Chi c’è nella grotta

Aldilà della fede che ti anima trovarsi davanti alla grotta di Lourdes e scrutare gli occhi dei pellegrini che col rosario in mano, a tutte le ore del giorno e della notte, col sole, il vento o la pioggia battente, se ne stanno li, per ore, e ore, a fissare quella bianca statua di Madonna nell’incavo, è un esperienza che spiritualmente coinvolge e allo stesso tempo, almeno a me, pone mille interrogativi. Sensibilizza perché avverti che quel popolo che prega in varie lingue non è li per caso. È li per decisione che varia da persona a persona. In molti trapela un esserci per una tenue speranza. In altri per un totale affrancamento. In certi altri per una richiesta precisa. In taluni per sbrogliare un ammasso di sconcerti intimi. In alcuni per una sorta di ringraziamento.

Pone mille interrogativi perché in nessuno filtra un disinteresse o un minimo distacco mentale da quella bianca immagine. Ognuno, con gli occhi fissi o col capo chino, se ne sta li cerebralmente sintonizzato su quella statua di donna ieratica e non si scollega nemmeno se diluvia ma sgrana il rosario come se fiammeggiasse il sole. Ti domandi e ridomandi: come è possibile che nessuno palesa una reazione di disagio neanche se inzuppato da testa a piè? Non ha senso logico. Se li guardi però…

Se li guardi, in quei pellegrini abbrividiti da pioggia e freddo o abbrunati da sole e calura, da parerti sagome lignee incollate a panche o selciato, la risposta a una illogica l’afferri all’istante. È scritta a caratteri cubitali sui loro volti: attesa. In ogni immagine umana, giovane, meno giovane, libera o impedita, è la parolina magica che li rende inalterabili alla condizione climatica. Aspettativa di che? Beh, è scontato, di quel qualcosa impossibile all’umano! Si, ognuno da quella bianca immagine di Donna Divina stoicamente si attende un atto straordinario di sgravio, una “guarigione” del dilemma che li tempesta nel fisico o nello spirito.

Il singolare che stupisce e allocca il pensiero realista è che nei volti non filtra Illusione, ma certezza. Una assoluta sicurezza di essere, da quella immagine statica di Madonna, ascoltati, compresi, esauditi in qualsiasi ragione li cruccia e per la quale son li, fissi e irreagenti a qualunque deconcentrazione.

Fa invidia l’aggrappamento totale a simile convinzione. In specie se hai la consapevolezza d’esser incapace di sperimentare un analogo stoicismo per inseguire un qualcosa di ipotetico. Benché…

Benché se a Lourdes mi ha suscitato sbalordimento constatare come ogni pellegrino, quando si scollega da quell’immagine, ha il volto radioso, pacificato e soddisfatto come quello di chi ha ottenuto tutto ciò che a quella immagine ha implorato, il frastornamento, che mi ha invaso, dopo lo scattare foto a quella Bianca immagine, nel guardarle dovermi domandare: chi c’è in quella grotta oltre la Vergine immacolata, è stato inceppante d’ogni altra emozione o turbamento provato in quel via vai di volti giunti a Lourdes dai luoghi più sperduti del pianeta.

Ogni tanto guardo quelle foto. In particolare le  due che posto.

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Ogni volta cerco di afferrare il perché a distanza di un minuto le immagini son tanto diverse e in una mi par vedere, alla sinistra di Maria, una specie di vermiciattolo beffardo.

Purtroppo non arrivo mai a una deduzione certa.

Nel guardarle e riguardarle il dubbio rimane e la domanda che mi impella è sempre la stessa: nella grotta, c’è o non c’è un intruso?

Boh! Arriverò mai a comprendere e… se c’è, perché c’è?

Se non avessi scattato io le foto… direi che son frutto di un pazzoide burlone.

 

In attesa di risolvere il mio etereo rebus visivo a tutti un concreto augurio di felice weekhend

bydif

 

 

Non é solo una coincidenza!

nasa onde gravitazionali

È di pochi giorni fa la notizia incredibile che sembra fornire, almeno a livello sperimentale, la convalida scientifica di quanto Einstein aveva ipotizzato un secolo fa sulle onde gravitazionali, nella sua teoria della relatività. Proprio nel febbraio 1916, sunto in breve, aveva teorizzato: se lo spazio-tempo in presenza di una massa in movimento si curva; lo spazio-tempo ha delle increspature,e le increspature probabilmente si muovono. – Figurativamente un po’ quel che avviene in uno stagno quando si getta un sasso; la superficie, alterata dalla materia sasso, increspa e l’onda oscillando si dilata.- In fisica le increspature o perturbazioni oscillatorie sono definite onde gravitazionali. Viaggiano alla velocità della luce e interagiscono in modo impercettibile con la materia che incontrano. Chiaramente Einstein comprese subito che era difficile rilevare le onde gravitazionali. Era possibile solo con un evento di considerevole importanza come ad esempio la fusione di due buchi neri, quantunque sui buchi fosse un po’ scettico. Il che è proprio quanto il team dei ricercatori nucleari ha appurato con strumenti sofisticatissimi. Data l’importanza, la notizia ha fatto il giro del globo dimostrando prima, quanto la scienza abbia ancora da scoprire di questo complesso e misterioso universo, poi, che le teorie elaborate, intuitivamente, attraverso la matematica non solo hanno un fondamento ma sono verità documentabili anticipate. Specificatamente, la notizia palesa che con ipotesi teoriche, uno scienziato come Einstein, per mezzo delle equazioni riesce a enunciare leggi fisiche prima della scienza. Ciò è tanto vero che fenomeni di realtà da lui previsti con studi e teorie, successivamente hanno trovato effettiva conferma scientifica d’esistenza tangibile, peraltro rivoluzionando la fisica e assai anche la nostra consuetudine. A questo punto mi sorge una domanda: può la mente umana utilizzando la sola matematica arrivare a presupporre fenomeni fisici sconosciuti e giammai inconcepiti? Stando alla notizia assolutamente si! Anche se Einstein ne era già convintissimo prima che chiunque potesse dimostrarlo. Perché ? Perché riteneva che l’universo è incredibilmente “fabbricato” con perfetto ordine razionale matematico. Ciò significa che applicando la logica matematica,con enunciati, equazioni, formule ecc. si può scoprire con esatta precisione ogni mistero del cosmo? Si! Ma non solo. Anche dimostrare che l’universo non è andato via via formandosi elaborando un ammasso caotico per coincidenza, ma, come asseriva Einstein, è il prodotto di una “forza ragionante superiore”. Ossia,come dire che il tanto cercato momento del big bang non è causa di un esplosione, una accelerazione di una serie di convergenze occasionali o una coincidenza bensì è il costrutto matematico di uno “spirito superiore illimitabile”. Quindi, l’attimo del big bang è l’azionata equazione perfetta di un essere eccelso che muta il caos spaziale in assetto cosmologico? Più che plausibile sembra certo! Per estensione allora potrei evincere che l’ordine del creato è opera di un essere trascendente intelligentissimo, ovvero quello che si definisce Dio. Conseguentemente, l’eco gravitazionale del big bang da captare e che la scoperta fa sperare di intercettare non sarebbe altro che la propagazione delle onde del fiato del “matematico” creatore. L’idea mi affascina. Quella di un big bang verificatosi per sola coincidenza invece mi provoca un prurito fastidioso, la trovo uno stratagemma per dir di no a opinioni diverse. Tanto più se penso a come si sono espressi innumerevoli scienziati sulla sorprendente capacità della matematica di descrivere e spiegare il mondo, o a G. Galileo e al Nobel per la fisica P. M. Dirac che in modi diversi affermarono che “la natura è scritta in elegante lingua matematica”. Fatto sta che dal 11 febbraio 2016, giorno dell’uscita ufficiale della certificazione dell’ipotesi einsteiniana, nel mondo scientifico di spazio-tempo tutto cambierà. Anche perché la scoperta delle onde gravitazionali va ben oltre ciò che una marea di studiosi dopo cinquantanni hanno concretamente registrato. Apre scenari infinitamente vasti. Anzi, permette d’arrivare a rivoluzionare completamente il pensiero fin qui consolidato su tempi e modi di viaggiare nello spazio. Perché? Perché la finestra temporale in cui i due osservatori hanno registrato in dieci millisecondi la coincidenza dell’arrivo delle onde gravitazionali infatti muterà tutto. Quel cinguettio ottico appena appena percepibile risultante dalla variazione del cammino dei fasci laser lungo i tunnel è senza ombra di dubbio il trillo lievissimo che sveglierà i ricercatori sperimentali a intraprendere un cammino di studio della materia in movimento spazio-tempo in modo diverso dall’attuale. Arriveranno a scoprire che le distanze spaziali si possono fare in tempi più rapidi, anzi rapidissimi. Ovvero che si può viaggiare e comunicare nell’universo in modo oggi impensabile ma che tuttavia è da sempre il sogno dell’umano. Non ci vorranno cent’anni stavolta. Qualcuno variando i termini matematici di una equazione, senza li per li comprenderlo, elaborerà la formula per costruire un buco spazio-tempo, cioè un vuoto in cui un “ascensore” si muove e si sposta da un punto a un altro dell’universo. La scoperta non è solo una coincidenza. fortunata dovuta a lunghi studi di un team di ricercatori. Anche. È una certezza criptata nei numeri. Offerta per permettere di arrivare a “viaggiare le distanze ” in tempi adatti alla lunghezza di una vita umana.  Nulla capita per sola coincidenza. Ogni scoperta rivoluzionaria si ha quando i tempi sono maturi per fare progressi nella conoscenza del mistero che ci circonda. Un altro matematico teorico ha già  il compito di comporre la formula matematica. L’umano viaggierà bucando spazio-tempo Nella logica del perfetto basta pazientare e a tutto sarà data luce.

by dif

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……la foto in alto  della Nasa. visualizza le  increspature .

 

 

L’atmosfera di Fatima

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Questo 13 maggio, è il 93° anniversario della prima apparizione di Fatima. 

Di solito ogni anniversario richiama una moltitudine di pellegrini provenienti da tutto il mondo, principalmente spinti da desideri di devozione verso la Vergine Maria, secondariamente da aspirazioni intime di ottenere grazie e intercessioni per problemi di umana sofferenza, in minima parte approda per curiosità escursionistica. Quest’anno anche papa Benedetto 16° è andato pellegrino a Fatima per ricordare: la prima apparizione dell’Immacolata ai tre pastorelli avvenuta il 13 maggio del 1917;  l’attentato mortale subito il 13 maggio del 1981 da Paolo Giovanni 2° in piazza S. Pietro al quale scampò, per l’intervento della Vergine Maria che deviò la traiettoria del proiettile, poi incastonato nella corona della Madonna per suo volere; soprattutto per pregare la Vergine di intercedere per i mali interni e esterni che attualmente affliggono la chiesa e il mondo intero. In particolare, dopo i fatti di pedofilia che coinvolgono numerosi prelati e che stanno riversando cumuli di “sporcizia morale” su tutta la chiesa cattolica mettendo in crisi la sua credibilità e il suo ruolo nel mondo, a consacrare sacerdoti  e laici al cuore Immacolato di Maria Sembra che il “ marcio”  venuto a galla e suscita reazioni che allontanano i credenti dalla chiesa e dai suoi ministri fosse contenuto nel terzo segreto di Fatima in forma indiretta. Ho letto la lettera, almeno quella resa nota, mi è parso di cogliere un monito verso ogni forma di comportamento umano ingiusto e scorretto che ricade e danneggia l’umanità più che un  riferimento specifico.

Qualche anno, fa anch’io mi son ritrovata pellegrina in quella folla immensa, non per una decisione partita da un desiderio personale di conoscenza o da un’esigenza religiosa incalzante, semplicemente come hostess di una persona cara, quindi per sentimenti di affetto e solidarietà.  Però  quando  il destino vuole,  trova tutte le strade per farti arrivare dove ti è necessario per migliorarti o semplicemente per prepararti ad affrontare situazioni future imprevedibili,  assai dolorose  che richiedono sangue freddo per superarle con razionale lucidità,  saldezza spirituale per viverle senza cadere nel baratro nero dello disperazione.

 Così è stato per me.

Quando approdai sul suolo di Fatima insieme al gruppo pellegrino  e  mia sorella, < si era accodata all’ultimo minuto con mio grande stupore, infatti non le avevo neanche chiesto se voleva venire sapendo benissimo il suo pensiero in proposito> mi sentivo staccata da quel contesto, solo una accompagnatrice di sostegno affettivo a chi mi era caro. Anzi, tanto io quanto mia sorella sembravamo due pesciolotte fuor d’acqua,  due note stonate che stridevano col gruppo pellegrino di padre Mauro;  risalta anche nella prima foto scattata  a ricordo dell’arrivo del gruppo. Per dirla tutta, gli altri partecipanti già alla Malpensa ci percepirono come due intruse, due snob signore ammazza tempo preoccupate del loro aspetto esteriore e non di quello intrinseco. Come dargli torto, in fondo avevano le loro ragioni di sentirci avulse, lontane da loro mai nessuno ci aveva sentito nominare o ci aveva visto partecipare ai loro raduni di preghiera a venerazione di Maria e riflessione sul mistero del santo rosario. Persino padre Mauro era perplesso tuttavia nel suo ruolo di guida spirituale ci accolse come sue fedeli, cercò poi di coinvolgerci alle attività previste senza forzarci, a suo onore devo dire che fu molto intelligente e anche spiritoso. A distanza di anni, quasi otto, era ancora viva suor Lucia, una delle principali depositarie dell’evento e dei famosi “segreti” legati alle sei apparizioni di Fatima,< avvenute ogni 13 del mese, da maggio a ottobre del 1917> avemmo anche  la rara fortuna di intravederla mentre pregava nel monastero di Coimbra. Dicevo,  a distanza di anni,  quei pochi  giorni di luglio  passati a Fatima e nei luoghi legati alle apparizioni si sono palesati più di un semplice gesto di cortesia compiuto per amore profondo verso qualcuno. Sono stati l’inizio di un cammino, non di fede e preghiera come verrebbe subito da pensare ma di accettazione di ferite e sofferenze passate e future. Difficile esporre  i meccanismi concreti agli altri essendo impercettibili anche a me stessa.   Mi spiego, prima  ho afferrato  la “guarigione” del passato, quello nascosto nel profondo, nessuno sapeva  e distingueva  ma  a me  causava enorme disagio, a volte era  un peso insopportabile in quanto lo ritenevo ingiusto, di fatto lo era ma impossibile da eliminare con un colpo di spugna o attraverso i tribunali  per vari motivi che non posso trasporre.  Un malessere che non riuscivo a superare con la ragione, stava diventando intollerabile, mi toglieva scioltezza  intima,  serenità, impediva di affrontare con filosofia le sgradevolezze della vita. In parole povere respirare allora  quella atmosfera ricca di astrattezza mi ha  liberata poi di  una spada di Damocle  che mi irritava da mattina a sera.

Sì, a Fatima s’immagazzina senza volere un’atmosfera particolare che ti scende nelle viscere, anche se non vuoi respiri qualcosa che ti serve, non sei neppure consapevole che ti è necessaria, quindi non la respiri volutamente o sei lì  per assimilarla, ti arriva da sola attraverso i pori della pelle, mentre cammini nei luoghi delle apparizioni, avverti zaffate che scambi per ventate. Direi di più, sei così distaccata che neppure preghi con devozione, come ho visto fare e che lì per li ho anche invidiato, per non esserne capace, sono credente ma sempre un po’ critica, come tanti ho paura di lasciarmi coinvolgere e diventare un’acquasantiera che prega, prega per paura di “castighi” o ingraziarsi i favori di “lassù” piuttosto che per instaurare un filo diretto con Dio.  Non sto dicendo che a Fatima basta respirare o camminare per  ricevere “miracoli”, può darsi, sto affermando che in quei luoghi spira un qualcosa di particolare inafferrabile e potente che t’invade, si insinua in te,  lo accogli senza domande e con naturalezza vedi sparire ciò che ti infastidiva e  ti ritrovi ad agire in modo totalmente diverso. Alla cappellina delle apparizioni di quella immensa  piazza, quasi senza confini e senza tempo, dico non ci arrivi a caso, neppure quando vai per curiosità, ci arrivi perché  ti è essenziale assimilare quello che non è spiegabile e comprendi in seguito.  Razionalmente inammissibile e da tacere per non passare per citrulla imbevuta di miti spirituali ma nell’intimo  costretta a riconoscerlo, almeno a porti qualche dubbio che”non tutto è come pare”e non tutto è identificabile attraverso i sensi mortali. Di sicuro arrivi di fronte a  quella minuscola statua, posta tra fiori e  protetta da vetri, per un motivo che non sai, sul momento la guardi e basta, non riesci a formulare un pensiero, a chiedere qualcosa, almeno io non ci sono riuscita, m’è parso superfluo, mi arrivava un tale profumo trascente che da solo bastava a colmare vuoti e dubbi. 

In quei giorni pellegrini, non posso dire che ho visto cose strabilianti, vissuto esperienze particolari da farmi asserire quanto sopra. Ho solo vissuto una moltitudine impressionante di gente d’ogni razza e colore che andava e veniva,  pregava notte e giorno,  stava in silenzio,  in adorazione per ore e ore , accendeva candele, cantava inni a Maria, piangeva, rideva, rimproverava i figli, scattava a ripetizione foto per avere un ricordo del vissuto. L’unica  reminiscenza speciale che ho  è il suono delle campane a festa, si propagava con festosità in quel clima venerale di spazio e tempo indecifrabile arrivando come ovattato, quasi fosse messaggio esclusivo diretto ad ognuno per lasciargli un ricordo insolito, suscitare una emozione, risvegliare un sentimento sopito.  Entrava dentro e  veniva voglia di trasporlo e condividerlo con gioia. A dire il vero c’è un altro particolare che  mi sorprese, mia sorella, allorquando tutta compassata nel suo impeccabile abito la vidi armeggiare nella ressa, poi telefonò a nostra madre ancora tra noi per farle ascoltare quel suono gioioso di campane  sventolando un  fazzoletto bianco. Ancora oggi mi chiedo a chi lo sventolava o perché, lei che da scienziata non si sbilancia mai e riesce  a mantenere in ogni situazione logica freddezza mi apparve un controsenso.

Come ho sopra accennato l’essere arrivata a Fatima aveva una sua logica d’inizio di nuovo cammino.

Il motivo di quel pellegrinaggio non premeditato infatti mi è apparso chiaro in seguito, attraverso eventi non proprio gradevoli che in passato mi avrebbero mandato in tilt, < tralascio per non annoiare> Precisamente nel momento della necessità temporale, ho appurato di essere mutata, non dal punto di vista dell’attaccamento a pratiche religiose, neppure in quelle di recita giornaliera del rosario purtroppo, nel modo di accettare pragmaticamente situazioni difficili e dolorose. Scoprendo che quel clima creato da tutto un contesto rimescolato di mistico e profano,  inconsapevolmente  mi aveva dotato di forza interiore, trasfuso energie e doti insospettabili di reattività alle difficoltà che prima non riuscivo a utilizzare, in parte perché  soffocata  da esperienze negative, in parte per sconoscenza di me stessa.  Ho dovuto ammettere che quell’esperienza aveva modificato il mio modo di essere e affrontare razionalmente le grane turbinose, principalmente  quanto, se fossi rimasta con quelle zavorre attaccate al mio spirito e al mio cervello, non fossi “guarita dalle ferite passate”, avrei procastinato il futuro, non saputo sostenere sofferenze e superare eventi senza crollare psicologicamente e anche fisicamente.

In quei cinque sei giorni  passati a Fatima, ripercorrendo  quei luoghi legati alle apparizioni, senza niente in testa di fervente o particolarmente attaccato al culto mariano che non fosse altro che spirito di solidarietà e affetto verso chi accompagnavo, avevo inalato energie positive straordinarie che mi  avevano  preparato a camminare nelle difficoltà, senza timori e cedimenti. Oserei dire avviato a un processo di  metamorfosi filosofica che mi  instradava  verso  la mia vera essenza. Non posso dire che  spiritualmente ho subito un “ tocco di grazia divina” da indurmi a pratiche religiose assidue, neppure che ho  trovato la fede perché l’ho sempre avuta, posso solo  attestare  che  senza l’intervento del caso  che mi ha portato a contatto con il mistero mariano di Fatima  ero destinata a  entrare nei gorghi del disfattismo che rendono arida, acida, intollerante ai bisogni altrui, oggi  sarei  una specie di brodo ristretto umano egoista, con il cuore colmo di acredine, niente  mi sembrerebbe tanto bello quanto la vita anche se ti chiede costantemente di accettare cose sgradite, quelle che non augureresti neppure al tuo peggior nemico. 

In conclusione, sento che ancora la mia metamorfosi non è completa, avverto che quel cammino iniziato a Fatima, il giorno del mio compleanno, < il pellegrinaggio era per l’apparizione del 13 luglio e io sono nata il 14> è ancora irto di diffocoltà, mi ha  chiarito solo una parte, altro mi aspetta.

 

 

 

QUALCUNO SA DARLE UNA RISPOSTA?

Questa vicenda  non è fiaba, non è fantasia di una monella, un racconto concepito da una mente spaesata,  è uno dei tanti eventi capitati nella vita di una normalissima donna che alle fiabe neanche crede, il trascendente non lo esclude bensì lo prende con le molle, è  più  scettica incallita che credula. La poverina da anni si arrovella a trovare una risposta, ha cercato, scartabellato, domandato qua e la ma o l’han guardata di traverso o gli han semplicemente risposto: “Ma va l’ha, non può essere, son vaneggi di un’immaginazione  fervida, fatti vedere da uno psicopatologo!”  La poverina disperata  c’è andata, quello l’ha visitata e rivisitata ma strana non l’ha trovata, semmai un tantino  suscettibile e irritata le è sembrata al momento di  pagare l’onerosa parcella. Fatto sta, risposta non l’ha trovata e da anni  la cerca affannata per porre fine a  dilemmi che ogni tanto la catapultano ai confini dell’assurdo, costringendola fra se e  se a raccontarsi cose come questa che or posto:

< Creatura iridescente, bianca come lattea luce un giorno ti vidi. C’era l’alluvione, sospesa sopra il fiume, seguivi il mesto procedere di una famigliola alluvionata. Scivolavi al  fianco degli scampati che si erano appollaiati su una barchetta stringendo al petto i loro fagotti di cose raffazzonate alla rinfusa. Eran padre, madre, due figlioletti e una vecchia nonna, remavano lentamente, gli occhi fissi sull’acqua limacciosa, i volti muti, rassegnati all’ineluttabile si allontanavano da averi e casa sommersi dalle acque trasbordate dagli argini del Po senza accorgersi di te che li seguivi passo, passo.

Dove ti ho visto? Precisamente tra Brescello e Guastalla, lungo una biforcatura disegnata dalle acque fuoruscite dal letto principale del fiume, nel silenzio assoluto che lascia una tragedia appena consumata, seguivi il lento andare degli sventurati con atteggiamento protettivo e carezzevole.  Stavi a loro fianco, li scortavi con l’ansia curiosa di sorte  avversa che ha trafitto ingiustamente, il timore apprensivo di un pericolo vitale ancora non scampato dai poverini.

 Eri tutta di luce, un essere sottile e leggiadro fasciato di luce, braccia e gambe affusolate, non eri trasparente o informe macchia ma un corpo fatto di materia luminescente dalle proporzioni simili a quelle umane che camminava sospesa a un pelo dall’acqua.  Non ho visto occhi ma dall’atteggiamento del volto rivolto verso la famigliola ti comportavi come se vedevi, giravi il volto per guardare innanzi,  quasi a voler essere timone di quella piccola barchetta stracarica per condurla in salvo. Mi sei apparsa trepida e sorridente materia iridescente, un neon vivente con una ciambella sopra il capo, fatta della stessa sostanza, se così posso definirla, uguale al corpo, se così posso chiamarlo, staccata di circa dieci centimetri non ruotava almeno a me sembrava, non ti sorreggeva ma in qualche modo che io non posso definire, da umana, ti serviva.   Non so chi eri da dove venivi come facevi a essere li, perché io ti vedevo e gli altri no almeno credo perché non battevan ciglio di meraviglia.

 Flessuosa e agile creatura sconosciuta a questo mondo, almeno da me, nell’aria camminavi, ti muovevi, con le mani carezzavi quelle creature umane meste e silenziose pressate da pensieri per l’indomani incerto.  Scivolavi, quasi ti meravigliavi che fossero afflitti, osservavi acque e visi, esortavi ad andar sicuri innanzi, forse sussurravi parole di conforto, che io non potevo afferrare, ero spettatrice e non fruitrice delle tue preoccupazioni.  

Impietrita senza una risposta precisa con lo sguardo, ti ho seguito, con la testa scombussolata dalla tua vista mille domande mi hanno assalito, nessuna risposta certa è scaturita, solo stupore. Ancora nel mio occhio sei impressa,  nella mia mente mulinelli come un rompicapo affascinante e infinito.  Da allora un succedersi di  domande mi son posta,  senza senso  l’alternarsi di risposte.  Eri santo protettore, eri angelo, eri creatura sorta dalle acque, d’altro pianeta venuta, eri uomo, eri donna, eri  androgino asessuato.   Chi eri  e  dove  posso trovare  la soluzione al mio cercare?  Chi  osa darmi una  risposta se creatura  nessuno che io conosca ti ha vista.  Mi prendono per matta solo ad accennarlo, figurarsi a  dirlo! Lo sussurro piano,   mi arrovello nel ginepraio dell’assurdo, studio e seguo l’informale, l’astruso paranormale, non ti trovo descritta nemmeno sognata e vagheggiata da una logica umana rappresentata da una  scienza concordata su nozioni  che ti  escludono a priori.

Perché  ti sei palesata, concessa alla mia vista, quali riflessioni vuoi che faccia  per arrivare a conclusioni che reggono al senno razionale senza arenare o ribaltare nel marasma delle tesi  infondate di realtà soprannaturali.  Di sicuro ti ho estrapolata, involontariamente captata filtrandoti in un attimo di luce sbagliata  che correva a  velocità rallentata, afferrabile da mio occhio mortale  ma nessuno che io conosca, creatura iridescente, crederà che quel mercoledì  ti abbia vista mentre il campanile della chiesa, mezzo sommersa dalle acque del Po,  rintoccava per tredici volte quasi a dirmi sei  desta, non stai sognando o sei caduta in stato ipnotico in mezzo alle acque, hai le traveggole   per uno scherzo  burlone. 

Chi può credere a una storia  simile non so.  Comunque da qualche parte esiste chi conosce la risposta o può almeno dirmi è raro ma  possibile che tu, creatura iridescente bianca come la via lattea, con una ciambella  sopra la testa,  quel giorno fossi lì a sostenere una famigliola, guidarla  nel pantano delle acque, esortarla a non perdere coraggio  ed io, per fortuna o più per  scarogna giacché mi pesa come un macigno,  ti ho vista come vedo una casa, un albero, una qualunque cosa fatta di materia che si vede e si  tocca.

Accidenti, e riaccidenti perché queste cose particolari capitano a me che non le voglio e non le cerco non so proprio. So solamente che  devo accettarle tanto non saprei  a chi  e dove contestarle.  Non posso gridarle al mondo, mi manca il coraggio  di come poi gli altri ti guardano. Non avrei paura di affermarle a uno scienziato purché non sia prevenuto e limitato, consideri vero tutto  quello che è comprovato e fasullo tutto il resto,  sol perché ancora non documentato. Se proprio, proprio devo essere sincera, vorrei alquanto spiegare ste cose all’apparenza astruse  e scientificamente sconosciute a chi sa poi trarne conclusioni, magari  avere quel tassello che gli manca  a un sapere umano limitato al vedere.

Di certo quel che mi racconto so che è tutto vero ma per ora posso sussurrarlo piano, piano. >

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Qualcuno sa darle una risposta che non sia la solita ovvia: ma va l’ha l’è una fola bella e buona?????

 

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LE TERRICOLE

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Non sopporto le formiche terricole perchè con il loro minuscolo granellino di sabbia che arraffano qua e la s’infilano in buchi che non ti sogneresti mai!!! Quando meno te lo aspetti ti ritrovi che ti han riempito tutti gli ingranaggi sensibili, specie quelli delle tende che hai messo per evitare sguardi indiscreti dei dirimpettai, ti ritrovi il telecomando che manovra il saliscendi una scatoletta esaurita, cambi le pile pensando di ridargli energia e invece dopo mille tentativi sei costretta a rivolgerti a un esperto che ti guarda come un ufo mentre stacca tutta la sabbietta che “quelle” hanno accumulato all’interno della centralina e nei condotti del telaio. Le terricole son terribili, per evitare guai ti costringono a stare sempre all’erta, a controllare che le file legionarie, più veloci d’una Ferrari ai tempi belli di Sciumi, non raggiungano l’obiettivo prima di te. E’ una impresa ardua stargli dietro per debellarle, mentre spezzi una cordata spiaccicandole con ogni mezzo quelle quatte, quatte son già ripartite all’attacco, han formato una fila interminabile che avanza inesorabile alle tue spalle, così ti ritrovi sfibrata e inviperita al punto di partenza, non riesci neppure a comprendere dove erano rintanate per mettere una di quelle trappole acchiappa formiche al gusto di miele e piretro che potrebbero risolvere il problema senza farti impazzire di rabbia. In questi giorni non so se per il caldo scoppiato precocemente, per noia, ripicca o motivi che sfuggono al mio umano intendimento sono accanite, han preso di mira un buchetto insignificante del telaio che mi sembrava di aver protetto rendendolo viscido con una spruzzata di olio antiruggine  ma quelle piccole e furbe terricole, non so come, son riuscite a fregarmi passando impettite sull’olio, anzi nel guardarle furibonda mi è sembrato mi facessero marameo. Le formiche terricole, “subfamily formicinae”  son tediose e pestifere come i pettegolezzi,  granellino dopo granellino seguendo la formica pilota costruiscono delle montagnette sferiche, delle vere iperboli di sabbia,  si infilano velocissime nei canaletti oscuri, li intasano costruendo i loro piccoli castelli di renella sicure che non le vedi e non le senti, ti accorgi del misfatto quando i meccanismi s’inceppano. Proprio come certi discorsetti renosi, all’apparenza innocui e facili da sgretolare ma in realtà veloci, persistenti e pericolosi perchè progettati con le tecniche della moderna ingegneria gossispiana che mira a edificare grattalingue resistenti ad ogni sorta di cataclisma, in sostanza un formicaio che da fuori sembra un guscetto inoffensivo ma se lo spacchi escon fuori una miriade di formichette con le loro parolette, si propagano a raggiera e in un battibaleno ti invadono e ti si appiccicano addosso a mo’ di sanguisughe che ti fanno rabbrividire dal disgusto, poi ci metti un sacco di tempo a ripulirti. Come le terricole le ciarle non sai dove crescono, come si sviluppano, e neanche perchè si infiltrano nei posti che più ti recan danno e se tenti di difenderti ti fan marameo!! La specie peggiore di terricola è quella che rivola in filze dietro al primo treno d’alta velocità che passa, s’infila di prepotenza nei meandri più disparati, cerca di acciuffare i granellini di rena tra la melma pur di costruire un nidietto, pone domandine e domandone come test attitudinale per scoprire strani marchingegni che gli permettono di abilitare legioni di altre formiche, soprattutto le zuccaiole, a scorrazzare su e giù per i vagoni con granelli di rena automatizzati,  farcisce canali e canaletti da mattina a sera con sputacchi di ramanzine e fiumi d’infida melassa, astutamente sposta la tua attenzione con strattagemmi di illusionismo da far invidia al miglior maghetto, si contorce come un vermicello partoriente per farti scattare la molla del pietismo e accorrere a raccattare la placenta.

Le cavallette, grazie al suggerimento di un blogger, le ho debellate affittando un gatto. Per  le terricole ho letto e riletto ma  al momento devo sorbirle. Il rimedio per farle sparire esiste, si tratta di trovare il predatore specializzato il ” chepalotus follicularis”ma dove lo trovo? Temo che fin quando non arriva una “gelata” che le stecchisce come baccalà facendole desistere dal passeggiare su e giù per i canaletti delle mie tende, seguiteranno impavide ad ammucchiar granellini di renella. Proprio ieri sera mentre mi godevo il fresco, seduta nel mio salottino di vimini, sul terrazzo deliziata dal profumo di gelsomino abbarbicato alla ringhiera,  ho adocchiato una filetta agguerrita di terricole ibridi, ballettavano una danza  per infinocchiarmi,  volevano farmi credere di non avere fini reconditi, di essere cicale disinteressate. Le poverine non sapevano che ero munita d’un canoscropio, un gioiellino di cannocchiale con incorporato un  microscopio, regalatomi  da mia sorella micro-biologa. Osservandole attentamente  ho capito che con la loro faccetta peciastra cercavano di far  leva sul mio sentimento estetico che aborrisce anche la più piccola macchiolina, così non mi sarei precipitata a cercare qualcosa per farle sparire, anzi le avrei assecondate e loro alla velocità della luce avrebbero  raggiunto la meta, non sono caduta nell’inganno, le ho fatte ballare lungo i canaletti premendo il telecomando. Ma non ho risolto il problema, domani tornano all’attacco. Forse se riesco a togliere l’ingrediente che gli serve da mattoncino si spostano, vanno a nidificare in altri recinti, magari si  infileranno nei tubi di quelli che si divertono a guardarle, mentre a me  fanno rizzare i capelli. Domani provo. A pensarci bene in qualche modo anche loro hanno diritto di sfamarsi, probabilmente son state istruite seguendo modelli e criteri che scorrazzando in canali e canaletti dai dai  qualcosa si rimedia sempre, non si rimane  a pancia vuota. A volte con questa tecnica rischiano di prendere la salmonella o d’incappare in un boccone velenoso e….Meglio adottare il sistema vivi e lascia  vivere, ossia fingere che non esistono…