mezz’ora, perdi il ritmo, la prospettiva bilica, entri in una dimensione assurda. Colline, valli, prati, borghi, volti mulinellano senza identità. Strade e ponti s’ammassano sui rupi, i telefoni s’ammutano, i mezzi non circolano. Voci indistinte si rincorrono, si accavallano, qualcuna strattona, qualche altra spinge, altra consola. Una donna senza età scruta le mani, una suora a terra cerca la sua corona, un fratello si trascina un fratello, l’adagia piano, per non svegliarlo, sotto un albero e poi veloce corre da un altro, un altro, un altro. Un cane guaisce, qualcuno lo chiama, un bambino bianco da sembrare un angelo, vaga, cerca papà e mamma tra pietre sconnesse, porte divelte, bambole rotte, indistinti cumuli di chissà quali volti, di chissà quali storie, non piange, chiede e domanda. La terra trema, emozioni, speranze e sentimenti confusi s’aggrovigliano, volti seri e mani affannose, cercano, scavano, trovano, piangono, sussultano con la terra, non si arrendono, scavano, scavano, battono il tempo la fatica, strappano al buio fiaccole di vita. Qualcuno felice le ringrazia, altro muto le guarda, altro implora quelle mani abili di quei volti sconosciuti di scavare e trovare, il resto cigola, sospira, prega, s’appella alla Madonna. La voce circola, lo strazio arriva lontano, c’è chi appronta lumini e chi si mobilita. Taluno parte, accorre, giunge e senza sosta soccorre e salva; talaltro arriva ciarla, fotografa, racconta e intralcia; altro dettaglia, rassicura, organizza, ripara e sazia; altro gira, ti guarda contrito, promette, stringe mani, non muove e sai già che non muoverà un dito, ma ai flash narra tutt’altra storia. Nomi e nomi si cercano, si chiamano, corpi inerti sì allineano, nomi e nomi si stampano, si piangono, qualcuno li conta, qualcuno a chi resta giura e spergiura che sarà lesto nel ridargli ciò che ha perso, altro accusa e ricusa ogni colpa del disastro Poi…poi nonostante tutto il tempo transita, viene l’autunno la terra trema ancora e fa passo all’ inverno, tutto s’agghiaccia e le promesse vanno in letargo, la primavera fiorisce le lacrime, i prati si colorano di promesse mancate, le polemiche di rimpallo vanno all’estate e le macerie sotto il sole cocente son tutte lì che ti guardano. Poi…poi una bella fiaccolata, qualche parola di circostanza e una grigliata di facce tostate che passa sotto il naso e ti fumiga l’odorato. Ripensando a come hai passato un anno o giù di li senza più niente di certo e concreto, con ancora addosso la paura che a ogni scricciolo sobbalzi, con ancora negli occhi quel turbinio di sirene, di muri crollati, di tanta, tanta brava gente silenziosa che aiuta, rischia la vita, conforta e incoraggia, con ancora volti, occhi straniti e voci stentate t’accorgi che, malgrado sciacalli, mercenari della parola e ammassi di macerie che cuociono al sole anni e anni di sacrifici e di vite, l‘estate cammina.
È sera, la vita nel borgo lentamente transita. Il cielo è sempre terso, le stelle brillano, i grilli cantano, le lucciole si rincorrono, l’aria fresca scende giù dai monti sibillini e accarezza la pelle stanca. Seduta sul ripo, a contemplare la natura, ripensando, la notte mi balla quel punto d’incognita che allora, nella violenza dei sussulti, del tremare brutale della terra, mi spaventò, nel mentre era solo il punto variabile sospeso su ogni esistenza Certo, è un punto che non avvisa, arriva e cambia radicalmente la vita. se poi è un terremoto logico che terrorizza. Alzo gli occhi su, su e al biancore di luna l‘orologio di San Pellegrino fisso su quell’ora, quei minuti mi spiaccica un polverone di rammenti e comprendo che devo essere grata al fato. Ripensando devo, anzi ognuno del borgo oltre il caso deve un grazie, un grazie di cuore a quegli eroi in divisa o volontari in camicia che silenziosi hanno agito e caparbiamente scavato, cercato, tranquillizzato. Ripensando, ripensando la sera è diventata notte. Una notte così gradevole, carica di mistero, di magia, di auspici di inizi che mi affascina. Seduta sul ripo resto incantata a guardarla e nel silenzio eremitico della montagna aspetto l’alba.

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Un dolce pensiero a tutti!
bydif

“Vengo da na partitella in spiaggia”.

festa pd villalunga

Arriva a la Festa, con po’ de trambusto sale sul palco, l’applauso è deboluccio ma co sto caldo che te scioglie è già tanto, ce guarda, nun semo tanti ma ce sorride, e te inizia col di: “vengo da na partitella in spiaggia”. Me pare dav’è sentì da Cervia e giù di li. E, mostrandoce il su manufatto “Avanti” te showfavella è ora de…de…de..
Tel di mi che ora! 
Ora che te se’ sbracicchignato alla “festa” a dicce e ridicce le cosucce tue come se fossimo alieni, che te ce hai erudito che sgabellando Letta non po più dì a nessuno “stai sereno” senza che te piova una gragnola de uhhhuhhh, che ce hai abbuffignato con la cantilena che non molli manco se te butteno nel VIII° girone dell’averno, di quanto sei figo a associà al tu pensiero chi te confuta. Ora che tutto ammollato de egosudore te hai finito de promove la tu scrittura pro-memoria, beh ora, nun pe “guardà il dito al posto della luna”, per capì se te avvoi lascià a qualcuno la mano libera de puntallo dove meglio la su luna gira o troncaielo, ora ce potresti pure istruì che te intendi fa pe’ accalappià el credito de fatte votà pe’ giocà la premier-partitella.
Tanto pe’ dì, ce piacerebbe tanto sapé, ora che Macron si fa i cavoli suoi a muso duro, se ie dici en marches o dietrofront. Se ancora te esulti o te vai a cenerarti a Canossa. Ora che per fregarci nazionalizza i cantieri navali sapé se glie dici bravo, marcia marcia senza guardare niuno in faccia o te vai a gettà na monetina nel pozzo de San Patrizio con la speranza che nessuno se ricordi la tu esultanza. Ora che col cavillo degli emigranti vuol mettere la zampa in Libia, proprio in quella libia che con la scusa del cattivone Gheddafi il buono Sarkozy bombardò per prendersi il petrolio e l’ha ridotta un colabrodo geopolitico e un marasma di traffici umani creando un sacco di guai All’Italia e agli italiani, se te vai a digliene quattro per difendere gli interessi nostrani, o te vai a sfoggià la tu diplomazia con un Twitter spot-moina. Ora che Macron col dito puntato all’ingiù contro l’Italia nell’arena UE rugge da leone con la Merkellina per riscrivere le regolette di Schengen e blindare tutti i confini, se te vai nell’arena a lottà per non facce recintà, o vestito da gladiatore te continui andà col myterivalutizzo sorrisino sui palchetti a orà Avanti, avanti populino. Ora che il tuo idoletto liberal euro-pista te en marcia dritto dritto su la su nazional-pista e te pensa che il tunnel Euralpin Lyon-Turin non è priorità e se possa congelà come se l’Italia non esista, se gli e te vai a dì che è un menzognero opportunista e l’Italia non è la su servetta ma una nazione che si rispetta, o te metti la camiciola da doméstiques e glie vai a infilà lo stivale per facce meglio calpestà la nazional-dignità.  Ora dicce…
Se sente qualcuno sghignazzà, la mi vicina sospirà, Lu se agguarda, se beve un sorsetto e addice: ora ve devo salutà amici, ievo andà a autografà, eppoi te sta a governà Gentiloni. Ah, se devi annà nun te potemo mica sequestrà. Se sente uno dì: almeno ce poi rimembrà da quando te sta lui a governà? Ce sta..ce sta…un rombo de motocicletta glie risucchia la vocetta, nun se sente na mazza. Deve annà, tra il caldo torrido e la selfie-confusione va.
Va, va tanto…
Tanto assussurra Gigino, el più accanito de sapè, pare de vedè un ingrippato de macronismo en marche che non te dice e manco te fa proprio nulla per contrastà gli su scippi e neanche i su arragionà sovranisti. Ma glie voglio appuntà: “noi avemo tanta fame” e semo gente de balera che non molla, ma…devi assapè che pe’ mettese in gioco e ballà cotu pensier ce vo’ che la orchestrina attua smette de sonà la solita solfarina. Nun vorrei dì ma mesà che se te continui a autogràfà, a dribblà e ripete che “l’Italia ce la po’ fa se noi non passamo il tempo a mugugnà” ce affai solo de noia sbadiglià. Glie fa eco un dal volto arrostato, ie appunti ben compagno, tra i banchetti e i fumi de grigliate ho sentito sfrigolà che da la su boccuccia gli ha smollato un bravo lodaiolo de sapesse fa i interessi soa che pareva udì i su contrari. E tra na bicchierata e l’altra de lambrusco doc dicere che da quando s’è messo a recità la litania Avanti Avanti in tutti i giardinetti le spiaggette e le festine s‘è perso la bussoletta da boy scout da non sapesse più orientà e s‘è empassato su la route da somiglià più a un totem spurdutino che a un advance boy leaderino. Ahia, tarriva de rincalzo un gruppetto de accaniti sui a di…Uh meio allontanasse e annà a curiosà a la “festa”..anzi annà a magnà na patabomba e sorbì na fresca birretta casareccia.
Mentre me te gusto ecco che t’arriva la Cesarina, mi vicina, a sventolamme felice il su libro con tanto de autografo, mostrà un renziselfie sgriffignato, aggiornamme che s’è ito in maremma ma nun sa se po’ aggiocasse naltra partitella perchè là mica  lascino fa’ come qua. È gente che nun vole esse molestà. Oh!
Beh, te penso guardando la copertina de “Avanti” che co’ su colori spentarelli, la su strada a saltelli me pare un tantino tristina e poco azzeccatina e più che a camminà in avanti fa pensà de stassene a rimembrà, glie andrà come glie andrà, tanto na cosa ia detta  certa: “l’Italia nun se ferma”.
Me auguro sia chiaro con o senza…la su lancetta Avanti marcia e mai indietreggia.
Te capì…très bien…
Che goduria, vien su un arietta dal Secchia da facce rinvenì. T’ho iarriva pure na musichetta cubana. Wow. Ora si che se fa “festa”!
bydif

avanti

Sette e mezzo?

raggi (2)

Sette e mezzo? Uhm.
Si è data 7 e mezzo la grillina per il suo primo anno da sindaca capitolina
Uhm..appare un tantino da impudente e parecchio da saccente
considerato che in città neanche col binocolo truccato
un romano verace riesce a vedere un qualche risultato
di quelli che sui media la sindaca si è auto pifferato
Certo niun logico romano si aspettava una sindaca da miracolo
A essere attenti si notava bene che non era una fuoriclasse da prodigio
con quel suo dire pomposetto imbottito di distinguo illibato
depurino di un sistema corruttivo svuota casse riempi tasche
strizza l’occhio all’amichetto ingordino e strangola diritti al cittadino
Tuttavia nemmeno credeva che arrivasse a imbrogliar se stessa
gongolando che col suo intervento stellato 
decoro e legalità ribrilla in ogni angolo
Per magnificare un effetto che anche ai romani più cecati sembra gonfiato
di buca in buca saltando i cumuli di monnezza
deve essere finita in una realtà espansa
O…forse
nella laudazione s’è scordata che non è stata eletta per un valore certo
è stata eletta  come prova d’occasione di popolar capitolina disperazione
Comprendo la debolezza umana
e un punto di vista da super women la realtà squadra bensì…
bensì con un pizzico di modestia oggettiva
almeno un po’ con quello dei cittadini collimava
Per dirla in breve
a un 3 assai più calzante la verità dell’ operato avrei applaudito
a un 4 storto il naso e a un 5 ingoiato un antiacido a un 6 mai ho pensato ma…
Ma stimato che i malanni della capitale putridano dai tempi de sor romoletto
e cambiar volto a una città sfregiata
era ed è impresa notevolmente complicata
che neanche un mago testato poteva ottenere in un anno un simile decantato
un sette e mezzo … beh mi sento proprio un romano coglionato
Al dunque cara Virginia se l’umiltà ti difetta nel calcolar un voto a te stessa
la prossima volta se ci sarà una prossima volta
almeno sii fedele alla sbandierata differenza pentastellata

green carpet capitolino

Comunque ha ancora 4 anni per dimostrare quanto vale il suo saper fare

 Per il bene di Roma e dei romani  almeno al sette e mezzo le auguro di arrivare

bydif

C’era una volta un paesello

erem

C’era una volta un paesello  bello, bello, da far invidia anche al passante più distrattello. Un paese in cui tutti lavoravano, mangiavano, poco ma mangiavano, miglioravano e tutti facevano progetti per se, i figli, gli amici, la comunità. In questo paese c’era un gran branco di pecore che brucava beato solo l’erbetta del suo prato. Un giorno il gran branco di pecore stufo della solita erbetta iniziò a guardarsi attorno per capire come girava il mondo e se c’era qualche erbetta più appetitosa. Guarda su, guarda giù, prati e monti sembravano tutti uguali, sennonché, qualche pecora scaltra, assaggia assaggia scoprì che l’erba da brucare non era tutta uguale, ce ne era certa un po’ nascosta ai più che ingrassava assai di più. Così, un po’ alla volta, pecora, su pecora, mangiando mangiando il grande branco si scompose e pecora, su pecora si scisse in tanti branchi. Uno di questi branchi, il profittatore, iniziò a speculare sull’erbetta rivendendola a gruppi di pecore di altri paeselli e alcune pecore, più astute e avide, non accontentandosi dei guadagni collettivi, segretamente e in modo che fosse impossibile al branco risalire al misfatto e accusarle di frode, smerciarono l’erbetta per proprio conto a pastori di greggi di paesi molto lontani. Il branco invece del favorino, iniziò a maneggiare e maneggiare l’erbetta per foraggiare il proprio ovile, quello di parenti, amici e amici degli amici; il branco dei fancazzisti, ovini senza senno e amanti della vita da pecora pasciuta stesa al sole, viceversa se la brucava di tutta fretta strappando con mala grazia le radici; un altro, forse il peggiore di tutti i branchi, dei raggirini, per satollarsi indisturbato la ciancischiava con belatini su belatini da intronare tutte le pecore che tentavano di entrare a far parte del branco per brucarne un po’. Solo tre branchi non si fecero fuorviare dall’erbetta nascosta ai più, quello degli onestini, tiepidini e rigidini. Il branco degli onestini continuò a brucare l’erba del proprio paesello rispettando le regole del brucare senza danneggiare i prati, insegnava alle pecorelle giovincelle a comportarsi lealmente e dove non aveva competenze le spingeva a istruirsi, a frequentare greggi più evoluti, a visitare altri paesi, bensì sempre da pecore rispettose, ligie al dovere e consapevoli che l’onestà paga sempre e scavalcare, rubare, aggredire altre loro simili non è un agire da pecore corrette ma da malandrine; inoltre quando poteva si prodigava a cercare campi e prati nuovi in modo che in nessuno ovile mancasse il foraggio minimo, tanto che alla sera il branco era così stanco, così stanco che il pastore di turno non aveva bisogno del cane per farlo tornare all’ovile. Quello dei rigidini, gregge assai snob e classista, seguitò a brucare l’erba del proprio paesello con molta fiscalità e controllo in modo da sfamare il proprio ovile senza sprecarne neanche un filo, stava molto attento che nessuna pecora trasgredisse e profittasse in proprio, in più ogni giorno cercava di farne avanzare per accumulare preziosa biada per tempi meno prosperi sollevando il pastore dallo scervellamento di trovar pascoli per erba di riserva. Quello dei tiepidini, branco che mai si affannava e mai si sprecava, continuò a brucare l’erbetta senza brame e angustie di futuri, contentandosi di saziare la fame giornaliera propria e dei propri agnellini nei campetti più comodi e convenienti al pecoraio, al massimo ogni tanto toccava al can pastore scomodarsi per far rientrare nel branco qualche intrepida pecorella, o abbaiare per sparucchiare fughe ribelli di agnelli un po’ curiosi e un po’ desiderosi di emancipà le conoscenze e infiltrarsi in greggi sociali arrampichini.

Nel mentre il tempo al paesello sembrava scorrere in una sorta di strano equilibrio in cuii branchi agivano senza urtarsi e provocar sommosse, dacché: i greggi per così dire deviati dalla buona condotta si spostavano malandrinamente ma senza troppo uscire dal loro recintello frodatore e senza troppo invadere quello delle pecore tiepidine, onestine e rigidine; a loro volta i branchi dei tiepidini, onestini e rigidini agivano conservando una specie di superiorità, di flemma ottimista e un po’ cecata, non si confondevano mai con gli altri branchi e non si impicciavano dei comportamenti altrui, solo talvolta si riunivano e discutevano che sarebbe stato conveniente per il buon nome del paese porre fine all’agire malverso ma poi tutto finiva a tarallucci e vino.

Invero, in questa pastura idilliaca, chissà come chissà perché avvenne che senza intento i branchi si mescolarono e persero la loro cifra distintiva e il paese sprofondò nel guazzabuglio. Nel pastrocchio ne approfittò il branco del ciarlare che con abile oratoria iniziò in tutti i campetti in cui c’era erbetta fresca a sparlottare e straparlare. In questo gruppo del ciarlare scorrazzava qualche pecorella furbettina e qualche capretto imbroglioncello loro amico.  Nelle sieste meditarono che con le ciarle ci si poteva ricavare un profitto e forse accumulare un tesoretto di buona erbetta col quale potevano liberarsi del pastorizio, attirar ingenue pecorelle e agnellini e farsi una coorte di fedeli compagnetti per migliorare il loro status e trasferirsi in un ovile più acconcio. Così iniziarono a pensare e pensare: come fare per ciarlare e ricavare. Pensa che ti ripensa a uno glie s’accende la lampadina di creare una magica congreghetta. Scandagliò il territorio, trovò una stazioncina vecchia vecchia, ci invitò pecorelle e agnellini un po’ smarriti, un po’ credulini e un po’ maneggini. Li nutrì di favolette rottamine, di poteri avvizziti, li rimpinzò di frottole pomposine da renderli un gregge di assuefatti cretini pronti un di a ribelare il suo verso , idolatrarlo e acclararlo il più capace agnello del paesello tanto bello. Nel frattempo, in un armento, per radunare attorno a se un gruppettino di pecore citrulline, una pecora di pelo ribellino si sgolava a dire che nei campi tutto andava alla malora e ci voleva di rovescià l’andazzo dei greggi accreditati a pascere l’erba collettiva sputtanandoli sulle piazze e rimandarli all’ovile con un bel calcione nelle chiappe; in un altro gregge un agnellone sgridacchiava che bisognava aumentare la sicurezza nei tratturi, delimitare gli ovili, scacciare gli intrusi dai propri pascoli, sganciare il paese dai vincoli capestro di agnelloni egocentrici senza un briciolo di equità che poi vivevano all’estero. Daie oggi, daie domani, il ciarlare a rinculino di sproloquino, di vaffino e di sgancino, produsse nelle teste delle pecore accodate ai voleri dei pasturai e di quelle disorientate una babilonesca confusione, tanto intricata che le convinzioni nei branchi vacillarono, la tranquillità andò a farsi fottere e nel paesello lo scompiglio iniziò a regnar sovrano e nessuno più capì chi era pecora e chi cristiano.

A sto punto della storia, nel paese tanto bello si creò un tal dilemma generale che per le strade ognuno si guardava e non capiva se era ancor pecora o umano, o se era ancor umano o pecora. Uh come si scrutavano e come non capivano a quale insieme appartenevano! In breve, umano o ovino, divenne nel paese l’ alternativa da sgrovigliare ogni mattino. E, fosse pecora o cristiano, al sorgere del sole ognun si dilemmava da che parte andare, a brucare o a lavorare? Se vado a brucare e non son pecora che succede? Se vado a lavorare e sono pecora che avviene? Il rischio di sbagliare a quale “gregge” accodarsi e attirarsi una fiumana di sghignazzi dei foresti era grave, anche perché tutti i leader vecchiarini e i pecorai guardarini dubitavano chi essere chi e chi portare a lavorare o a pascere. Così ovini e umani nel dubbio di farsi coglionà iniziarono a camuffare le abitudini. Al mattino le pecore gutturando strani vocalizzi si sedevano al bar a ciarlettare, gli umani belando, belando se ne andavan a saltellar su e giù per campi con somma gioia dei can pastori che vista la baraonda ne profittavano chi per una giterella di relax, chi per sconfinà in pasciure estere, chi per ringhiasse in libertà. Solo un can pastore arguto e navigato non perse la bussola. Si mise al centro del paese e cercò di sbrogliar il caos e riportar l’ordine di identità. Ma più latrava e cercava di rinsavir pecore e umani e più uni e altri lo sfuggivano pensando che li gabbava. Fatto sta che per le ciurlerie di un branco tutti avevano perso la loro caratteristica natale e il paese a poco a poco si perdeva oltre la nomea anche il carisma internazionale. Infatti, nel mentre che nessuno più conosceva chi era e come doveva comportarsi e solo il can pastore si sgolava senza riuscir a ricomporre la condizione nei ranghi del genere originario, successe che la situazione ingarbugliata non sfuggì a qualche occhio di passaggio, piuttosto loquace e anche invidioso che sobillò in qualche orecchio la crisi identitaria, quasi di catalessi che imperversava nel paese. In un baleno nel circondario e anche oltre si alzò un polverone di vociferii populini che rese il paesello un vero spasso da cuccagna da attirar frotte di gruppi foresti assai furboni. Prima vi piombarono i falchi che si sollazzarono a comandà a umani e pecore di far quello e questo col cavillo di risolvere il loro dilemma nel mentre li fregava assediandosi nei meglio ovili, case, campi e quant’altro gli allettava la loro brama conquistera. Poi accorsero tipi senza arte ne parte per magnà a sbafo e zimbellà pecore e umani. Infine il vocio stratosferico attirò una masnada cosmopolita che trasformò il bel paese in un vero reticolo di via vai di colori e idiomi da fare impallidir la bandiera rimasta appesa al pennone dell’ovil capannone municipale. Il can pastore, unico rimasto lucido, si disperava e si scotennava il pelo sul come fare per districare l’imbroglio causato dal branco dei ciarlini, dei vaffini e dei sgancini visto che le pecore, per non prendersi gli sghignazzi dei foresti ciarlavano e gli umani per l’angoscia di essersi accodati alle pecore e non essere derisi belavano. Chi poteva rendere limpida e chiara l’identità e ripristinare le categorie d’appartenenza in modo da sgombrar il paese dalla masnada di intrusi, sbafatori e profittatori?…! La situazione gli sembrava irrisolvibile. Poi, con il po’ di senno rimasto malgrado gli anni si disse: una scappatoia c’è, però mi urge trovar un intermediario suadente a cui ovini e umani s’affidino senza timore dì esser sollacciati ma…Ma il problema era scovarlo.

Mentre il vecchio can pastorizio investigava a destra e a manca se almeno a una pecora e a un cristiano gli era rimasta la coerenza identitaria, ecco che in paese compare un eremita trascinatore e perspicace che si era allontanato dal mondano un po’ schifato e un po’ costretto da maldicenza sul suo operato, che stufo di starsene a medità in solitario voleva ripristinre un po’ di social contatto. Da acuto razionalizzò subito l’accadimento e per niente scosso dal bailamme tra umano e bestiario arguì che se voleva comunicare coi suoi simili era necessario rompere l’imbroglio vizioso che nel paese s’era creato. Con sveltezza da far invidia a un cronomen collaudato si mise a belà con le pecore per farsi seguire nei campi a ribrucare l’erbetta e a parlà coi cristiani per farsi seguì e ripiazzarli ai propri compiti quotidiani. Ci mise qualche giorno ma senza perdersi in cincischie riseparò ovini e cristiani e riportò i “greggi” ognuno a comportarsi in base al criterio di madre natura. Tuttavia il paesello immobilizzato dal travisamento identitario era tracollato nel caos. Nelle strade l’immondizia appestava, sorci e canaglie scorrazzavano, ciuchini e fannulloni sozzavano. spioni e inetti sovversavano, foresti e strapiantati ovunque culi e lingue parcheggiavano. Quindi ci voleva una scossa che terremotasse le chiappe di tutti per ripulì il paese e liberarlo da tanto sfascio. L’eremitico, con fare diplomatico, sondò il pensiero dei compaesani sulla situazione ma quasi tutti risposero che non c’era alcun problema, eppoi avevano altro da pensare e fare che occuparsi di sgombrà dal sudiciume le piazze, che ci pensassero quelli a cui avevano pagato le tasse. A tal risposte, li per lì il solitario, assai civico e cultore estetico, pensò di rifuggire sui monti a contemplare le bellezze e godersi i profumi dei boschi, benché si disse che non poteva fare lo gnorri e andarsene senza riprovare a scandagliare se nella comunità esisteva almeno uno che come lui pensasse che il paese era ridotto a uno schifo da disonorasse. Animato dal fervore utilitino girò il paese in lungo e in largo. Ovunque constatò che con il suo semplice stratagemma tutte le pecore erano rientrate nel proprio branco e pecorai e can pastori le pasturavano senza drammi. Tutti gli umani si erano sconfusi e ognuno aveva ripreso il suo posto comunitario. Si sentì ringalluzzito e si disse: ho fatto bene a rientrare nel paese, con la pazienza e sapienza eremitica accumulata posso servire anche a cambiar l’apatia dei paesani verso i problemi generali, renderli partecipi rasettatori ambientali e restituire un po’ di dignità che a un paese non fa mai male. Però un qualcosa gli rodeva l’animo. Non capiva bene cosa gli disturbava l’ introspettivo. Nondimeno sapeva di avere un fiuto sopraffino che non sbagliava mai, quindi c’era un qualcosa nel paese che aleggiava però il nocciolo della questione gli sfuggiva. Per afferrare che c’era che gli scuoteva l’animo decise di rifare il giro. Ripercorse in lungo e in largo il paese visionò ogni angolo e sbirciò pure oltre confine per meglio capire. Rivide le torbe di giovincelli che oziavano, i ragazzini esauriti e quelli che giravano ridacchiando, le giovinette dagli occhi tristi che ciondolavano e quelle truccate che adescavano, donne che correvano zoppicando e mamme che strascicavano i figli in un traffico forsennato, omi che a occhi bassi strisciavano i muri elemosinando e omi sudaticci che gongolavano, vecchiette che riempivano le sporte sfilacciate rimestando negli scarti dei supermercati e signorone che al caffè conversavano. Oddio barlumò, i miei bei tempi non so come ma di sicuro son tracollati, il paese non è più una fucina di occupati, troppi non lavorano e mangiano e molti manco s’azzardano più a fare un progetto, tuttavia non per questo mi posso sentire un rodio intimo da non dormire. Forse l’eremitaggio ha cambiato le mie antenne fiutine e esagero, concluse. Poi …

Poi vide: un folla accalcarsi attorno a uno stagno puzzolente da mandare all’altro mondo che stava ad ascoltar rapita un cafone blaterone che neanche una formica gli avrebbe concesso un minimo di attenzione; una massa di omini e donne che si accapigliava per un posto in una tribunetta dove un figuro da un piedistallo sbracciava e snocciolava una fiumana di invettive che nessuno poteva capir a che si riferiva ne tantomeno come e quando agiva e neppure a chi serviva; una piazza stragremita di gente smagrita e malvestita che impalata sotto una bomba d’acqua ascoltava adorante il farneticare di un fringuello cervellone che affermava di consumarsi giorno e notte le meningi per far solo i loro interessi ma indossava vestiti e scarpe che costavano un occhio della testa e un orologio che al venderlo per anno una famiglia ci sguazzava; infine, in un parchetto zeppo di tende, di rifiuti, di cani, gatti e randagi avvistò gente sparuta che applaudiva un trio che gli schiamazzava sul come riorganizzava in meglio la loro vita ma il dire che sentiva  di tutto sapeva meno che di giustizia e democrazia. Fu allora che capì il rodiò. Era lo stesso che lo aveva convinto a ritirarsi in romitaggio. Il paese era bello bello da far invidia anche a un santerello ma oggi come ieri si poteva scannà bensì non poteva cambiare mentalità a una massa di pecore beone. Quindi capitolò l’idea di rimettersi in pista e di tutta fretta se ne tornò al suo romitorio a gustare il sole nascente, i tramonti cristallini, i profumi dei fiori selvaggi, l’acqua gelata dei torrenti alpini, le bacche dei pruneti, i silenzi delle dure pietre.

Lasciato che ebbe il paese al suo destino garbuglio, gli aspiranti pasturai del popolo si sentirono assai sollevati, sapevano che l’eremitico era assai più di loro carismatico e anche un tantino di spirito più dignitoso e franco, averlo tra i piedi sarebbe stato un guaio, comunque la faida tra loro continuò. Il tizio illogico soffiò, soffiò di essere bravissimo a cambiare a tutti un po’ la vita ma inutilmente si sfiatò; il vituperaio strillò strillò che lui non era un burattinaio da profittasse il popolo ma neppure il suo gatto lo cagò; il trio cantò di dare a tutti un po’ ma poi si tenne tutto per se; il cafone ciarlone imbonì i branchi d’omni di esser il miglior guidatore sulla piazza ma assisosi sulla vetturetta prese una curva storta a gran velocità e si fracellò. Al dunque, il suo ritiro a nessuno giovò, ognuno si rivelò un flop.

Dopo qualche mesetto l’eremita ridiscese per comprare un paio di calzari che gli s’erano ammollati e non si stupì affatto di sentire solo belati. In fondo pensò il paese anche strapieno di pecore è bello che più non si può! Mentre fischiettando felice se ne tornava al suo amato eremo, da un angolino il vecchio can pastore che non aveva perso il senno, tornato in paese e ormai da tutti ignorato, con gli occhi lucidi sospirò. Beh che c’è abbaiò a una pecora che lo guardava..In fondo  è  il pastoraio più eccellente che un gregge abbia avuto!

pecore-

By dif

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Labor day.

1maggio

Labor day, Labor day. Ma che è?
É la Gran Festa del lavoro e dei lavoratori!
Dici?
Dico!
Bah, a me sembra solo un giorno festivo qualunque.
Qualunque!!! Ti sei forse scordata come è nata questa festa? Le lotte, le pene, i sacrifici, i morti, i…
No.
E allora? E allora son tempi andati, vecchi, stravecchi e fottuti!
Ma che dici, il tempo del lavoro non ha età, non va mai fuori moda,non ha scadenze è sempre attuale.
Illuso e pure visionario! Lavoro,lavoro, lavoro, ficcatelo nella zucca, il lavoro non c’è, è morto e sepolto, ovunque rimpiazzato da concertoni scassa timpani.
Mannò, sei catastrofista, il lavoro è vivissimo. Eppoi lo dice pure la Costituzione che è un diritto per tutti.
Diritto….fiuuuù …a stassene a casa a scassà le mosche, a implorà i santi de fatte dà na mano a trovallo, a scoiatte le meningi per improvvisarlo, a supplicà de togliete dalla dannazione giornaliera de invià curricula senza risposta, de fatte magnà pure a te na patata, de datte la possibilità de’ un minimo di dignità, de …de..
Aoh, te sei alzata col piede storto oggi che vedi nero?
No, me so alzata col sole in faccia che me fa vedé chiaro e limpido che la nobile fatica del lavoro è stata ridotta a indecorosa fatica de sognà il lavoro. Ma dai, io lavoro, non sempre ma ogni tanto arraffo tre mesetti de stipendietto de 800 euri, se poi ce metti che me posso coltivà l’hobby del rimedio qua e la, fa diverse cosucce senza l’incubo de sottostà a padrone me pare che oggi posso festeggià alla grande.
Si, pure io lavoro a 400 euri un mese si e uno no. Ma..
Ma che… Beh, me pare che oggi te poi stravaccà al sole senza pensà, la vicina mica ha sta fortuna, porina va sempre a magnà a casa de carità.
E i figli, i giovani. Non pensi a loro. Che futuro hanno?
Futuro, futuro.. ma che te vai a pensà, oggi si vive sull’oggi, il futuro è roba per paurosi, da popolani che non sanno adeguarsi alle sfide dei cambiamenti. Ma te pensi mai quant’è stimolante campà na vita in cui ogni mattina te devi inventà come pagare affitto, bollette, pizzicagnolo, scuola, asilo e tutto l’ambaradan?
Ce penso, ce penso assai che a volte so stracotta de rabbia e tristezza!
Beh, se te viene la melanconia, per tirarti su il morale, pensa ai politici, ai rikkie, ai… o ai… quanto so sfortunati, porinelli!
Che te staie a di, le scemenze o ..perchè se ce penso…uhh stamme alla larga che te stroncico la camicia e pure il faccino.
Dai non te surriscaldà.Rifletteci un tantino quelli se morono de noia, e quando non se morono esausti de noia se danno un gran da fa a ditte che il lavoro è un residuo antiquato, gli Adamo ed Eva oggi non se devono più sudà per vivere onorevolmente, sfamà e cresce i figli, oggi se devono sudà solo per arrostì al sole e sfoggià na abbronzatura da invidia. Me voi di che  non so porini de mente? Dici.
Dico. 
Pane e acqua  son pronti?
Si, chiama i ragazzi e andamoce al concertone a godé a tutta sto Labor Day. Tanto…
Tanto che?
Che…che…se sei precario, sottopagato, ricattato, senza lavoro, e..e…sei considerato un privilegiato.
Allora, è non è la nostra festa?
Eccome se lo è!
Allora, nun ce stamo proprio a pensà, godiamoci sto privilegio!

papaveri

Felice 1° maggio a tutti!

bydif

25 Aprile: giorno della libertà. Ma

Milite-Ignoto

25 Aprile:giorno della libertà. Ma da dove viene? Viene, viene dalla…

Resistenza che non è una leggenda, un aneddoto, un vecchio fatterello di cronaca, un giorno festaiolo di sbandierata piazzaiola, un itinerario folcloristico o una cerimonia sfilareccia per vecchi nostalgici. Tantomeno ha un colore definito che può essere accaparramento di questa o quell’altra ideologia partitica, un esclusiva di memoria o di rivendicazione di valori a senso unico. È un realizzato libertario concreto di storia del nostro paese. Storia di lotta di uomini e donne che da nord a sud hanno combattuto con ogni mezzo per riprendersi dignità e libertà. La resistenza è rivelazione di ciò che donne e uomini possono fare quando non si sottomettono alla tirannide; quando non si arrendono alle difficoltà; quando rischiano il tutto per tutto, quando si espongono con idee e fatti; quando combattano per il bene comune senza distinguo; quando non temono per il loro oggi ma per il domani dei loro cari, per il futuro delle generazioni. È quando donne e uomini uniti prendono in mano il destino del loro paese. È un patrimonio di reazione alla paura e alla acquiescenza dispotica da tenere in bella vista ogni giorno per evitare che la “storia” si ripeta. Si dice sempre che la storia insegna. Attualmente però ne dubito. A quanto leggo o sento in giro per certe memorie corte o troppo impegnate a lustrarsi gli scarpini con la vita altrui non è poi così. Mi scappa da dire che non son certo memorie degne di cerimoniare quei tantissimi morti sui monti, nelle campagne, sulle rive di torrenti gelidi, ovunque c’era da opporsi e ricusare un sistema insopportabile, quei donne e uomini, che miravano al resistere e resistere non per incensarsi in sfilate ma “per vivere da uomini o da uomini morire”.

A 72 anni dall’anniversario della Liberazione c’è necessità di una memoria impellente condivisa da consegnare ai giovani, per scongiurare il ripetersi di un periodo disgraziato. Non di diatribe politiche o partigianerie sterili o, come ho appena ascoltato, discorsi retorici e stracarichi di parole che s’appendono alle bandierine senza lasciare traccia di insegnamento. Perché guerra non sempre è bomba. Angheria non sempre è ingerenza nemica. Conflitto non sempre è sparare con un fucile. Soprattutto Resistenza non è sinonimo di eterna pace, giustizia, libertà. É conseguimento di valori a prezzo di donazione straordinaria della vita di eroici uomini e donne da alimentare con tenacia tutti i giorni. Il 25 aprile è quindi una memoria di altruismo plurale, di volontà corale di uscire da una logica di indifferenza, di ingabbiamento drammatico, di buio e paura per ridar luce e produttività a una esistenza libera. È coraggio, immolazione, amore, aggregazione, identità, giustizia, educazione alla autonomia mentale, repulsa alla guerra, alla ghettizzazione, all’abominio. Trasformarlo in palcoscenico politico, divisioni, menzogne, rinfacci, polemiche e quant’altro la bassezza umana riesce a trovare per far emergere ragioni settarie è riammazzare quei coraggiosi donne e uomini che hanno determinato la libertà. Soprattutto è tradire lo spirito originario, quel sussulto spontaneo che ha unito aldilà di criteri egoisti per liberarsi da gioghi dittatoriali e guadagnare l’indipendenza. I diritti sanciti dalla Costituzione non provengono dal nulla ma dal sangue, da una cultura di solidarietà, di entusiasmo comunitario, di costruzione al dialogo, di partecipazione stimolante, di difesa quotidiana delle proprie radici! E, oggi più’ che mai ci sarebbe da riflettere per reagire a uno stato di fatto che giornata dopo giornata ci tiene prigionieri di paure, di angosce terroristiche.  Ci rende sempre più apatici spettatori di manovre e contromanovre in ragione di assurdi diktat, indiscutibilmente autoritari, impositivi e interessati a un profit individuale.

Per concludere, a rigor di logica il 25 Aprile, giorno commemorativo della Liberazione, dovrebbe essere la festa Nazionale che unisce tutti gli italiani. Invece..invece ha contorni strumentali indecorosi che disonorano proprio la Memoria di un giorno fondamentale della storia d’Italia. Un vero errore. Basterebbe aver chiaro che la Resistenza è una formula di Liberazione da ogni tipo di oppressione, valida per ieri, l’oggi e il domani, da memorizzare e tramandare senza se e senza ma. E son sicura che magicamente il giorno della Liberazione, prodotto generoso della Resistenza, finirebbe di essere il ricordino da tirar fuori dal baule per dargli una areata annuale  a rintuzzo di polemiche rivendicative. Anche perché è doveroso non scordar che : La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”

mano mano

Buona serata di felice libertà!

bydif

 

Le Fiabe di “memoria”

Per ricordare come l’uomo, in bene e in male, non finisce mai di stupire:

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“Tuo padre dipingeva queste immagini di nascosto, come un ladro, perché se i tedeschi lo avessero scoperto, sarebbe stato severamente punito. Ecco perché devi perdonarmi se i disegni sono così goffi” Henryk Czulda al figlio. Sopravvissuto a sei campi di concentramento. Scrisse la favola ” le avventure del pulcino nero” come dono da portare al figlio piccolo Zbyszek .

copertina-italiano-
“Le avventure del pulcino nero”
“La favola della lepre, della volpe e del gallo”
“Su tutto ciò che vive”
“Le nozze nel villaggio delle grandi vespe”
“Il gigante egoista”
“I racconti del gatto erudito”.
Le sei favole contenute nel libro pubblicato dal Museo di Stato di Auschwitz,  sono state tutte scritte e illustrate da prigionieri ebrei polacchi internati nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

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Come afferma Jadwiga Pinderska-Lech responsabile museo:

“ siamo riusciti a stabilire che almeno 27 prigionieri erano coinvolti in vario modo . C’era chi scriveva, chi disegnava, chi colorava e chi si occupava degli altri aspetti . Ovviamente tutto in gran segreto, durante le pause degli ingegneri tedeschi”

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E’ impressionante come anche nell’orrore più atroce la creatività umana trova il coraggio di ribellarsi e sfidare umani disumani

 

ByDif nel giorno della memoria

 

le immagini le ho scaricate…

 

Il Paone Spavonato

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Nel bar dell’aia a me vicina, è di moda favellar la storia di un paone pomposetto e riformino che un dì, alletta na platea de babbei e un vecchino, faruglia d’esser l’unico modestino a cambiar il loro magro destino e s’appollaia, a tutta fretta col su magico gigliettto e qualche croco furbetto, sul ramo più alto della stanza del comandino. Isso sul rametto, paventa a tutti una cuccagna, s’ acconcia piume e piumette a la su greppia, a tutta cresta te inizia a beccà, sgufagnà, proclamà; a girà per boschi a sfanfaronà che grulli tacchini covaccia e gallycedronus ingaggia. A gufi e civette perplessi da tanta baldanza, sputacchia che meio de lui non ci sta e se devono rassegnà a sta a guardà. Nell’aia belante slaida una sequela de cose da riformà per meglio tutti campà. Ai galli zucchera stantie polpettine per fargliele ingozzà senza falli cantà. Alle galline smuove l’aria per falle fetà qua e la portentosi ovetti da distribuì ai giovin capretti in attesa de potesse sfamà. Ai suini trogola una sbobba da cileccargli la voglia de grufolar ne la su stanza parlottina. Tronfo de gloria, sgrilla la coda compra un super aereo viaggia. Ovunque s’assede se paoneggia, becca, ciancia, sfotte e comanda. In tutte l’aie paulula da re senza capì che solo i farlocchi incanta e più la su rota luccichina ciancia più va a finì che ve inciampa. Qualche astuto galloppayo l’avverte de non esagerà, de frenà la su boria, ma il paone ormai cecagno de vanagloria li mette in minoranza e va ancor più agirà e rigirà, a mostrà le su piume al vento. Anzi, convinto d’esser addivenuto er sovrano assoluto dell’aia te va pure a escogità de sbarazzasse de regole e regolette, fornisse de nove acconcie ai su megalomani progetti blaterando che servono a sfrondà i rami parlottai e fa sfollà tutti quei grassi musicai che v’assostano addurmì. Per meglio inchiappettà il popolo dell’aia e fasse incoronà re de tutte l’aie del contado, il gonfiopaonetto a tutti le decanta, le decanta tanto le su riforme da intontir oltre i ciuchi anche i cavalli scaltri. Solo alcuni pulcini, che giran giran per l’aia senza trovà il mangime e alcuni cigni, che sanno nuotar zitti ma pescà veloci, non se lasciano irretì e te vannò a intui che la fregola del paone a cambià le regole dell’aia mira a altra direzione. Il paone s’è tanto supergasato d’esser irresistibile che nell’essere informato che pulcini e cigni nun so fessi irretiti, ce fa una risata e sparpaglia voce che so un’accozzaglia del guazzo, tutti diranno si alla su riforma con gran gioia e loro se dovranno sbobbà la su vittoria. Porino … se sapesse ….che…. na schiera de cacciatori imbelli schiamazza a gai fagianelli, galli e tacchinelli di spennargli la coda che con vanto paonazza, strappargli quella cresta da fanfare e fallo fuggì dall’aia, altro che sfotte e inghirlandasse, se addoeva infilà il giubbino antiproiettile, mettese a corre a perdifiato e pregà d’arrivà in cima al colle a fasse ospità nell’uccelliera  dal capo fattoria….Stando al favellar… è con quel suo dir che se tira la sfiga e se firma la su condanna,  perché il popolo dell’aia, al sentirsi definire un’accozzaglia, già arcistufo della sua aria da paon ditta-re, corre in massa a diglie che le su riforme se le po’ tenè, e se nun glie va bene se po’ pure andà a eremità per boschi. Fatto sta che insiste e insiste che da reuccio pavone si trova spavonato e finisce sul selciato da un no esagerato, esternato da un paese a dir poco esasperato. Al no dell’aia alla su proposta, li per li s’annichila, assai sconcertato fa du lacrimucce e un paulo balbettino poi dal su bosco s’è spoltrona e vola a tutto fiato in sul colle presidiato a di me ne vado. Il poncello così se pensa de salvà almen la cresta. Invece il porino è finito congelato nel frigo smammarino del capo fattoria assai accigliato che canocchialando, dal su bel colle quirilino, ha osservato una schiera di fagiani e meleagris gallopayo che dai rami del parla tu che sfotto anch’io, affamati dalla sicumera paonfanzista, canticchiavano d’aver acquisito con un no inaspettato e un si deflagrato col su parterre rabberciato, paontwittino tvbombardino buggarintrona, il legittimo diritto di spennarlo e divorarlo senza un minimo di afflitto e di travaglio d’apparir ghiottoni spudorati di un paon supermontato con un ego smisurato. Il paone mezzo spennato, messo al fresco dal fattore pe’ tentà de salvà la su situazione,  invece che mettese a riflette in do ho sbagliato se ribada so io er meglio del contado, so io che ordino e tramo, so io che cambitutto in meglio, so io che in frigo ce mando chi me vol fa sbobbà. Poro pavoncello, se vede che  con la botta  ie smontato el cervello. Altrimenti…s’ attaceva.  Si nun s’è stontato ormai deve assapè che ..…daie che te daie a crogiolasse d’esser re immortale; ruota che te riruota le su penne a destra e manca; sventaglia e risventaglia l’ocellata variopinta in su la piazza merkatara con bulloarroganza; vola e te risvolacchia a mostrà la supremazia di leadership con ruota pernacchia a un unione cecchina, paventa stalking rendiconto sforabilancia, sferra pugno terremoto migranti, e…con manovra t’incastro e t’avanza, deve assapè che la su novella se l’è male raccontata e con un si trobato s’è fatto frittata . …Che,in una notte ne buia ne chiara, isso sul tronetto ghigino l’imponderabile il suo asso calava…e la spennatura ci stava. Se favella tanto in su le piazze le su disgrazie, ma niuno ce vede de che scandalizzasse de na vendetta oltranzista del drappello uccellatore contro il povero paone strafottente. Iè accusato d’aver alimentato i sazi predatori e lasciato a panza vuota i millenium osservatori, aver gonfiato a dismisura le su quotazioni spifferaiando ch’era l’unico paone sul mercato, adatto a rottamazzare le ruote ai tacchini vecchiarini, all’oche starnazzanti e ai galli chicchirichini, stazionati nell’aia da ciuchi sprovvedini, pecore capre anatre mute e grassi suini. Insomma, com‘è come non iè,  il fatto ie che il pavo cristatus con tutta la su vanità, in una notte stellata con gufi e civette in ansia, è finito ruotato da un si mancato, messo nel frigidairo a clima comandato a sfrollare il su verso immodesto de io so diverso, senza tergiverso cambio verso a tutto il piazzame e mentre l’alba spunta e il guazzabuglio piazzame brinda, al megapaone spennacciato l’iperbole de la su bella favola fracella su tutte l’aie del contado e il botto è così grosso che attraversa l’oceano. Porino… la su caduta.. niuno soccorre. Tutti lo spennano. Solo il fattore ha un po’ di pietarina. Non capisce tutta la storia, vede solo danneggiata la su boria e pensa di frollarlo un po’ prima di buttarlo allo sbaraglio del popolo della su aia. Il capo fattoria pensa de  salvaie almeno qualche penna , però non sa che… che il paone, iè tanto grullarino, e nel frigo sta ideà  non ci sto fattor mio,  il re so io, anche a te un bel frittolo so cucinar io. Porino, nun arriva a capì de bassà la cresta, quello, è di poche parole ma assai scaltro d’occhio e di cervello.  Intuìto l’intrigo rimugino del paone, il capo fattore fra se se dice, a si, mo paone te fo vede io, in che pasta sto impastato io, e preso il matterello apre il frigidario, sbrina il porino, lo ciuffa per le zampette e gli assesta un colpo da maestro al pennacchio, e in un balenio il paone è spavonato dal fattore capo e in bel cappon da brodo trasformato, messo in pentola e a fuoco lento lento lento li lasciato. La notizia del paone ammollato se sparpaglia subito nell’aia e tutti se mettono a congettà che di lui sarà. Il fattore essendo un equo aristocratico, non vol passà da avaro che se pappa da solo un paone, te ben pensa de chiamasse a la su mensa a spartì la sorte del paone con tutti i capetti dell’aia. Quelli assai in gaudio per la spennacciata manco un secondo ci pensano, facendo finta de non vedè, pecore ciuchi e galli su cortigiani che per l’aia fantasticano e se rodicchiano l’animo pel bel paoncello ammollo, fra il giubilo dei tacchini e pure dei suini, frottano subito al colle assedè a la mensa con gran supponenza e voglia de dì. Ognuno a su modo e con su verso infatti se mette a sbrodà e risbrodà a intingolà il becco sporco in ogni piattino, a ingozzasse e scarnificà il povero paone e senza un minimo de creanza pure a esultar senza ritegno palleggiando le su piume nel salottino azzurro del convivio. Il fattor li ascolta e li guarda, se frena da di quel che pensa della poca creanza ma a sentirli strugolare bevaracciare sfregiettà oltremisura se scoccia assai così ripreso il su bel matterello a uno a uno giù dal colle li voltola fino all’aia. Poi, abbugliato assai dal comportamento de su commensali fa serrà la porta e se ritira a pensà. Pensa e ripensa di chi se po’ fidà, de chi mette a capo senza scontentà l’aia, de chi meio è istriuto per conferi e rappresenta la su fattoria…pensa che te ripensa, a il paone, a la su corte, a tutta la situazione dell’aia, conviene de non potesse fidà a lasciar l’aia a sbrodolà su un pavone iperbolico, manco se po’ permette de perde tempo con tutto quel che c’è in ballo alla fattoria, e men che meno se po’ fasse coionà in giro d’esse privo de abilità o peggio fasse fregà dallo spennacciato che ammollato sta a tramà come smollasse dal pentolaio. Pensa che te ripensa al fattore gli appare chiaro de fa sentì che je il capo de tutta l’aia e che niuno lo comanda o gli impone qualcosina che non esca dalla sua testolina. Tuttavia sa che nun ha tanto da pescà. Decide allor de nominà er meno peggio. Ce son quattro che ie sembrano adattini, ma nun sa prevedè il futuro, accusi pensa è  meio  se affido  alla sorte, può essere che c’azzecco. Prende 4 foglietti ce scrive i 4 nomi, li mette nel taschino e tira su il fogliettino. Ahio, il nome nun è proprio er meglio, troppo gentile ma se pel destino è quello, quello nomina e nun ce torna a pensà anche perché deve da un segno che niuno se po ficcà nella capuozza de comandà da re, d’autoproclamasse er meglio, de insedià le regole tanto pe fasse bello e apparir salvator dell’aia, oscurà il su prestigio de capo.  Così fa sapè il nome a tutta l’aia con tal cipiglio che manco un beo se sente.  Con il su nome, il fattore nun sbaraglia i capetti e i sottocapetti dicerini, a quelli nun sa che in seguito ce pensa il gentilino che in serbo ha nel taschino un sapere che a niuno  mostra, t’assesterà un bel colpino da  zittà tutti gli abitanti dell’aia,  compreso il paocino. Porino… al pavon reuccio iè vorrà un po’ pe’ tornà a beccà.  Intanto mentre nell’aia regna il silenzio e tutti s’accorrono a trovasse un alternativa che li salvi dallo spennamento paonino, na corte sministra na legge che niuno po’ dictatare, niuno soffocare, niuno avere il superpotere de fregolasse e sministrà il mangime  senza tenè conto del parere popolino.

Se racconta che da quel dì chi voleva capì capì, chi era tonto o cercava de fa er furbò andò a fondo, e ne l’aia più nessun da re comandò e manco ci pensò. E il paone…il paone pare che continuò…. al bar  dell’aia ie dicono che continua con la su sicumera…e quello manco fritto se ripiana la boria…però se narra che la su storia non fu più da favola ma da favoletta, perchè la su rota nessuno più incantò  e a poco a poco la su corte se inquattò o se cambiò nome pe non fasse riconosce, solo qualche barbagianni resistette a nun scappà, mica per fedeltà, nun sapeva dove e con chi andà. Porino me te faie pena…però se teneva il becco chiuso…e gonfiato meno la su la ruota da potè vedè avanti e retro …non sarebbe inciampato…quel di, con ruota e cresta, se sarebbe salvato e….e a sentir i decanti davvero poteva addiventà un superpaone da rispettà e in tutte l’aie trovà er modo de fasse osannà come campione …invece…invece t’è  finì ammollato per la su boria e  il su stesso paupolato.

Per non dilungà il favellar me zitto.

Morale della novella? Questa si che è bella!

paone che troppo palula la su gloria se secca il becco e se spiuma la rota”

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SI. NO. NON SO. Uffa…

si no

 

A dare credito a quanto da mesi e mesi sgranocchiato da bocche e boccacce domani è il giorno fatidico che o smollerà una tale sberla all’Italia da lasciarla tramortita per l’eternità o le metterà le ali per volare alto, che dico altissimo da dominare l’Europa e il mondo fin quando il mondo esisterà.

Cavolaccio dei cavolacci un autentico dilemma mefitico per la coscienza! E io, domani che faccio ?

Vabbè tutto per tirarmi a crocettare a pro o contro ma farmi mangiare il cervello per ingrassare panze traboccanti di ciccia molliccia di aut aut strafottenti, farmi verme per gonfiare di strapotere insulsi vermiciattoli, tarlarmi la rispettabilità dell’intendere e del volere per esaudire i desideri di voraci termiti o lasciar a plasmatori di folle belanti gestire la mia libertà di opzione quella di facoltà di selezione. Uhm mi pare troppo! Allora..che faccio ? Creditizio quella bombarda di parole, parolacce e nauseabondi tour imbocca e rimpinza trippe da far cagare un si o un no e la colata di vieni vieni a mangiar gli zuccherini e non startene a casa a mielarti sul divano o le giudizio mega balle, le metto nel cassetto e le rimando ai diavoletti sputacchiani di opzioni ingabbia coscienza spiriti creduloni? Letto e riletto, le ragioni irragionevoli, per dire si, no cambio la mia bella costituzione, non ho trovato la soluzione! Anzi, il non so, che prima non era in mia considerazione, mi è apparso un gigante ferma porta da sbattermi davanti alla televisione!

Però..però rinnegar le mie ragioni .. rinunciar a un libero diritto d’esprimer un opinione..tradir la mia civica educazione…uhm. Che conto poi a me stessa se imbratto la mia indipendenza votereccia ? Che so marionetta di mega galattici ballisti. Pecora citrulla da accodarsi a cani lupi per andar all’ovile. Antiquaria scassata che compra dai frottolai carabattole e gli svendei capolavori. Che non so ragionar col mio intelletto e decidere in autonomia se crocettare si, no o starmene a casa a leggere un bel libro costumato di cultura. No. No! Non posso rinunciar a un libero diritto d’esprimer un opinione per quattro cialtra paroloni fuoriusciti da crani sbruffoni o rimestati e impiattati da sguatteri vestiti da chef stellati e nemmeno per vituperai di profezie apocalittiche scassi l’Italia se non metti la crocetta sul si!

Non posso proprio. Non abdico uno stile di vita. Lo so che la coerenza in certi luoghi non è una moda praticata e in certe bocche troppo adulterata da poterla vantare come codice d’onore di una logica spassionata, ciononostante ho deciso, me ne frego. Non mi va proprio di rinnegare un credo per farmi robottino operativo d’altrui pensiero.Tuttavia, ancor meno mi va di stare al passo colle subsidenze psicologiche e decidere si o no per far esultare questo e quello. Domani, metterò la mia crocetta in base a convinzioni scaturite nel soppesare vantaggi e non della referendaria consultazione. Sarà si, sarà no? Qui non dirò! Di certo non darò un calcione alle mie razionali deduzioni.Tanto non ho da tirarmi dietro un partito ne attirar e scambiar favori. Eppoi urterei il sancito principio di segretezza che fa rimaner libero da pastoie . In più, da attrice secondaria, esibire il si e il no sarebbe ininfluente al convincere e sterile alla recita. Appurato che non sono attrice da non so, quel che posso dire uscirò a metterci la faccia o sul si o sul no. Comunque non da sprovveduta o emotiva evacuatrice di mal di pancia neh.. con quel che ha combinato in Inghilterra e in America..me ne guardo bene. Senza i mal di pancia Trump se ne starebbe nella sua miliardaria tower e non a formattare un governo di strapoteri che prima o poi affosseranno le pance con tutti i suoi ammennicoli; Cameron avrebbe ancora lo scettro di primo ministro di GB e la May non starebbe a negoziare con L’UE il post brexit che emarginerà il regno facendo annaspare le pance in un mare di spiagnucolai. Per cui.. un si e un no viscerali. Escluso! Ritrovarmi inzaccherata di m…. non sarebbe piacevole a vista e olfatto. Anzi tanto spiacevole che prima di aggregarmi al “cast” nazional popolare, ho studiato a fondo da pronunciare un persuaso assenso-dissento. In questo poi… v‘era da studiare parecchio per non farsi incorporare in una baraonda di teatranti assai fuori palla da snocciolar su e giù una migliaccata di galattiche narrazioni, fuori luogo e fuori tempo, da stramortir anche l’uditore più paziente. Dire che è stato una autentico recitio arraffonato è dire niente con quei protagonisti mitraglia volgarissimi gerghi, guarniti da acrobazie e effetti scenici da rincitrullire assai assai i fan acclarati, figurarsi i restii. Vi dirò…A quanto mormora la platea qui accanto sembra che alcuni son pronti a rinculare e farsi risarcire il biglietto di adesione. Se è vero…lunedì al botteghino,,,si vedranno stelle sbriciolarsi e smodati pianeti e satelliti orbitar su e giù da grovigliar l’assetto del creato e pure quello ancor manco figliato. Non mi tange. Domani, fatta la mia parte con ragionata deduzione smollo il sipario su una lunga commedia incannicciata di insopportabili fanfaluche da fuorviare l’ intelletto del più esperto ascoltatore. Dopodiché, a cuore pacifico, senza contar pecore fino all’alba farò una bella dormita e nulla mi importerà chi dall’urna uscirà vincitore. Sarà il si o il no. Sarà il risultato di una somma di decisioni e se non combacia con la mia non la considererò una sconfitta, ma democrazia che si rispetta.

Invero la vittoria dell’uno o dell’altro, tanto sia quella presunta che toglie il “teatro” Italia dai pasticci o lo capofitti nelle cloache degli abissi, non susciterà rammarichi ne a me ne a chi, dilemma o non dilemma, si sarà  espresso. Saranno I non so, gli indifferenti, i delegatari cronici a dolersene assai. Solo loro saranno i responsabili dell’una o dell’altra asserzione e solo loro i colpevoli se l’Italia si ritroverà tramortita da un epica sberla o metterà le ali per volare alto, che dico altissimo, da lasciar i dubbiosi a bocca aperta.

Nel concludere, aggiungo un cinguettio.. par che per taluna profezia e alcune edottanalisi chiunque pomperà la prosopopea del successo non farà altro che gonfiare aria fritta. Entrambe le decisioni frutteranno un risultato referendario destinato a far selezione, mutare il cast di produzione.

Uffa…sta a vedè che dopo tanta fatica per discerner, dal canestro di insulti, scempiaggini, supermegaballe e spregevoli fole, i pro per crocettare il  si o il no con ragione,  me devo sorbì  un tiro mancino…noooo, nun ce voglio crede…me farebbe schizza  na rabbia da incendià il cielo. 

bydif