Caro Papà

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Caro papà, un tempo oggi era la tua festa,

e noi figlie correvamo a te con un pensierino

fatto con le nostre mani, insieme alla maestra.

A noi bambini non importava quanto fosse bello

perfetto e originale, importava farlo giocando

e pasticciando in allegria con i nostri compagni

per poterti dire:

ecco papà, noi ci siamo e ti amiamo.

Con tutto il cuore ti ringraziamo

di essere il nostro papà

premuroso, affettuoso, sincero.

Sempre presente al nostro occorrere,

sempre attento alla nostra educazione,

sempre equilibrato nel rimproverare sghiribizzi e capricci,

regalare con entusiasmo  approvazione.

Con un bigliettino, un disegno, o un gingillo

correvamo a te con il viso raggiante di  amore e orgoglio

per abbracciarti e farti sentire il nostro calore di figlie.

Era bello papà

vederti sorridere con negli occhi la sorpresa

e un tantino d’imbarazzo dovuto alla tua riservatezza.

Era bello guardarti con quanta attenzione leggevi

i pensierini, rimiravi i nostri imperfetti oggettini,

e poi ridere insieme come fossimo tutti bambini

sentire la tua carezza sfiorarci il viso,

annusare il profumo di mani indurite dal lavoro.

Era bello fare festa papà allora!

Oggi ho una grande confusione in testa.

Dicono papà che non dovremmo festeggiarti,

crea discriminazione, io non capisco

a chi papà

festeggiandoti per ringraziarti di esserci

e di averci dato la vita

facciamo un torto o produciamo una divisione.

Tutti abbiamo un papà

o qualcuno non ce l’ha?

Mi gira la testa papà mentre mi arrovello a pensà:

come han fatto a nascere i bambini che sento vociare nel vicolo 

se non c’è un seme di papà?

Spiegamelo tu papà  che sei nel luogo di verità!

Fammi questo favore, per togliermi dalla confusione.

Sarò diventata tarda di mente con l’adulta età o

son finita sul pianeta dell’assurdo ma io

non comprendo papà, i negazionisti educatori

di una festa tanto amena per un figlio e una figlia.

Per favore fammi capire perché vogliono togliermi il nome papà

dal mio cuore,

farti diventare un indistinguo individuo genitore.

Lo so da sempre che sei mio genitore e

insieme alla mamma formiamo una famiglia

se sia colorata o neutra non lo so e non mi domando

perché

non cambia quello che so.

So che papà è una parola dolce, insostituibile

alla mia mente e al mio cuore.

Pronunciarla dona una certezza di tenerezza che viene dall’amore;

scriverla diffonde un profumo inesauribile che inonda le giornate di calore;

guardarla in viso riempe di un piacere rasserenante ineguagliabile.

Papà,

per me, ha un sapore buono di onesto lavoratore,

di insegnamento, di volontà, di sacrificio, di sofferenza,

di appartenenza, di legame indissolubile al tempo e alle scelleratezze umane.

Toglierlo dalla bocca di un bambino è estirpargli l’essenza della vita,

rimuoverlo dal cuore di un adulto è distruggetegli le origini identitarie.

Papà. Sei e resti papà. Nessuno ha il diritto di cancellarti.

Non sei tu che discrimini, dividi, confondi.

È la grande stupidità umana che in tutti i modi nega l’innegabile.

Ti usa e abusa per egoismo, per disconoscere i valori protettivi,

per spersonalizzare la società, riducendola un ammasso informe,

aspecifico di contenuti che armonizzano il creato.

Ti guardo papà. La foto è un po’ scolorita ma il tuo sorriso no.

Quello è vivo, carico di infiniti momenti navigati insieme,

che hanno fatto e fanno la nostra storia di papà e figlia,

oggi proseguono in dimensioni diverse ma sono altrettanto belli,

pieni di affetto, riconoscenza, significati di radici inestirpabili.

Guardarti, papà mi trasmette una gioia immensa.

Sento la tua mano stringere la mia con la stessa intensità di quand’ero bambina,

con lo sguardo darmi fiducia e sicurezza,

con la parola infondermi vicinanza spirituale in ogni frangente.

Nessuno ha il diritto di togliermi dalla bocca, dalla genesi, dalla mia storia

umana la paroletta papà.

É una violenza assurda, menzognera, culturalmente imbecille.

Gli “educatori” farciti di finta umanità antidiscriminatoria, di teorie ugualitarie,

pusillanimi e diseducativi violentatori delle origini della vita di un bambino

che vadano a farsi friggere nel crogiolo del qualunquismo creativo.

Vogliono abolire la festa del papà? e chissene frega.

Che “ammazzino” ripudino, cancellino il loro papà.

Io me lo tengo, lo coccolo, lo onoro

e se anche lo abbraccio con l’anima, oggi lo festeggio,

lo festeggio come continuità di una stirpe, di una cultura, di un valore saggio

di discendenza di sangue identificabile.

Nel bene e nel male, tu sei il mio papà e resti papà.

Io e mia sorella, siamo e restiamo per sempre tue figlie.

Un grazie amorevole papà e

tantissimi auguri di celestiali delizie.

Tua figlia generata, alla quale hai dato un volto, un nome,

un grandissimo enorme affetto

dedicato tempo, fatica intelletto.

trasmesso rispetto, sacralità della vita,

consolato in avverse occasioni esistenziali,

insegnato a difendere diritti e valori comunitari

e

fossanche non ti avessi mai potuto vederti e corporeamente conoscerti

a mai  rinnegare il nome papà

per un ideale fasullo di umano progresso.

festa

Dif

Voglio dire grazie a …

“giornata della donna”.

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“giornata internazionale  della donna”.

Non starò a dissertare con mie opinioni su questa “giornata” dedicata alla donna. Tanto, nella realtà, all’indomani della giornata-festa, alla donna, purtroppo resterà solo il profumo delle mimose e qualche stucchevole “chiacchiera” celebrativa. Infatti, in più di un secolo, poco ha fruttato alla donna in termini di riconoscimenti, dignità umana e pari condizioni di diritti, in nessuna società. Nemmeno in quella che si definisce, evoluta, democratica e civile. Anzi, in certi casi, le ha pure peggiorate. Piuttosto voglio dire grazie tutte quei milioni di donne senza rinomanza che in silenzio, senza chiedere nulla in cambio, in ogni angolo, anche il più sperduto e sconosciuto  si prodigano, si sacrificano e donano indiscriminatamente intelligenza, braccia e cuore per rendere migliore la permanenza agli esseri  di questo variegato pianeta umano. Voglio dire grazie a tutte quei milioni di donne che non mollano mai la speranza, il sorriso, la gentilezza, l’entusiasmo. Voglio dire grazie a tutte quei milioni di donne che sanno ascoltare con tolleranza, dialogare con giustizia, donare tempo e esperienza con gioia, battersi contro ricatti, ipocrisie e soprusi con estrema coscienza, essere stoiche nel pericolo, perdonare senza condannare, essere libere senza perdere rispettabilità, obiettività, essenza femminile. Grazie, milioni di donne amiche, colleghe, sorelle in sangue e spirito del vostro invisibile sostegno morale. È attraverso il vostro altruismo, ingegno e coraggioso impegno quotidiano che il vivere, su questo pianeta da donna, mi appare un miracolo. A tutte voi  dedico questo sonetto di W. Shakespeare:

Dovrò paragonarti ad una giornata estiva?

Tu sei incantevole e mite:

cari bocci scossi da vento eversivo

e il nolo estivo presto è consumato.

L’occhio del cielo è spesso troppo caldo

e la sua faccia sovente s’oscura,

e il Bello al Bello non è sempre saldo,

per caso o per corso della natura.

Ma la tua eterna Estate mai svanirà,

nè perderai la bellezza ch’ora hai,

né la Morte di averti si vanterà

quando in questi versi eterni crescerai.

Finché uomo respira o occhio vedrà,

fin lì vive Poesia che vita a te dà.

.

Credo che in questi versi di Shakespeare c’è quel qualcosa di singolarità che va oltre le solite melense ossequiose da riservare alle donne!

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Felicissimo 8 marzo a tutte le mie simili e pure ai miei contrari perchè  spero sappiamo cogliere quello che noi donne ci aspettiamo , cioè egualitari diritti senza favoritismi.

Bydif

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..Per la cronaca: i sonetti furono pubblicati nel 1609, in tutto sono 154. è un enigma a chi furono dedicati. In molti dicono che 116 a un amico i restanti all’amata. Io ho scelto il 18 simo, perché credo che la poetica di Shakespeare esprime ben aldilà di quanto uno vi ravvisa. Poichè la traduzione potrebbe discostarsi un tantino metto anche il testo del sonetto in inglese:

Shall I compare thee to a summer’s day? Thou art more lovely and more temperate: Rough winds do shake the darling buds of May, And summer’s lease hath all too short a date:Sometime too hot the eye of heaven shines,And often is his gold complexion dimm’d; And every fair from fair sometime declines, By chance or nature’s changing course untrimm’d; But thy eternal summer shall not fade Nor lose possession of that fair thou owest; Nor shall Death brag thou wander’st in his shade,When in eternal lines to time thou growest: So long as men can breathe or eyes can see,So long lives this and this gives life to thee. W. S.

 

 

 

 

Da sbullonarsi i denti!

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Mai come ai nostri tempi l’arte culinaria è stata dispensatrice di gusti, raffinatezze, segreti cucino-operativi tanto che non c’è un angolo libero, in cui spaziare con la fantasia gastronomica, senza subirne ossessive aggressioni. Ovunque lo sguardo posi, immagini appetitose ti circuiscono stomaco e cervello da farti venire la prudarella gustativa, così angustiosa da ridurti uno stufatino stracotto che ti spedisce digiuna a grattinare sul primo divano che incespichi. Se il baillamericettario, troneggiante su riviste, pagine web, canali tv, non basta a tener desto il tuo interesse masticatorio giornaliero, ci pensa una montagna di pubblicità cartacea. A tutte l’ore trasborda dalla cassetta postale che, quando la svuoti, ti manda di traverso la giuggiola creativa dei manicaretti, da servir, poi, ai tuoi cari, un anonimo pastone che quelli ti guardano come fossi una intrusa citrulla approdata da una inidentificabile cosmonave. Come dargli torto. Da ogni parte piovono aspiranti e ispiranti cucinieri, cuoche, chef stellati e improvvisati, di tutte le età e etnie che cibo-inculturiscono, imboniscono e riempono la pancia, con ingredienti leccorniosi e spezio-vivande ipo-iper-caloriche; gli occhi con impiattamenti artistico-visivi, da esposizione museale avanguardista, che al momento di cuocere qualcosa, da mettere sotto i denti, hai una sorta di ossequiente sacro fuoco imitatore di cotanta bravura culi-visivo-gastronomia che ti spedisce dritto, dritto nella balera rumbocibo dell’invidia, per cui aritmicamente metti assieme gli ingredienti proposti. Risultato? Servi piatti, di gusto indescrivibile e panoramica visiva antiappetito che tornano a palla sulla cucina-pista. E, dopo tanta fatica, alla fine sfami la truppa con miserrimi tramezzini.

Senza essere esagerata, l’onnipresenza di talk-accademie, talent concorsi, chef cucinieri, che spiattellano una sequela di architettoniche vivande, mi pare una armata Brancaleone che stordisce stomaco e palato! Se poi, alla miriade di cotti, stracotti e ribolliti di ogni specie vi aggiungo tutte quelle sigle food circolanti, slow, junk, good, top, finger, fast, soul, ecc. ecc. Mi par un assalto bellicista di un manipolo di armigeri, maniaci dell’ autonomia del: cucina come ti pare quel che ti va. Tanto più che spesso il bellissimo da vedere è orribile da inghiottire.

A chi piace cucinare, creare li per li ricette con sapori singolari, come a me, tutti ‘sti richiami mangerecci più che ispirazioni di variata sana alimentazione sembrano attrazioni porno-nutritive. Una sorta di seduttivi allettamenti boccacceschi, elargiti a casalinghe senza immaginazione, per approntare, in tempi rapidi, oscene abbuffate mangiatorie di cibi senza fascino e personalità. A tal punto insopportabili, da mutare lo stimolo della fame in nausea rigettatoria.

Sarà per questo che non ho mai copiato una ricetta e sto alla larga da visive immagini di pornografici impiattamenti? Un po’ si. Maggiormente perché trovo libidinoso stare davanti ai fornelli senza condizionamenti. Il fai questo, tritura l’altro, pesa quell’altro…uhhh…  come fare all’amore seguendo le istruzioni! Sai che piacere. Da sbullonarsi i denti. 

Oltre a ciò, l’enorme marea di messaggistica, da grottesco volantinaggio propagandistico, sul cibo, oltre che invasiva mi sembra controproducente. Crea, uno stato pressoché di sazietà visiva che, quando vai ai fornelli, il cucinare sembra superfluo, una fatica inutile che blocca cervello e perizia, anche perché, una sorta di vocina dice che mai si riesce a mettere in tavola affascinanti visioni di portate artistiche poiché artisti si nasce. Il Talento è talento. E’ personale e rimproponibile. In più mi situa due domande. La prima: affiancare, a sollecitazioni orgiastiche di cuoci-e-gustomangia-manicaretti, diete, consigli antingrassamento e obesità bulimica non è un controsenso? A me, appare come una mostruosa ipocrisia, anzi una umiliante presa per i fondelli a chi mangia e al cibo stesso.! La seconda: con cotanta abbondanza cibaria quotidiana morir di fame è sicuramente paradossale? No. Purtroppo c’è chi di fame muore, si legge e si constata tutti i giorni. E allora… 

Per deduzione tutta ‘sta mania ricettaria,  non ha lo scopo di acculturare e migliorare la sazietà globale ma quello di “sfamare” la fama di narcisi star!

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  Sono polemica? Forse. Comunque a tutti un buon appetito!

bydif

Saluto al papà di “In nome della Rosa “

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Salutare per l’ultima volta su questa travagliata terra il papà di “In nome della Rosa” Umberto Eco, non è semplice. È come salutare per sempre l’amico migliore che in qualunque frangente sapeva tenerti compagnia, avvincerti farti riflettere, spassionatamente darti un punto di vista diverso del mondo contemporaneo, a volte strigliarti, altre infiammarti e altre ancora prenderti la mano e trascinarti fuori dal tuo guscio per farti osservare con maggior consapevolezza il mondo e la vita. Con lui mai ti annoiavi e restavi indifferente. In un modo o in un altro in qualunque tematica ci metteva quel pizzico di spezie che solleticava il palato a gustare lentamente il ragionamento, l’analisi, l’osservazione. Qualunque fosse il mezzo, scritto, argomentato o figurato sapeva catturare l’attenzione ai massimi livelli. Mai tradiva la tua aspettativa di trovare quel che speravi, fossanche per un momento un compagno che ti faceva imbufalire con le provocazioni alla fine la sua fine acutezza ti appagava al punto da dover riconoscere che ti era stata indispensabile a non farti fagocitare dall’ovvietà. Salutando oggi, l’uomo Umberto si saluta lo scrittore, saggista, linguista,filosofo, esperto di comunicazione, osservatore politico,editorialista ecc. ovvero l’Umberto Eco fior fiore della cultura contemporanea italiana, stimato e apprezzato in tutto il mondo. Basta ricordare il bestseller internazionale “In nome della Rosa” tradotto in cento lingue e trasposto in cinematografia vincendo 4 oscar di Donatello tre Nastri d’argento, due Bafta e un Cesar e numerosi altri premi, per dare un idea della sua fama mondiale. Salutare l’intellettuale Umberto Eco quindi non è semplice, come d’altra parte non è mai semplice dover rinunciare a un uomo studioso di grandissimo livello che arricchisce il patrimonio nazionale culturale, o un amico che ha saputo trasferirti con garbo, parte del suo ingegno e sapere in tantissime occasioni, sollevandoti lo spirito e a volte pure riconciliandoti con quella parte di umano che bistratta e avvizzisce anima e intelletto. L’unica consolazione che rimane nel porgere un saluto affettuoso all’uomo di erudito,Umberto Eco, è la consapevolezza di un saluto alla materia corporea, quella extra dell’amico rimarrà sempre presente e ogni volta , rileggendo una frase, una pagina, un idea troverà il modo di comunicarti la sua essenza versatile nel pensiero e vitale nell’umanità.

libri eco

 

Grazie Umberto.

Il mio è  saluto temporaneo, tanto questi  ti terranno in vita in eterno!
By dif
Per la cronaca:
Umberto Eco: nato il 5 gennaio del 1932 a Alessandria si eralaureato a Torino nel 19554 in filosofia medioevale, una passione mai abbandonata. Attualmente aveva un carnet di 40 lauree conquistate tutte con le sue indiscutibili e variegate doti di studioso impegnato, con una visione ben nitida del contemporaneo proiettato al futuro. Ha scritto e pubblicato tantissimo per cui lascia all’Italia una produzione intellettuale vasta e di notevole autorevolezza universale. Tra i romanzi famosi oltre al citato “In nome della Rosa” – Il pendolo di Focault – 1988 – L’isola del giorno prima – 1994 –Baudolin –2000 –La misteriosa fiamma della regina Loana –2004 –Il cimitero di Praga –2010 – tutti editi da Bompiani. Numero Zero –2015 –

Giorno della memoria

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Oggi è il giorno della memoria. Il più tragico giorno della memoria per gli ebrei e l’umanità. Ma… 

Ma da quel che si constata un giorno di memoria corta, anzi cortissima!Perchè? Perchè l‘inumano esiste e persiste nella sua diabolica attitudine a sbarazzarsi barbaramente di chiunque e con qualunque pretesto. Ha cambiato modi posti e volti ma non ha cambiato l’idea d’ammazzare senza pietà per appartenenza a una razza, un credo, un modo di essere, un etnia, un ideale. L’agire disumano è imperante in tutte le latitudini, anche laddove si strillano i valori democratici, i diritti, la libertà di espressione, la salvaguardia di una cultura,di un gruppo, di un modo di esistere lo sterminio di innocenti bambini, donne, uomini è una costante che, a parte qualche ooh di orrore di rimbalzo sui social, non lascia traccia. Giorno per giorno migliaia di vite vengono distrutte dalla ferocia,dall’avidità, dall’egoismo, dalla scemenza umana e come ieri nessuno o quasi ci vede o ci vuol vedere un orrore. Ieri lo sterminio per tanti era una bufala, non è diventata realtà aberrante finchè non hanno fotografato i mucchi di cadaveri, visto i fantasmi di uomini, donne bambini nei campi di sterminio, aspirato l’odore acre della carne umana bruciata. Troppo tardi credere! La bufala si era bruciata più di 8 milioni di persone!E poi? Poi dopo una breve sosta l’inumano ha ripreso la sua folle corsa. Nessuna memoria l’ha fermato.E oggi? Oggi,è il contrario di ieri. Gli esseri umani perseguitati da idioti e idiozie li vanno a visitare nei campi profughi, li fotografano, ci fanno reportage, ci schiamazzano politicamente, si azzannano alle frontiere per difendere i loro piccoli territori di libagione, democraticamente alzano muri e mettono fili spinati, usano idranti, li ammassano in centri di raccolta, li bombardano, li scrutano con i droni,ci speculano e ci dissertano a non finire, ma nessuno considera l’orrore delle migliaia di crimini giornalieri una continuazione di quelli di 71 anni fa. Un proseguimento, di violazione dei fondamentali diritti umani a esistere e convivere nelle loro diversità, cui porre fine.Bisogna vederne milioni e milioni ammonticchiati come spazzatura per attivare la memoria? Ci sono già. Forse non sono degni di vivere per far cessare i massacri ? Non lo sono se tuttalpiù ci si limita a gridare al lupo al lupo ma poi si lascia il lupo a razziare indisturbato, magari per avere un filmato virale, una cosa da strabiliare e impaurire le pecore da farle o scappare o diventare fameliche iene. l‘umanità? Una puntata pietistica al casinò mondiale. Niet’altro che palline da rimbalzare, a volte da raccattare, altre da sensazionalizzare, altre da spedire, mai da considerare un valore irrinunciabile sotto ogni cielo.

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Per esseri che si autodefiniscono intelligenti se lo ieri non è servito a prevenire e impedire un ripetersi violento e criminale o hanno una memoria corta,cortissima,oppure,oppure scambiano i genocidi per fenomeni sociali.

bydif

Vento di libertà

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Quando un nuovo anno si affaccia nella mia vita non faccio mai propositi o mi butto a capofitto nel guardaroba per tirar fuori l’abito dei sogni. Tanto o non lo trovo o se lo trovo ormai è  fuori moda o, ristretto dal tempo, non ci sto dentro. Mi metto in ascolto e aspetto. Cosa aspetto?  Le sensazioni che porta. Si, perchè provo sempre delle sensazioni che poi mi accorgo essere il filo conduttore di quello che particolarmente avvertirò a livello inconscio, che poi a quello coscio indirizzeranno i miei pensieri per dare input alle azioni consapevoli o ai miei slanci vagabondi. Al suo primo spuntar del sole, quest’anno mi ha sommerso con una grande impressione di libertà e di conseguenza so che dovrò, ancor più di sempre, agire attenendomi a questo processo evolutivo. Il difficile sarà adeguarmi rimodernando velocemente il mio istinto conservatore per concedere alla mia mente quegli spazi di indipendenza liberi da qualsiasi ancoraggio al passato, completamente aperti alla recezione sensoriale raziocinante che valica schemi e condizionamenti. Ancora non so se supererò in sincronia con quanto l’anno ha manifestato e neppure se riuscirò completamente a sradicare quelle mie resistenze ataviche, che so di avere e mi porto dentro per tanti diversi motivi, che mi impediscono una completa facoltà di scelta nell’esternare sentimenti, decisioni, azioni. Tuttavia, so che nel 2016 non potrò esonerare dal mio quotidiano procedere il senso percettivo di libertà. Non potrò perché un vento audace spira forte e in qualche modo il dire, il fare, il sentire lo seguiranno e quando sarò recalcitrante aumenterà la sua forza, mi spingerà, mi nerberà, mi catapulterà e ruoterà finché non l’avrò assecondato. Come dire, tanto e forte soffierà per esiliare la parte subordinata involontariamente o non al giudizio, alle regole, alla opinione altrui o alla formazione. Perché lo farà? Per farmi raggiungere quello stato di grazia in cui nulla preclude a occhi, pensiero, azione di manifestarsi con pienezza interiore e esteriore. Ovviamente la sensazione ricevuta non è quella del libertinaggio anarchico e sterile, piuttosto di spintone necessario a farmi saltare ciò che di solito non voglio ne esporre ne utilizzare. Per quale motivo non voglio? A volte per eccesso di remore educative, altre per eccesso di responsabilità di un ruolo in cui la credibilità personale è punto essenziale di riferimento, altre per non suggestionare negativamente chi vuoi bene e ti vuole bene. Altre ancora credo per vigliaccheria formale. Mi auguro di riuscirci con perfetta armonia. Soprattutto di poter tradurre in parole e immagini questo vento spaziante siti liberatori di sovrastrutture autocreate per inutili illusioni d’appartenenza a una realtà conformata e arbitraria, modellatrice di modi e stili artificiosi, fagociatrice di convincimenti, ispirazioni, disposizioni naturali. Fin ora ci ho provato ma sono stati sprazzi discontinui. Nella realtà vicissitudinaria sono sempre rimasti parziali modi di agire e interagire. Anche quando mi sembrava di essere integralmente in sintonia col senso pieno dell’espressione spontanea in realtà c’era una riserva che non dava sfogo all’intenzione di partenza, e nemmeno a quella di raccontare un accaduto, specie insolito. Anzi questo è il punto dolente che il vento dell’anno vuole spazzare. Perché? Beh…Per quanto un vissuto fosse una concretezza certa qualcosa sempre mi inibiva nell’accettarlo in modo da riferirlo come esperienza straordinaria, estrinsecazione di una extra sensibilità connaturata. Se il vento di quest’anno mi libererà da tante piccole resistenze, o come diceva Kant a distaccarmi dalla“ “amorevole tutela” del potere, sia esso manifestamente violento oppure celato e paternalistico, sarà come acquisire una purezza interiore scevra da qualsivoglia esitazione efinalmente riuscirò a valermi del mio intelletto e a manifestare la mia essenza a 360°.

Al momento, il vento di libertà, con le sue sferzate  mi fa assimilare cosa mi è utile per passare dalla teoria alla pratica.  

vento

bydif

 De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principiis”

………………

L’immagine del dipinto in alto: “Vento ” di Vincent  Van Gogh

Il misterioso X esiste

sistema solare

 

Pochi giorni fa è stata diffusa la notizia di un nuovo pianeta che gravita ai margini del sistema solare, tanto lontano dal sole che pare per compiere un giro ci vuole dai 10 ai 20 mila anni. Rispetto alla terra un’eternità! Ha scoprirlo due astronomi del California Institute of Technology: konstantin Batigin e Mike Brown. In un articolo pubblicato sulla stimata rivista Astronomical Journal, i due scienziati sostengono di avere prove certe della presenza di questo gigantesco pianeta -la sua massa sembra corrispondere a circa 5 mila volte quella di plutone – Ma come ci sono arrivati a tali conclusioni? Studiando nel sistema solare il moto di oggetti molto lontani, per intenderci quelli che si trovano nella fascia di Kuiper. A loro dire, con 2 anni di osservazioni delle orbite, indiscutibilmente strane, e simulazioni al computer delle perturbazioni oscillatorie degli oggetti sono stati in grado di comprendere che in mezzo a tali oggetti ce ne era uno gigantesco che col suo movimento perturbava tutti gli altri, al che ne han dedotto che non poteva essere altro che un pianeta, il nono. Nono in quanto plutone tempo addietro è stato declassato. Dopo tale scoperta Batigin ha affermato:” per la prima volta in 150 anni abbiamo una solida evidenza che il censo planetario del sistema solare è incompleto” Sensazionale affermerei se non fosse che… se non fosse che altri prima sono arrivati a tali conclusioni! Chi? Gli studiosi di astri e pianeti da un punto di vista diverso, quello che non contempla la scoperta solo come presenza di una massa definita pianeta, più o meno inerte, in base a orbite e grandezze nel sistema solare,ma anche come massa viva emittente indispensabile dell’evoluzione graduale della vita in senso lato. Infatti, sono stati i primi a dire che mancavano all’appello del sistema solare altri pianeti. Cioè, in qualche parte lontanissima, per completare la spirale cronologica del tempo e della vita dopo nettuno, ben nascosti, dovevano essercene irrefutabilmente almeno tre: X Y Z.  In base alla scoperta dei due scienziati uno di certo esiste seppure non l’hanno avvistato concretamente ed  è il misterioso pianeta X . Prima o poi riusciranno a vederlo.  Benissimo, in fondo ogni scoperta anche se supposta è un progresso per il sapere umano. Ma a quando gli altri? Chissà, la scienza ufficiale ha i suoi tempi! In attesa non posso fare a meno di pormi una domandina semplicina, semplicina:come mai si da tanto credito a una conclusione e affatto a un’altra? Dimenticavo, gli scienziati non sono tutti uguali!

spirale vita

Un felice planetario week end
by dif

PROFUMO DI MUSCHIO

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In questi giorni c’è un profumo di muschio in casa che rincuora l’animo e risveglia sopite emozioni di letizia e comunanza partecipativa familiare. Quel profumo di muschio fresco, intenso, penetra nelle radici come un balsamo ricostruttore del proprio passato, custodito gelosamente ma un po’ oblato dagli eventi e dal tempo. Aspirando ti accorgi che lo ieri mantiene intatto tutto il suo fascino e comprendi che seppur nel presente chi c’era materialmente non c’è più, spiritualmente c’è e vive e partecipa con te. Si, sembra quasi che la casa si riempia di volti, suoni, risa e anche di contese elettrizzanti e allestire il presepe non è un fatto meccanico di tributo a una tradizione è oltrepassare il tempo, entrare in una dimensione in cui vivi e rivivi, stati d’animo, affetti e significati. Il profumo di muschio che aleggia tutto muta. Si trasforma in un qualcosa che riporta alla luce visi amati, tanta allegria, tanto amore e tenerezza. Così, mentre stendi il muschio, fai collinette, laghetto pieno di paperelle e tracci stradine è come se ridisegni l’esistenza tua e dei tuoi cari e al contempo rispondi a un appello ancestrale importantissimo e fondamentale che mantiene integre le radici identitarie.  Alberelli, casette, pecorine, pastori e angioletti, asino e bue e figurette di donne e uomini di cartapesta, inerte e scolorita da tanti riutilizzi, non appartengono più a un epoca precisa, collocabile in un temporaneo vissuto. Posati, a mo di ognuno, sul muschio fresco, riprendono i colori originari, vivono, comunicano e interagiscono all’evento straordinario che anno dopo anno riporta memoria e olfatto a quel simbolo testimonianza forte e innegabile di unione, pace, fratellanza, perdono, amore incondizionato. Porre la capanna storta, rudere d’infanzia lontana, a rifugio di un bambinello chiamato Gesù, Maria e san Giuseppe, con quel profumo di muschio che ti invade è un emozione senza pari!  Consola e ristora da ogni afflizione ordinaria. Ti avvince e ti riporta all’essenziale, ai valori concreti distratti da clamori, esteriorità, egoismo, superficialità. Non c’è Natale in casa senza profumo di muschio che vuol dire Presepe. Perchè? Nella vita di un cristiano credente la natività è il punto fermo del divino fatto uomo per amore dell’uomo. L’ho ben compreso nella basilica di Betlemme! Ma la natività segna anche una svolta storica che non può e non deve essere ignorata in quanto fonte ispiratrice inesauribile di valori umani che accompagnano nel cammino evolutivo di convivenza, egualitarismo, pacificazione e riconciliazione. San Francesco fu il primo a comprenderlo e proprio per non farla esaurire fu lui il primo a ricostruire l’evento che cambiò il destino del mondo, includendovi anche quella parte di fede popolare bisognosa di una visiva ricostruzione corporea dei protagonisti messianici. Al presente si parla tanto di presepio e di canti natalizi ma in tanto accalorarsi e accapigliarsi ci vedo un po’ troppa enfasi ipocrita più corrispondente a una certa italianità da non toccare che al valore emblematico connesso da salvaguardare. 

Comunque sia, il profumo di muschio che respiro in casa mi annulla i detrattori del presepe e toccando il muschio mi par veramente che le note di stille nacth, in versione italiana astro del ciel, fluiscono e… mente e cuore si riempano dell’immensità fulgida e inalterabile del “pargol divin” che “luce dona alle genti, pace infonde nei cuor”. Ogni anno, nel fare il presepe ritrovo le radici, i volti, e gli affetti ma è nell’odore fresco del muschio che afferro quel non so che di puro che trasforma il giorno della nascita di Gesù da festa familiare qualunque a giorno solenne .

by dif

Vite strappate

vite strappate

Con la scia di brutalità che avvolge il globo e tiene col fiato sospeso milioni di persone, oggi, parlare di violenza sulle donne sembra quasi anacronistico. Fermo restando che la violenza è sempre e comunque un atto di ferocia, più o meno intellegibile a seconda le ragioni addotte da chi la compie, mi pare che quella sulle donne richiama comunque un distinguo. Lo richiama perché quasi sempre cresce e matura tra le mura domestiche di ricchi e poveri, acculturati o semianalfabeti, allorché sussiste un contorto rapporto di valori, per lo più affettivi, tra uomo e donna. Quanti mariti, compagni, figli, spasimanti, fidanzati, ex sono rei di violenza? Tanti, troppi, direi al 98%. Dite che esagero poiché son di parte? Macché, son le statistiche a parlare! Basta dare un occhiata alle elenco delle vittime e di chi le ha strappate alla vita per averne conferma! A parte rare eccezioni di delitti su donne a causa di rapine armate o di occasionali scatti per futili motivi di uomini particolarmente aggressivi, la mano assassina era di chi le stava accanto, di chi diceva di amarla, di chi le doveva il dono della vita. Sicuramente alla base del rapporto, più o meno stabile o transitorio, di convivenza uomo-donna, c’è un modo erroneo di amare se sfocia in omicidio. Appare evidente in qualunque violenza perpetuata sulla donna e in ogni parte del mondo che c’è un profondissimo e distorto senso della gelosia, del possesso, del mancato rispetto verso la figura femminile che arma la mano. Abitualmente la mano violenta scatta e si abbatte senza pietà allorquando non si vuole perdere il predominio maschile sull’”oggetto” delle brame e poco importa che sia madre, partner o sposa, ciò che interessa è uccidere per affermare un diritto di proprietà. Ovviamente ciò per l’assassino è inconfutabile motivo per spezzare una vita umana senza batter ciglio. Ma se l’omicidio di una donna, da parte di un familiare convivente o meno, fa scalpore e finisce sui media, purtroppo c’è un tipo di violenza sulle donne ancor più subdola e pestilenziale che difficilmente trova voce a meno che la stessa donna non trova il coraggio per dargliela. E qui io mi incacchio. Perché? Per due motivi. Il primo è che quando trova animo di farlo spessissimo, per non dire sempre, la sua ribellione non la salva in quanto non trova un ascolto che la mette al riparo da atti di ritorsione ne psicologica ne di salvezza esistenziale. Il secondo perché in certo modo viene interpretata, giudicata, discussa, quasi quasi incolpata di scatenare la violenza maschile col suo comportamento. Quante volte si sente e si legge che minigonne, tacchi, indipendenza, sono provocazioni che scatenano la violenza? Molte. Inaccettabile ma disgraziatamente diffusa opinione per giustificare l’atto crudele o la furia schiavista egocentrica dell’uomo. Per liberare le donne dalla violenza ce ne è di strada da fare! Tanta tanta se da un sondaggio un giovane su 4 afferma che la violenza sulle donne è scusata dal troppo amore e dal livello di esasperazione a cui gli uomini sono condotti proprio dall’atteggiamento o troppo spigliato, o eccessivamente indipendente o enormemente provocatorio delle donne.

Oggi si dice che il sentimento che prima unisce e poi separa, attraverso l’omicidio, uomo e donna è malato, o chi lo compie è un folle, un disadattato, un essere tormentato dalla gelosia che deforma la realtà o è un debole che ammazza per autodifendere il “territorio” di suo dominio affettivo. Sarà anche vero ma a me appaiono scuse, balle giustificative di un maschilismo radicato e coltivato in ogni tortuosità sociale. Mi sembra più veritiera che la causa principale di qualunque violenza sulle donne scaturisce da una assoluta perdita di rispetto della vita altrui, acuita da un cinismo, una ambiguità un non sapere accettare i cambiamenti, il progresso, i diritti paritari di due specie complementari quanto indispensabili l’uno all’altra al crono universale della continuità. È pur vero che la donna è sempre stata un po’ il possesso- trastullo dell’uomo e ha sempre dovuto subire, in quasi tutte le culture, un rimarcato concetto di dipendenza soggettiva o almeno sopportare l’esclusività di oggetto-possesso del desiderio, o la tirannide del padre, fratello, figlio padrone, in breve una specie di schiavismo mascherato da amore. Ciononostante, tranne che nei paesi con credenze religiose esacerbate la violenza gratuita era inferiore e nessun femminicidio trovava radice nell’antagonismo fra specie, semmai l’ intercettava nei conflitti dovuti ai cambiamenti egualitari epocali e nelle fratture dei sistemi ideologici culturali dei luoghi d’appartenenza.

Per concludere è tristissimo ai nostri giorni constatare che la violenza sussiste e colpisce donne di ogni età. Se poi investe bimbe piccolissime è aberrante. Purtroppo non è infrequente leggere cronache di stupri su esseri agli albori della vita, credo repulsivi a chiunque abbia un minimo di sentimento e coscienza umana. Difatto sta che una giornata non risolve nulla. Altrimenti i numeri delle vite strappate sarebbero diversi. Forse per essere efficace e cambiare questo anomalo comportamento verso le donne, anzi verso chiunque, perché in me la violenza non trova differenza di genere, ogni giorno dovrebbe essere la giornata antiviolenza. Ma, vista l’escalation in ogni ambito…temo che sarà difficile. Io ci spero. Ci spero perché conosco tantissimi uomini che non scambiano la compagna per proprietà privata e l’amore per diritto decretativo di vita o di morte. Anzi, sarà utopico ma ci spero poiché tanti uomini combattono per eliminarla.

Mi piace pensare che a questa sequela di vite strappate proprio gli uomini metteranno se non fine almeno un quoziente ammissibile.

                                                     by dif

il je suis…? Non basta.

terrorismo

È comprensibile se il mondo è sotto choc, i leader mondiali sgomenti, i francesi sconvolti per il trucidamento a sangue freddo, di più di cento connazionali e ogni individuo normale porta in se quel minimo di inquietudine e turbamento orrido che per reazione tramuta in un: je suis Paris. Comprensibile si, bensì infruttuoso! Vi ricordate qualche mese fa? Vi sembra che il ” je suis Charlie Hebdo” evocato in ogni dove è servito? Se è risuccesso decuplicando i morti….!!! Evidentemente alla reazione emotiva serviva altro per trasformarsi in un efficace propellente demolitore di stragi selvagge. Serviva uscire subito dai propri recinti, unire le intellighenzie, i servizi segreti, i competenti di guerriglia e atti terroristici, i diplomatici, tutti gli uomini e le donne senza distinguo, senza i soliti paletti. Da venerdì 13 tutti i Charlie chiamano i leader, stazionati nei propri orticelli a studiare difese egoistiche, limitandosi a fare comunicati di condanna circostanziali, a uscire dalla propria ortaglia. Li chiamano uno a uno a radunarsi nel grande campo mondiale comunitario per sezionare le reazioni e le decisioni del passato onde evitare di ripetere i danni che han prodotto. Chiamano gli strateghi a autoanalizzare le risposte belligeranti precedenti per capire le voragini prodotte a medio e lungo termine e trovare alternative alla guerra armata. Chiamano al coordinamento politico-decisivo globale per correggere e schivare tutte le storture prodotte da conclusioni individualistiche soggettive. Li chiamano perché il terrore è l’arma letale del fanatismo ma la paura è la sua miccia. Quindi è necessario reagire, creare un fronte forte, una barricata mondiale di uomini e donne che non si lasciano paralizzare dal panico seminato dai terroristi. Quelli lo creano apposta. Ormai conoscono tutte le pecche, le contraddizioni, le divisioni ideologiche e territoriali. Quelli che manovrano le capocce indottrinate fanaticamente prima hanno studiato e hanno imparato, convivendoci per anni, come dividere, far discutere, scomporre, intimidire per far approdare a niente. Soprattutto hanno compreso la limitatezza deliberativa comune delle super potenze per quisquilie egocentriche e l’incapacità determinante di sottopotenze, la balbuzie politica di alcuni leader, la cecità di altri, l’ambiguità di altri ancora. I satanassi ideatori e seminatori di panico e terrore conoscono a fondo i vizi dei governi e dei governanti da poterli vendere a tutti quei cercatori di sangue, di eccitamento violento spietato e gelido. 132 morti e più di 300 feriti sono una bazzecola se non si fa qualcosa di diverso dalla rituale chiacchiera e non si smette di liquidarli con i soliti slogan di esseri infami, incivili, e..e..ecc! I divulgatori di morte hanno ormai campi vasti di erbe malefiche cresciute a dismisura per sottovalutazione, pigrizia di status quo e, purtroppo anche di doppiezza, per cui urge una vera emergenza autocritica senza se e senza ma, di tutti quelli che veramente vogliono evitare una catastrofe mondiale, per rasarle. Quanto accaduto venerdì costringe tutti a azzerare le dissertazioni del passato. Un fenomeno complicato e viscido obbliga a una consapevolezza: che il je suise…diventi proficuo. Se c’è coscienza collettiva a ogni livello che il credo pianificato e inculcato è colpire, colpire, non importa chi purché produca, paura, rabbia, risposte spicciolate, reazioni scomposte, ovvio che l’isteria collettiva che fa il giochino dei massacratori si evita e il je suise un… pinco pallino, potente o qualunque, muta. Nessuno arretra e si piega alla paura, resta acritico e isolato zappatore del proprio sicuro orticello. Ogni je suis esce dal suo egoistico recinto, si unisce, congiuntamente ragiona, vanga e spezza la catena subdola del proselitismo invasato, isola i massi organizzati della guerriglia sfiancante, fende il reclutamento e il manipolamento di teste attraverso i social, estirpa i modelli distorti del terrore fanatico, le mine vaganti, gratta scava e denuda l’inquietudine esplosiva, affossa manovre e manovratori di violenza indiscriminata d’origine jihadista. Soprattutto comprende, chi sottobanco procura denari, mezzi, armi, ai fomentatori di odio per mattanze di esseri umani inermi.

 by dif

valeri

 insieme a tanti altri a cui va il mio pensiero