LA CONTA DEI DANNI

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La coda del ciclone, scatenatosi sul mio paesello ai primi di giugno, prevista e ribattezzata dai meteopoli refeballottadeum è passata. Dopo la conta dei danni, ogni paesano, col suo appuntino, s’è recato nella sala azzurra adiacente al bocciodromo, un vero orgoglio del paese dopo il restauro dell’anno passato, per riferire la propria situazione  ai preposti contradaioli, questi avrebbero poi fatto  una sintesi comparativa dei danni e stilato la graduatoria dei paesani più culoni, cioè quelli che con l’aiuto di qualche santerello l’avevan scampata bella riuscendo a salvare anche le brocche crepacciate al primo passaggio calamitoso. Come al solito, quando sono arrivata in compagnia della mia vicina striminzita e della bionda russa, imperversava una gazzarra incredibile. Da una parte della sala i bambini correvano e saltavano da far girar la testa, tanto loro non potevano parlare, nella parte opposta le donne gossispavano di figli, esito scolastico, vestiti, creme, costumi e vacanze creando un frastuono da sembrar la fanfara del paese. Al centro della sala i capifamiglia, maschi e femmine, erano un mucchio di coristi infervorati a far presente ai capi contradaioli, schierati in fondo alla sala sotto i propri gonfaloni con aria compunta, la numera dei danni. Assurdamente nessuno voleva essere lo sfigato del paese o il citrullo incauto,  sapeva per esperienza di altre calamità che correva il rischio di passare un’estate avvelenata da sberleffi e sfottò.  Perciò ognuno si accalorava e sbracciava cercando di sminuire i danni subiti, marcava quelli degli altri accusandoli di barare, tirava in ballo vecchie ruggini per fargli ammettere che l’appuntino dei danni era maneggiato, addirittura si impuntava denunciando crepette invisibili anche a visus di 10 decimi. Insomma tutti incredibilmente si davan un gran da fare per dimostrare di aver diritto a stare in cima alla lista dei fortunati risparmiati dal tornado, nessuno, contrariamente all’usuale, piagnucolava e caricava perdite e danni per strappare un poverino o un occhiata compassionevole. La baraonda era tale che mi son ritrovata a non sapere più se dovevo mostrare il mio onesto appuntino, tacere, giustificare i danni, oppure deformare la realtà facendo finta che il ciclone non mi aveva rotto metà degli orci ma, addirittura, ci avevo guadagnato la possibilità di sbarazzarmi dei paesani che mi facevan una spietata concorrenza mostrando giare più belle delle mie.  Avvilita ho cercato un cantuccio per riflettere. Dopo un po’ ho concluso che era meglio non mostrare il mio appuntino.  Non mi interessava di essere considerata sfigata, citrulla o finire in fondo alla lista se dovevo rigirare la verità, mi interessava trovare il modo di ricomprare gli orci che avevo perso al passaggio del refeballottadeum, quindi era meglio che iniziavo a ingegnarmi su come potevo farlo senza perdere tempo prezioso. Così ho lasciato che si sbranassero tra loro, sono andata a ciarlare con le mie vicine fin quando i portavoce dei quartieri, stanchi di baruffe e baraonde han detto che il ciclone aveva si attraversato il nostro paesello ma nessuno ci aveva rimesso un orcio, perciò tutti eravamo nella lista dei fortunati e potevamo tornare alle nostre casette contenti e soddisfatti. Veramente da qualche frase cincischiata a denti stretti e qualche muso lungo di compaesani mi è sembrato un modo sbrigativo per liquidarci piuttosto che una valutazione obiettiva di come stavano effettivamente i fatti.  Sciolto il raduno dalla sala azzurra ci siam spostati  tutti nel prato antistante al bocciodromo, dove nei tavolini c’eran torte e beveraggi che ognuno di noi, come consueto, aveva portato per concludere la serata in allegra compagnia. Sarà per il cielo luccicante di stelle che ispirava pensieri voluttuosi, la bontà di torte al cioccolato, alla crema, al kivi e altri frutti saporiti che stimolavano al godereccio, qualche buon bicchiere di Sangiovese che aveva riscaldato i ghiaccioli, la musica languorosa diffusa dalla scuola di  ballo vicina, fatto sta  s’è scatenata una sarabanda di canti, balli e risate spensierate che ha fatto dimenticare a tutti il passaggio del ciclone e le sue conseguenze.

Conclusa la festa, nell’andare a casa ero così rilassata e felice che la mia vicina striminzita mi pareva si fosse allargata, sicuramente si era rimpinzata di torte fatte dagli altri  e aveva messo su due  o tre chilietti. Viceversa,   la mia vicina russa  prosperosa mi sembrava assottigliata,  gli eran spariti  quei chili di troppo,  ogni giorno tenta di perderli  andando  in palestra, facendo tutta sera footing nel prato con  i compaesani bonaccioni, pure  il mio vicino rimbrottone e forcaiolo mi sembrava  un angioletto pacificatore. Alla fine ero molto soddisfatta, non avevo capito un granché della situazione complessiva, chi ci aveva rimesso e chi l’aveva passata liscia perchè tutti eran felici e beati ,  sapevo solo che il giorno dopo le mie vicine si sarebbero svegliate contente, senza tanti sforzi avevano ottenuto quel che da mesi sognavano: mettersi il bikini senza risultare l’una una acciuga e l’altra una balena. Come si dice non  tutti i mali vengono per nuocere, o per meglio dire:  quando il caso  ci mette lo zampino esulta il tuo vicino!!!!

 

 

 

 

LA CONTA DEI DANNIultima modifica: 2009-06-25T11:20:00+02:00da difda4
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