Amica mia

africa 2

VORREI

AMICA MIA

NON PARTIRE

VORREI

AVVINGHIARMI ALLA TUA MALIA

UBRIACARMI DEL CALORE CHE T’AVVAMPA

SPOGLIARMI

SVOLAZZARE SINUOSA

RAMPICARE LA CORRENTE RITROSA

VORREI

TUFFARMI

NELL’ACQUE SPIROSE

AVVOLGERMI

NEL VENTO SALIENTE DALLE CAVITA’ VITROSE

ALEGGIATO

IN VERDI SCIACQUII

DA UN OCEANO INDIANO FATATO

VORREI

NON SPRECARE ATTIMI PREZIOSI

EMPIRE L’ANIMA MIA DI SUONI IMPETUOSI

SOPORIRE

I VAPORI VOLUTTUOSI DELL’ ATALANTINO

IN CIMA ALLO SPERONE PALADINO

GRIDARE ALL’ECO

TRASLOCA IL MULINO

DEL CUORE

NEL REGNO FORASTIO DEL DESIO

VORREI

ROTANDO LO SGUARDO

ABBRACCIARE LA FORESTA LUSSURIOSA

VALICARE

I CANCELLI DELL’ORDINARIO

INEBRIARMI

DÌ VITA ANTICA MISTERIOSA

PELLE FUMIGATA DA SOLI COCENTI

SUDORI ARDENTI SPALMATI IN DIAMANTI

PIOGGE VELIERE

SERRATE TRA ROSACEE SCOGLIERE

VORREI

ESPLORARE LE VISCERE VULCANE

INCONTRARE L’IGNOTO UMANDIO

LASCIARTI SENZA ADDIO

VORREI

CIRCUNNAVIGARE IL MARE CHE T’ABBIGLIA

CARPIRE L ’ENERGIA DI TERRA AMICA

CHIUSA

IN SUOLO OCARINO DÌ FATICA

SFERZATA DA RUGGITO D’ONORATO CRINIERO

BARRITO TONANTE MORZO D’ AVVENTURIERO

SFIORATA

DA PETALI DI FRONDE NERE

BAMBINI BALZELLANTI SU GRANI STRANIERI

SCROSCIATI DA INSODATI SENTIERI

QUAL FIORI SINGOLARI D’ABBAGLI SENSUALI

GIUNTI DA PARADISI ANCESTRALI

VORREI AMICA MIA

ANDARE LONTANO SENZA MALINCONIA

CAVALCANDO I TRAMONTI INFERINI

ARCHETIPI FUOCHI USURPATI A DEI ALATI

INFIAMMATI DA CIELI SCATENATI

VORREI

IN TUA COMPAGNIA

SALTARE NEI PRATI SCONFINATI

SAZIARE I DESERTI DESOLATI

PIANTARE UN FIORE NUOVO D’ARMONIA

LASCIARE UN PIZZICO D’ANIMA MIA

VORREI

PORTAR CON ME LA TUA MAGIA

CULLARLA OGNI MATTINA

DESTARLA

SUL PETTO ANSANTE D’AMORE E MERAVIGLIA

BLOCCARLA NEL PUGNO

SCOLPIRLA NELL’OCCHIO

RITROVARLA

NEI CASSETTI DELLA MEMORIA FRESCA DÌ SAPORE

SCORRAZZARLA IN OGNI DOVE

FIN QUANDO

EVAPORANDO IN STELLA

RICADRO’

LUCCICANDO SU LINFA DI FOGLIA

SDEBITANDO’ IL FAVORE CON VIRTU’ DI CIGLIA

AD AMICA PRODIGA CHE M’EMPI’ DI GIOIA

e.r

africa

Grazie Lucy!

dif

Un pomeriggio libero.

f. rossi

C’è silenzio in questo pomeriggio.

Seduta sul tronco d’un vecchio albero, guardo il cielo. Le macchie di azzurro intenso, fra le chiome degli olivi, sembrano oblò da cui poter carpire la visione di un scenario sconosciuto da fissare nella mente. All’intorno, un silenzio avvolgente crea una atmosfera senza tempo ma non irreale. Piuttosto di estraniamento da quel tic tac che ti scandisce e condiziona, t’incalza continuamente al fare senza sosta. Un profumo particolare, energico sale alle narici, prepotentemente invade ogni fibra, scuote e poi, come balsamo magico, sgombra dal cervello qualsiasi cosa lo molesta. Fisso lo sguardo su le merlature delle mura antiche. Le cupole, l’oro, i cipressi, i sassi, i fiori, le stradine, la piazza dei bus in sosta, i soldati in gruppo m’apparono tutti statici. Poltriscono nell’afa pomeridiana come in migliaia di altre città sparse nel mondo in attesa di brezza che li mobiliti. Nessun pensiero mi si affolla. Non prego. Muto lo sguardo vaga per comprendere come in un posto tanto carico di tensioni ataviche tutto si mostri così pacato, flemmatico, distaccato. Perché non avverto divisioni, discordie, rivendicazioni, turbamenti? Eppure dovrei percepirle. Invece è come se una forza millenaria mi ricordasse che i secoli, gli anni qui non circolano come nel resto del pianeta. Qui tutto defluisce senza angustiare e pressare. Qui tutto è predisposto per ascoltare, aspirare, immagazzinare senza preconcetti. Silenzio e placidezza mi distraggono l’occhio. Una lieve brezza mi accarezza. Un fiore rosso porpora mi sfiora. Quassù,la vista è magnifica. Ho avuto fortuna. Inoltrarmi tra cactus, palme e rosmarino posto migliore di questo non potevo trovare per gustarmi questo pomeriggio libero. Tutto sembra magico e perfino il tronco su cui son seduta assomiglia a un morbido divano. É proprio vero che basta aprire gli occhi al mondo per trasfigurare l’intorno! Intanto, una silenziosità trascendente impregna l’aria e rende ogni cosa coinvolgente, voluttuosamente morbida come una coperta di cachemire. Che sensazione! Un brivido sprofonda, risale, divide e mi esplora l’anima. In quest’angolino di terra, popolato da olivi, fiori, arbusti e aromatiche il silenzio arcano e al tempo stesso vocifero scollega dal guardare sentire e recepire consueto; invita esclusivamente a stare in propria compagnia e a dialogare con quel tu che zittisci, trascuri, deformi, modelli sui frastorni dei mille extra richiami fuggevoli. Il tutto diventa impercettibile, privo di ordinarie esigenze vincolate ai sensi, al conveniente, al moto. Resto immobile. Ascolto. A poco a poco avverto un grattio, sembra carta vetrata che scrosta, liscia e polverizza da un vecchio legno indurimenti e magagne. Un batter d’ali, si associa al grattio, assomiglia a uno spruzzo antiparassitario che volatilizza infestanti desideri e aspirazioni promossi da una società apparentata con l’emergere ed esclusivamente aggregante a valori merciferi, discriminatori dell’essere.  Aspiro. Un sentore di essenze riposanti virginea l’inutile fastidioso di azioni e pensieri. É bello questo immobilismo fisico e mentale. Nessun rumore umano mi perviene a disincantarmi. Ascolto. Ascolto il silenzio. Immobile ascolto fuori e dentro l’ armonia sinfonica del silenzio. É entusiasmante. Più vivo e palpitante di una folla al mercato. Accordi di note sconosciute riempono le stanze intime di vibrazioni che soppiantano il silenzio con una esplosiva concertazione. Una concertazione in cui musicalità mai credute possibili inondano e fanno straripare qualsiasi argine edificato a scudo. Suoni, acusticamente mai voluti afferrare per non andare oltre il proprio mediocre recinto, rimbombano massacrando lo scontato congetturale melodico dell’ego. Una subbugliante gamma sonora, spiazza le frequenze ricettorie e trasforma all’inverosimile i ritmi assimilativi. Tutto il se diventa una trasparente partitura che decontestualizza l’impersonale uditivo. L’intimo si fa spartito concertale di un luogo strabiliante per alloggiare raffinatezze sonore. Rifisso lo sguardo sulla collina, sui tetti, le cupole dorate, le strade, gli alberi, i sassi, i fiori, i colori che sbucano dai recinti dei giardini privati. Tutto è vivo e palpitante; ha un anima. In ogni cosa, anche nella polvere, sento un respiro che contagia, avverto un passo lieve che catalizza, colgo echi di parole avvincenti. Nulla più poltrisce. Come è avvenuto? Non so spiegarlo. È avvenuto. D’altronde non è un luogo insignificante. Tanti sono i motivi che portano ad approdarvi e altrettanti quelli che inducono a evitarlo. Alla fine capisco. Qui tutto ha un direzione, un accezione, un apprendere senza veli. Quando ci capiti, sia per caso che per volere, instauri un rapporto tanto intenso e inusitato col magistrale concertatore che esatura pesi e orpelli rendendoti vibrante uditore e interprete dell’ascolto. Oh, oh, com’è.. Uno scoppio mi fiocina le orecchie. Un fuoco divampa. Sirene bucano l’aria. Sono tante. Militari ovunque macchiano il panorama togliendogli la magia statica. L’ovattato silenzio si dissolve. Confusi suoni di voci rimbalzano. Non saprei dire da dove.  Come pietroni stupore e grida rotolano giù dalla collina, invadono l’angolino eremo pomeridiano nel quale estasiata da ore sosto. Alzo lo sguardo. L’azzurro è sparito. Cielo e terra somigliano a brace ardente. Non è brace. É sangue. Arrossa il silenzio. Tambura il cuore. Improvvisamente il cellulare squilla. La voce preoccupata di mio figlio mi giunge remota. Concitato mi chiede dove sono e come sto. Non comprendo la sua apprensione. Qui tutto ok  gli dico. Insiste e chiede se sono al sicuro. Certo che sono al sicuro, anzi al sicurissimo. Gli mando un bacio. Poco convinto della mia sicurezza mi saluta con  un sacco di raccomandazioni. Di che ha paura. Bah..mitraglie e uomini  tacciono. Tace anche il silenzio di quest’angolo. La normalità ringhiotte case, strade, animosità umane, dissidenze etniche, politiche e ideologiche.

In questo pomeriggio libero, itinerando oltreil recinto,  tra i profumi e il  tepore d’un sole imprterrito tanto ha parlato, tanto ho ascoltato.  Rimarrà impresso?   Rimarrà.  Il rosso è un colore tenace. Il mitra un oratore persuasivo. Il filo spinato un pluralista efficiente!

PA200467

bay dif

Ops…dimenticavo d’esser  o… ero in un triangolo di terra secolarmente accidentata da

 muri e fili strappa pelle, interessi contrapposti, rivendicazioni territoriali, credo antagonisti.

VETRINA

vetrina.JPG
Ultimamente, con la scusa che avevamo bisogno di un break , io e mia sorella  ci siamo concesse  un breve viaggetto, mentre giravamo per una delle  vie principali della città, già sfolgorante di luci e di invitanti acquisti prenatalizi, più che soffermarci sulle bellezze architettoniche  ci siamo sbizzarrite ad osservare il via vai della gente. Si recepiva che il loro andare era voglia di vedere le  novità, di scovare qualcosa di allettante  da acquistare.

Infatti, quasi tutti dopo aver sostato qualche po’ a guardare gli articoli esposti nelle vetrine, sbirciando i prezzi, peraltro impresa difficilissima,  entravano nei negozi e ne  uscivano  con colorati e griffati sacchetti di carta con l’aria felice e soddisfatta. Guardando qua e la ci siamo accorte che  davanti ad un negozio c’era la fila, pensando che fosse dovuto ai prezzi vantaggiosi abbiam convenuto d’approfittare. Arrivate davanti alla vetrina con qualche sbracciata, era tanto invitante che abbiam cercato i prezzi,oh, non c’era un prezzo visibile, se non con la lente d’ingrandimento. Perplesse siamo entrate, guarda qua, vedi la, palpa e controlla, mia sorella poi abituata a stare tra vetrini e microscopi è una pignola terribile,  sbalordite ci siamo rese conto che erano tutti “tarocchi”si,  griffe famose taroccate, vendute  a più non posso, il bello è che la gente “straniera” come noi sapeva, c’era venuta di proposito. Non ci siamo comprate nulla, nessuna delle due avrebbe avuto il coraggio di indossare o regalare un oggetto  falso.  Uscite dal negozio ridendo abbiam continuato a scrutare per vedere se c’era l’ombra di qualche negozietto dove trovare almeno un oggetto tipico da riportare come trofeo, neanche l’ombra, l’unica cosa tipica, in quella strada, erano solo i luoghi di ristoro.

Nel tornare a casa ci è venuto spontaneo fare qualche considerazione sociologica, qualche parallelo costrittivo imposto dalla vita,  tipo: un lavoro che  obbliga alla visibilità esterna ci rende merce. Di conseguenza ci costringe a vestirci, lustrarci, impacchettarci per farci apprezzare, a infilarci  dentro una bella lattina con tanto di etichettatura distinguibile da lontano se vogliamo che qualcuno  ci considera. Dobbiamo scotolarci e confezionarci secondo le tendenze. Si, dobbiamo essere “ trend “ nel gestire, nel sorridere e nel comunicare per essere ascoltate, non essere scavalcate, messe nel retrobottega. Dobbiamo  renderci involucri esteriori perfetti e appetibili per esistere. Non importa se siamo un cliché, un barattolo vuoto, una scatola senza contenuto, un pacchetto  di cartaccia, ciò che conta è essere commercialmente ratificate, approvate, riconosciute  degne di stare sullo scaffale della vetrina, spiaccicate  in mezzo a tanta altra merce che regola  il sistema.

Basta apparire un contenitore convincente per convincere che il contenuto vale.!!! 

Tutto questo sforzo, ovviamente costa sofferenza, fatica ed energie, grava spirito, mente e corpo,  accumula tanta rabbia repressa che può triturare e ingoiare mentre ci si adatta. Ci trasforma nello stereotipo efficiente privo di ariosa giocosità e libertà al pari degli oggetti taroccati,  in mostra dietro  lustri cristalli. Ormai  si apprezza la  vetrina, che sia rappresentata da uno stupido trono, una casa artificiosa, un siparietto domenicale dove qualunque baggianata dici diventi eroe, ti strapagano per mezz’ora di mutismo, fai quattro salti in “padella”  e voilà sei un mito, un immagine sacra da portare in processione da una rivista ad un’altra, da una discoteca a un calendario. E il resto? Il resto non conta…..

Ogni tanto qualcuno scoppia, non resiste più e allora grida:

Vita, vita, vita

dove m’hai sbalzata?

In vetrina

mi sento schiacciata

Apri

maledetta

la porta barrata

Fammi uscire

nel reame incantato

Dove

io possa giocare

beata

Abbandonarmi

all’abbraccio assolato

Altalenar

sulla falce  lunata

Vagabondar

fra grattacieli e piedi

Dormire

vinghiata  al marciapiede

Destarmi

ammaccata da pedata

Vita, vita, vita

sii generosa

Spalanca la porta

vetrosa

Lascia ch’io vada

leggera

Danzi e volteggi

rotoli sudata

tra i fili

ingarbugliati della strada

Vita, vita, vita

in  vetrina  mi sento stretta

Rompi i vetri

maledetta!

by dif