La donna senza tempo

donna

Non so dire da quanto è li ne come ci è arrivata. So che ogni volta che passo in piazza lei c’è. Cilindrica e immobile, in quel suo vestito d’un rosso consunto d’imprecisa foggia, più che donna sembra un cero spento, rimasto appiccicato alla pietra che ne mano ne vento riescono a staccare. Solo i capelli corvini, lucidi, ben pettinati a treccia, un velo di cipria stesa con cura e un pallido rossetto fanno intuire che è donna. Giovane? Vecchia ? Non si distingue. La pelle liscia da sembrar piallata fa pensar che è adolescente, le mani nodose, posate in grembo a mo di protezione che è donna matura e d’esperienza; gli occhi di luminosa cerulea trasparenza che di brine ne ha passate tante sulla terra. Le labbra chiuse fan intuire che dà precedenza al silenzio, all’attenta considerazione che al noioso verbo atto a ferire anziché circostanziare. A ben scrutarla non sembra afflitta, annoiata, neppure in atto di ristoro dopo un lungo camminare. Piuttosto asettica al contesto. Nondimeno compartecipe, solenne. Difficile comprendere se guarda chi passa o fissa un punto lontano. Par più in attesa. Qualcuno o qualcosa? Mah..costantemente immobile, all’apparenza apatica e disconnessa al trambusto della vita di piazza, al movimento frenetico della gente, ai volti che tra l’indifferente e il curioso la sfiorano, fa meditare che è in attesa di qualcosa che non dipende dal luogo. Che può essere? Mi strega capire. Prendo una pausa e mi siedo sul bordo della fontana accanto alla donna cilindrica. Non mostra percepire la mia presenza. Uno spruzzo di acqua fresca mi bagna la nuca. Con l’afa è un vero refrigerio. Guardo la piazza coi suoi palazzi screpolati, le finestre chiuse, i balconi spogli, i portici imbrattati, l’asfalto che si scioglie, nulla v’è che mi invogli a soffermarmi, più a scappare di fretta ma la donna emana un odore gradevole, come le ventate di primavera ti arriva a zaffate e ti invita a restare. Resto. Gli enigmi mi han sempre attratto. E questa figura, tanto surreale nel suo cilindrico composto stare inalterabile dal contesto è un rompicapo che m’affascina. Seduta accanto per decifrar lo star fermo e distaccato della cilindrica che stranezza… nel bollore appiccicoso della canicola capto che nulla v’è di immobile in quella donna. Vibra il suo corpo, vibra la sua anima, vibra tutto l’intelletto. Dunque l’apparenza non corrisponde alla sostanza. Il mistero si infittisce e mi sveglia quel certo pizzicorino che di solito tampina e tampina il comprendonio finché non raggiunge il criptico e con deduzione logica schiara l’arcano.

Allor da testona mi interrogo: per qual motivo ciò che l’occhio recepisce non collima con l’essenza? Lo è per una interpretazione arbitraria che si basa sulla ricezione impressionistica dell’esteriore o per una caratteristica insita d’ impenetrabilità che si autoesclude agli osservatori per mantenere una sua incontaminazione animica? Impossibile una risposta immediata! Senza un minimo di aggancio interpersonale o almeno di conoscenza storica del vissuto della donna ogni domanda si svuota. Accantono il concetto di una deduzione spiegatizia e dirigo lo sguardo nel punto che la donna cilindrica par fissare con assai intensità da renderla tanto rigida quanto assente a ogni confondere dicendomi che probabilmente afferro il nocciolo che mi intriga. Uau..La faccenda più che chiarirsi mi si complica! È un muro. Un anonimo muro grigio. Liscio e di color compatto. Con neanche l’ombra di una fessura in cui l’occhio possa penetrar per…che ne so… elucubrar in solitario, perdersi in fantasticherie. Scruto quel piatto muro con una accuratezza da segugio ma neanche una grafia che rimembri un passaggio umano, una scalfittura esoterica che susciti un esiguo perché ascetico da cementar ogni fibra. Al mio occhio quella parete nessun arcano palesa da tener carne e sguardo inchiodato. Eppure, se la donna lo fissa da sembrar statua incollata al bordo della fontana, qualcosa di attrattivo in quel muro grigio deve esserci. riguardo. Il colore non mi pare abbia sfumature esclusive da incantar l’occhio. La struttura liscia senza zone d’ombra non suggerisce un benché minimo da scoprire o avvincere intensamente da estraniare al mondo. Dunque, qual mistero nasconde quella parete da immobilizzare ore e ore ogni muscolo di quella donna? Qualcosa mi sfugge. Intanto che mi cervello la cilindrica non mostra d’aver avvertito la mia esistenza, continua a fissare quel bigio muro come esalasse un magnetismo incantatore. Riprovo a esplorar meglio. Lo fisso e rifisso però che c’è da captare in quel muro insignificante, direi pure bruttino e depressivo con quel tinteggio grigio cenere, proprio non lo afferro. Nulla rilevo d’elettrizzante da conquistare l’attenzione. Assorta nel non arrivare a una logica che renda esplicito l’interesse della donna per quel muro cinerino e piallato, a mala pena avverto un getto vocifero da un megafono che esplicita di sgomberar all’istante le vetture dalla piazza. Mi scrollo un po’ per storpidir la mente e riemergere nell’oggettività. Lucida raccolgo in fretta la sporta della spesa e di premura mi alzo per disbrigare l’avvertimento. Nel farlo urto al braccio la donna cilindrica. Non reagisce. Mi scuso. Niente. Oddio mica difetterà d’udito. Un po’ spiegherebbe quel senso di astrazione inbalsamata che attrae l’occhio. Mentre mi governo verso l’auto mi volto un attimo per controllare se anche la donna si alza. Macché. Tuttavia nel suo sguardo incrocio un lampo divertito, direi di altezzoso dileggio all’agitazione collettiva creata dal frangente sgombereccio. Beh, il sarcasmo un po’ ci sta. Veder tutte quelle zampette mortaccine strascicate di peso nell’afa all’improvviso balzellare come morse da na tarantola…un risolino lo strappa.

Oh, oh… allor la “cilindrica” non è del tutto meditabonda! Raggiunta la mia geppina che sferraglia come na carriola sbracata però mai m’appieda, salgo, ingrano la retromarcia per defluire dal posteggio, ma c’è un po’ di caos che blocca l’uscita e per mettermi in linea di marcia ci vorrà pazienza. Intanto che attendo che l’ arruffato defluire si trasformi in un ordinato scorrere riguardo verso la fontana. L’acqua zampilla e con la leggera brezza che spira dal vicolo spruzza in aria goccioline che illuminate dal sole luccicano e sembrano piccoli palloncini vaganti che prima di ricadere sui bordi e sgonfiarsi si compongono ad arcobaleno. Un segno di auspicio? Boh, vedremo. La donna è sempre li, seduta, immobile e composta, con l’occhio fisso verso quel muro. Da lontano, con quel vestito rosso scarlatto, quel suo inglobarsi statico nello scenario popolano, risalta e da un tocco di sofistica calma al caos dello sfollamento improvviso delle autovetture dalla piazza il cui perché non mi è chiaro. Già, perché liberar così d’improvviso la piazza? Di solito il giorno prima un cartello avvisa. C’è dunque un accadimento imprevisto. Qual può essere in questo paese piccolo dove tutto si sa ancor prima che ci sia il tempo di pensarlo e solo la natura ha la libertà di interferire a suo piacimento. Oh, non sarà mica per qualche soffiata di scelleratezza umana. Con tutto ciò che ogni giorno si ode su certi fattacci…può essere che anche una spruzzata d’acqua fresca fa paura mentre col caldo torrido che da giorni ci squaglia sarebbe un vero refrigerio. Riprende la marcia. Un furgone frigo di prepotenza vuol inserirsi nella fila. Per evitar l’ urto del cretino di turno lesta mi sposto e devo sorbirmi pure un gestaccio da quello a fianco. Lo rimando con un bel sorriso. Per un attimo mi guarda stupito, eh eh quel ragazzotto abbronzatissimo forse non si aspettava che una vecchia signora osasse tanto. Poi mi sorride. Pace fatta. Intanto il sole picchia, il caos non diminuisce, tutti iniziano a perdere la calma e i clacson rintronano. Con quel concerto stonato ho quasi l’impressione di essere intrappolata in una marea di carcasse urlanti che soqquadrano i muri centenari e i dirimpettai pilastri del portico che da secoli convergono verso la chiesa, a mo di paladini corazzati, pronti ad annientare un nemico alieno che vuol impadronirsi del paese, come birelli impazziti accavallandosi gli uni sugli altri soccombono Per cancellare la sensazione disagevole guardo verso la fontana. Il brusco spostamento mi ha tolto la visuale. Ho un attimo di irritazione come se ho perso qualcosa di prezioso. Finalmente il guazzabuglio si sblocca e si riprende il movimento ordinato dello sgombero. Intanto che procedo percepisco la macchia rossa del vestito e rivedo la donna. Incredibile, è l’unica che in quel trambusto sonoro arruffato non si è mossa di un millimetro e neppure ha perso quella sua unicità statica da cero incollato. Di sfuggita noto che la brezza le scompiglia i capelli sfuggiti all’intreccio e il sole aureola il viso da apparire luminescente, pressoché un ovale del tutto occulto all’occhio. Pian piano l’immagine sfuma tuttavia la memoria impressiona quella mancanza di sembianze. Arrivata a casa mi riimmergo nel quotidiano tutt’altro che rilassante e non penso alla cilindrica statica donna e al suo ammaliante mistero.

Verso sera esco sul balcone per innaffiare i miei immancabili gerani che dalla primavera all’autunno, col loro vivace fiorire e rifiorire policromo nei toni rosa arancio, danno un tocco di gaiezza al grigiore e mi fulmina il riverbero rosso acceso del tramonto che inonda tutto il balcone tanto da apparire una fornace fiabesca. Come un automa poso l’innaffiatoio e mi siedo sul divanetto per godermi lo spettacolo del crepuscolo e anche per prendermi un intervallo al tran tran. Nel frattempo che mi lascio invadere da una sensazione di benessere sento la voce della mia vicina che mi appella. Non sono entusiasta ma siccome è quella che sa tutto ciò che accade in paese e oltre la vasta pianura mi alzo e mi approccio alla ringhiera per scoprire cosa ha da divulgare o da chiedere. Ovviamente prima mi fa il resoconto della sua giornata senza tralasciare i suoi pessimistici dire sui vari sciaguri che per questo o quello nel sistema incombono sulle teste e travagliano il vivere, poi mi resoconta la novità del giorno e resto allibita. Mi dice che in piazza nel primo pomeriggio c’è stata una rivolta dei lassisti allo screanzato contro l’ingerenza della congrega degli intolleranti al cafone e mentre se le davano di santa ragione un raggio laser ha colpito un muro, perforato una casa, incendiato la quercia secolare, incenerito la panchina dei bighelloni, rimpallato nella fontana, innalzato una colonna d’acqua, inzuppato i litiganti delle due fazioni, fatto fuggire per lo spavento tutti gli “ stranieri” stanzili sul muretto del municipio, tagliare la corda a negozianti e abitanti senza neanche un beo. Aggiunge che per divina intercessione dei Santi Gemelli, a parte la sua amica Rosina caduta e fratturatasi una gamba, nessun’altro si è sciagurato nel fuggi fuggi generale e per la bravura degli sbirri, quella dei pompieri, il casino è quasi finito normale, bensì è meglio non recarsi in piazza in quanto si dice che gira un satanasso che aggredisce chi gli va di tragico al cervello eppoi c’è una puzza di incenerito che asfissia. Me sbigotto..uno sproloquio assurdo,. Questa oggi ha bevuto o le gira il boccino. Ma va la… me voi burlà…un simile casino l’avrei sentito, le dico? Enno, enno è santissima verità, mi risponde, eppoi che te volevi sentì, sempre archiusa come una claustra! Boh…Per me è una autentica balla da squagliamento di intelletto da canicola, ma non replico sennò si va a domattina.

Sennonché mi pruzzica un dubbio…avevo sentito delle sirene, non associate ai vigili del fuoco piuttosto alle solite volanti che sulla statale rincorrono qualche auto sospetta o a qualche crocerossa che dall’ anno scorso strafficano a sirene spiegate… e, prima che mi investa di tutti i si dice e le quisquilie che le vengono alla lingua chiedo: quale sarebbe il muro colpito dal raggio laser? Quello bigio dell’ abitazione bigia bigia a fianco della fornaia, da almeno mezzo secolo vuota e senza un padrone. ???… addici che c’è di mezzo un chi pro quo ereditario. No no. Non ha padrone e manco il comune sa di chi è. La cosa mi pare stramba. Dai non può essere la casa di nessuno se tre mesi fa è stata ridipinta! Te assei proprio na claustra se non assai che l’han ridipinta di notte gli spettri. Caspita, ha proprio bevuto o il virus le ha tarato il cervello. Che vaneggi stasera, satanassi.. spettri.. dai…non esistono.. ma… se esistono te pare che fanno gli imbianchini o vagano per i paesi a aizzà le opposte congreghe fancazziste nei bar di piazza a spaventà la brava gente che se fa il mazzo all’afa? Per evitare polemiche convincitorie dell’assurdo di fretta la saluto e rientro in casa. Tuttavia dopo un un po’ qualcosa me rosica, me rosica e non resisto alla tentazione. Con la scusa di fare una passeggiata salutare mi infilo le scarpe adatte e a passo spedito prendo la scorciatoia che porta diritti in piazza. Lungo il viottolo prima incontro tre ragazzine che con la mascherina abbassata ridono e scherzano, di sicuro se vanno a raggiungere gli amici che ogni sera fin verso mezzanotte stazionano al parco e quasi sempre si buscano lo sgombero da schiamazzi. Poi incrocio una coppia silenziosa e nel guardarli mi rincuoro, hanno l’aria serafica, complice, non so quali fantastiche avventure li accomuna ma deduco che niente hanno visto ho sentito di tragico. Infine intravedo l’eccentrico del paese che tutte le sere in compagnia del suo grosso cane al guinzaglio fa il giro dell’isolato poi passa e ripassa davanti al campo sportivo per sparire nel viale lungo e stretto che conduce all’oasi celestina, per riapparire verso mezzanotte a sedersi ai tavolini del bar ormai chiuso, starsene al buio col cane pronto ad abbaiare a chiunque passa tranne alla signora della villetta a fianco che a ogni ora pulisce il cortile. In 10 minuti arrivo all’imbocco della piazza, il silenzio è spettrale, il tanfo dell’asfalto ancor soffocante. In nulla recepisco l’ apocalisse descritta dalla mia cicaleccia vicina. Case, portici, chiesa, fontana son là immutati. L’unica anomalia è il mio fiatone sudareccio che m’ha incollato la mascherina. Mi snebbio quel certo pizzicorino caotico originato dalla incredibile inventiva della Sandrina e mentre penso a come render pan per focaccia senza frantumare i rapporti visto che, a parte il difetto del vanvera cianciare, è bravissima nei lavori caserecci e quando le gira il boccino nel verso giusto se ho necessità mi aiuta, arrivo alla fontana. I pesciolini rossi dormono ma il getto che si innalza è un invito a gustare i sprizzi rinfrescanti. Mi siedo sul bordo lambito dallo zampillare acqueo, m’abbasso la mascherina per gustarmi spruzzi e frescolino. Inevitabilmente ripenso alla cilindrica e volgo l’occhio verso quel muro grigio che al mattino la paralizzava. In tutto quel buio pesto faccio fatica a rintracciarlo. Nel mentre frugo in quel nero capto un lieve alito, d’istinto mi volto e sbalordita vedo una sagoma seduta all’altro bordo della fontana. Non distinguo bene, tuttavia ho la sensazione sia la cilindrica. Strusciando pian piano mi sposto fino ad arrivare accanto. Forse sarà per il buio o per tutti i vaneggi della Sandrina che me hanno sfrizzicato le gambe da casa percepisco un ansare vivificato, che mi scompagina la ricezione del mattino. Op s, la sagoma non è quella della cilindrica? Per capì me illumino col cellulare, è proprio la cilindrica bensì mi sovviene un impressione diversa meno da cero incollato e più da candelotto elettrizzato. La cosa me turbina interrogativi però la metamorfosi me sfinfera assai. Nel mentre una serie de congetture me ridda le meningi prima m’arriva una vampata de calore da vulcano in fase esplosiva poi te vedo lampà un getto de luce da cecamme la piazza e avvertì un confuso di suoni da fa accapponà la pelle e la cilindrica ritta che me guarda fissa e con voce soave me domanda: che vo’ sapè da me? Ancor sconcerta belo niente …Niente? Beh m’ha intrigà l’aspetto…E? E lo sguardo fisso…E? E il muro grigio grigio…E? E che c’era di tanto attraente da guardallo fisso. Il muro eh…tu voi sapè del muro. Per un po’ con quei occhi ceruli da parer ossidar tutto il paese mi squadra da cima a piè poi con quella vocina dolce m’esclama: nel muro niente, nella gente, nella gente. Nella gente? Si, nella gente, ripete. Mentre me interrogo sul che intende di la donna candelotto si gira verso il muro e di nuovo bisbiglia: nella gente, qui o la non c’è differenza, ho tempo, aspetto e pian piano svanisce. Allocca resto li non so per quanto, quand’ecco nel silenzio impenetrabile della notte, avverto un alito che mi rimescola tutto l’elucubro e la rivedo ritta innanzi a me che mi fissa e rifissa. Cacchio d’un cacchio, è allucinazione o magia. Com’è…prima scompare e dopo riappare. Bah.. stoccafisso per non riuscì a capì un tubo, mi mormora: oltre l’apparenza, il tempo, succederà e.. di nuovo scompare senza che io riesca ad afferrar altro. Caspiterina, viene, va, parla astruso, aggarbuglià el pensà, ma chi è questa qua? Interrogativa e un pochetto sconcertata, dalle parole per me senza senso, di scatto mi alzo dalla fontana e scappo. Scappo, come inseguita da un belva feroce ma la memoria impressiona e suggella la donna d’età indefinibile, immobile e cilindrica da parer cero incollato a fissar quell’anonimo muro grigio.

Ogni tanto la rivedo li, con quella sua veste rossa, immutabile e simbiotica al suo essere, senza un tempo, un perché manifesto, con un fine inaccessibile al presente leggibile al precedente. E medito.

don

by dif

 

Chi c’è nella grotta

Aldilà della fede che ti anima trovarsi davanti alla grotta di Lourdes e scrutare gli occhi dei pellegrini che col rosario in mano, a tutte le ore del giorno e della notte, col sole, il vento o la pioggia battente, se ne stanno li, per ore, e ore, a fissare quella bianca statua di Madonna nell’incavo, è un esperienza che spiritualmente coinvolge e allo stesso tempo, almeno a me, pone mille interrogativi. Sensibilizza perché avverti che quel popolo che prega in varie lingue non è li per caso. È li per decisione che varia da persona a persona. In molti trapela un esserci per una tenue speranza. In altri per un totale affrancamento. In certi altri per una richiesta precisa. In taluni per sbrogliare un ammasso di sconcerti intimi. In alcuni per una sorta di ringraziamento.

Pone mille interrogativi perché in nessuno filtra un disinteresse o un minimo distacco mentale da quella bianca immagine. Ognuno, con gli occhi fissi o col capo chino, se ne sta li cerebralmente sintonizzato su quella statua di donna ieratica e non si scollega nemmeno se diluvia ma sgrana il rosario come se fiammeggiasse il sole. Ti domandi e ridomandi: come è possibile che nessuno palesa una reazione di disagio neanche se inzuppato da testa a piè? Non ha senso logico. Se li guardi però…

Se li guardi, in quei pellegrini abbrividiti da pioggia e freddo o abbrunati da sole e calura, da parerti sagome lignee incollate a panche o selciato, la risposta a una illogica l’afferri all’istante. È scritta a caratteri cubitali sui loro volti: attesa. In ogni immagine umana, giovane, meno giovane, libera o impedita, è la parolina magica che li rende inalterabili alla condizione climatica. Aspettativa di che? Beh, è scontato, di quel qualcosa impossibile all’umano! Si, ognuno da quella bianca immagine di Donna Divina stoicamente si attende un atto straordinario di sgravio, una “guarigione” del dilemma che li tempesta nel fisico o nello spirito.

Il singolare che stupisce e allocca il pensiero realista è che nei volti non filtra Illusione, ma certezza. Una assoluta sicurezza di essere, da quella immagine statica di Madonna, ascoltati, compresi, esauditi in qualsiasi ragione li cruccia e per la quale son li, fissi e irreagenti a qualunque deconcentrazione.

Fa invidia l’aggrappamento totale a simile convinzione. In specie se hai la consapevolezza d’esser incapace di sperimentare un analogo stoicismo per inseguire un qualcosa di ipotetico. Benché…

Benché se a Lourdes mi ha suscitato sbalordimento constatare come ogni pellegrino, quando si scollega da quell’immagine, ha il volto radioso, pacificato e soddisfatto come quello di chi ha ottenuto tutto ciò che a quella immagine ha implorato, il frastornamento, che mi ha invaso, dopo lo scattare foto a quella Bianca immagine, nel guardarle dovermi domandare: chi c’è in quella grotta oltre la Vergine immacolata, è stato inceppante d’ogni altra emozione o turbamento provato in quel via vai di volti giunti a Lourdes dai luoghi più sperduti del pianeta.

Ogni tanto guardo quelle foto. In particolare le  due che posto.

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Ogni volta cerco di afferrare il perché a distanza di un minuto le immagini son tanto diverse e in una mi par vedere, alla sinistra di Maria, una specie di vermiciattolo beffardo.

Purtroppo non arrivo mai a una deduzione certa.

Nel guardarle e riguardarle il dubbio rimane e la domanda che mi impella è sempre la stessa: nella grotta, c’è o non c’è un intruso?

Boh! Arriverò mai a comprendere e… se c’è, perché c’è?

Se non avessi scattato io le foto… direi che son frutto di un pazzoide burlone.

 

In attesa di risolvere il mio etereo rebus visivo a tutti un concreto augurio di felice weekhend

bydif

 

 

Non é solo una coincidenza!

nasa onde gravitazionali

È di pochi giorni fa la notizia incredibile che sembra fornire, almeno a livello sperimentale, la convalida scientifica di quanto Einstein aveva ipotizzato un secolo fa sulle onde gravitazionali, nella sua teoria della relatività. Proprio nel febbraio 1916, sunto in breve, aveva teorizzato: se lo spazio-tempo in presenza di una massa in movimento si curva; lo spazio-tempo ha delle increspature,e le increspature probabilmente si muovono. – Figurativamente un po’ quel che avviene in uno stagno quando si getta un sasso; la superficie, alterata dalla materia sasso, increspa e l’onda oscillando si dilata.- In fisica le increspature o perturbazioni oscillatorie sono definite onde gravitazionali. Viaggiano alla velocità della luce e interagiscono in modo impercettibile con la materia che incontrano. Chiaramente Einstein comprese subito che era difficile rilevare le onde gravitazionali. Era possibile solo con un evento di considerevole importanza come ad esempio la fusione di due buchi neri, quantunque sui buchi fosse un po’ scettico. Il che è proprio quanto il team dei ricercatori nucleari ha appurato con strumenti sofisticatissimi. Data l’importanza, la notizia ha fatto il giro del globo dimostrando prima, quanto la scienza abbia ancora da scoprire di questo complesso e misterioso universo, poi, che le teorie elaborate, intuitivamente, attraverso la matematica non solo hanno un fondamento ma sono verità documentabili anticipate. Specificatamente, la notizia palesa che con ipotesi teoriche, uno scienziato come Einstein, per mezzo delle equazioni riesce a enunciare leggi fisiche prima della scienza. Ciò è tanto vero che fenomeni di realtà da lui previsti con studi e teorie, successivamente hanno trovato effettiva conferma scientifica d’esistenza tangibile, peraltro rivoluzionando la fisica e assai anche la nostra consuetudine. A questo punto mi sorge una domanda: può la mente umana utilizzando la sola matematica arrivare a presupporre fenomeni fisici sconosciuti e giammai inconcepiti? Stando alla notizia assolutamente si! Anche se Einstein ne era già convintissimo prima che chiunque potesse dimostrarlo. Perché ? Perché riteneva che l’universo è incredibilmente “fabbricato” con perfetto ordine razionale matematico. Ciò significa che applicando la logica matematica,con enunciati, equazioni, formule ecc. si può scoprire con esatta precisione ogni mistero del cosmo? Si! Ma non solo. Anche dimostrare che l’universo non è andato via via formandosi elaborando un ammasso caotico per coincidenza, ma, come asseriva Einstein, è il prodotto di una “forza ragionante superiore”. Ossia,come dire che il tanto cercato momento del big bang non è causa di un esplosione, una accelerazione di una serie di convergenze occasionali o una coincidenza bensì è il costrutto matematico di uno “spirito superiore illimitabile”. Quindi, l’attimo del big bang è l’azionata equazione perfetta di un essere eccelso che muta il caos spaziale in assetto cosmologico? Più che plausibile sembra certo! Per estensione allora potrei evincere che l’ordine del creato è opera di un essere trascendente intelligentissimo, ovvero quello che si definisce Dio. Conseguentemente, l’eco gravitazionale del big bang da captare e che la scoperta fa sperare di intercettare non sarebbe altro che la propagazione delle onde del fiato del “matematico” creatore. L’idea mi affascina. Quella di un big bang verificatosi per sola coincidenza invece mi provoca un prurito fastidioso, la trovo uno stratagemma per dir di no a opinioni diverse. Tanto più se penso a come si sono espressi innumerevoli scienziati sulla sorprendente capacità della matematica di descrivere e spiegare il mondo, o a G. Galileo e al Nobel per la fisica P. M. Dirac che in modi diversi affermarono che “la natura è scritta in elegante lingua matematica”. Fatto sta che dal 11 febbraio 2016, giorno dell’uscita ufficiale della certificazione dell’ipotesi einsteiniana, nel mondo scientifico di spazio-tempo tutto cambierà. Anche perché la scoperta delle onde gravitazionali va ben oltre ciò che una marea di studiosi dopo cinquantanni hanno concretamente registrato. Apre scenari infinitamente vasti. Anzi, permette d’arrivare a rivoluzionare completamente il pensiero fin qui consolidato su tempi e modi di viaggiare nello spazio. Perché? Perché la finestra temporale in cui i due osservatori hanno registrato in dieci millisecondi la coincidenza dell’arrivo delle onde gravitazionali infatti muterà tutto. Quel cinguettio ottico appena appena percepibile risultante dalla variazione del cammino dei fasci laser lungo i tunnel è senza ombra di dubbio il trillo lievissimo che sveglierà i ricercatori sperimentali a intraprendere un cammino di studio della materia in movimento spazio-tempo in modo diverso dall’attuale. Arriveranno a scoprire che le distanze spaziali si possono fare in tempi più rapidi, anzi rapidissimi. Ovvero che si può viaggiare e comunicare nell’universo in modo oggi impensabile ma che tuttavia è da sempre il sogno dell’umano. Non ci vorranno cent’anni stavolta. Qualcuno variando i termini matematici di una equazione, senza li per li comprenderlo, elaborerà la formula per costruire un buco spazio-tempo, cioè un vuoto in cui un “ascensore” si muove e si sposta da un punto a un altro dell’universo. La scoperta non è solo una coincidenza. fortunata dovuta a lunghi studi di un team di ricercatori. Anche. È una certezza criptata nei numeri. Offerta per permettere di arrivare a “viaggiare le distanze ” in tempi adatti alla lunghezza di una vita umana.  Nulla capita per sola coincidenza. Ogni scoperta rivoluzionaria si ha quando i tempi sono maturi per fare progressi nella conoscenza del mistero che ci circonda. Un altro matematico teorico ha già  il compito di comporre la formula matematica. L’umano viaggierà bucando spazio-tempo Nella logica del perfetto basta pazientare e a tutto sarà data luce.

by dif

onde

……la foto in alto  della Nasa. visualizza le  increspature .

 

 

L’atmosfera di Fatima

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Questo 13 maggio, è il 93° anniversario della prima apparizione di Fatima. 

Di solito ogni anniversario richiama una moltitudine di pellegrini provenienti da tutto il mondo, principalmente spinti da desideri di devozione verso la Vergine Maria, secondariamente da aspirazioni intime di ottenere grazie e intercessioni per problemi di umana sofferenza, in minima parte approda per curiosità escursionistica. Quest’anno anche papa Benedetto 16° è andato pellegrino a Fatima per ricordare: la prima apparizione dell’Immacolata ai tre pastorelli avvenuta il 13 maggio del 1917;  l’attentato mortale subito il 13 maggio del 1981 da Paolo Giovanni 2° in piazza S. Pietro al quale scampò, per l’intervento della Vergine Maria che deviò la traiettoria del proiettile, poi incastonato nella corona della Madonna per suo volere; soprattutto per pregare la Vergine di intercedere per i mali interni e esterni che attualmente affliggono la chiesa e il mondo intero. In particolare, dopo i fatti di pedofilia che coinvolgono numerosi prelati e che stanno riversando cumuli di “sporcizia morale” su tutta la chiesa cattolica mettendo in crisi la sua credibilità e il suo ruolo nel mondo, a consacrare sacerdoti  e laici al cuore Immacolato di Maria Sembra che il “ marcio”  venuto a galla e suscita reazioni che allontanano i credenti dalla chiesa e dai suoi ministri fosse contenuto nel terzo segreto di Fatima in forma indiretta. Ho letto la lettera, almeno quella resa nota, mi è parso di cogliere un monito verso ogni forma di comportamento umano ingiusto e scorretto che ricade e danneggia l’umanità più che un  riferimento specifico.

Qualche anno, fa anch’io mi son ritrovata pellegrina in quella folla immensa, non per una decisione partita da un desiderio personale di conoscenza o da un’esigenza religiosa incalzante, semplicemente come hostess di una persona cara, quindi per sentimenti di affetto e solidarietà.  Però  quando  il destino vuole,  trova tutte le strade per farti arrivare dove ti è necessario per migliorarti o semplicemente per prepararti ad affrontare situazioni future imprevedibili,  assai dolorose  che richiedono sangue freddo per superarle con razionale lucidità,  saldezza spirituale per viverle senza cadere nel baratro nero dello disperazione.

 Così è stato per me.

Quando approdai sul suolo di Fatima insieme al gruppo pellegrino  e  mia sorella, < si era accodata all’ultimo minuto con mio grande stupore, infatti non le avevo neanche chiesto se voleva venire sapendo benissimo il suo pensiero in proposito> mi sentivo staccata da quel contesto, solo una accompagnatrice di sostegno affettivo a chi mi era caro. Anzi, tanto io quanto mia sorella sembravamo due pesciolotte fuor d’acqua,  due note stonate che stridevano col gruppo pellegrino di padre Mauro;  risalta anche nella prima foto scattata  a ricordo dell’arrivo del gruppo. Per dirla tutta, gli altri partecipanti già alla Malpensa ci percepirono come due intruse, due snob signore ammazza tempo preoccupate del loro aspetto esteriore e non di quello intrinseco. Come dargli torto, in fondo avevano le loro ragioni di sentirci avulse, lontane da loro mai nessuno ci aveva sentito nominare o ci aveva visto partecipare ai loro raduni di preghiera a venerazione di Maria e riflessione sul mistero del santo rosario. Persino padre Mauro era perplesso tuttavia nel suo ruolo di guida spirituale ci accolse come sue fedeli, cercò poi di coinvolgerci alle attività previste senza forzarci, a suo onore devo dire che fu molto intelligente e anche spiritoso. A distanza di anni, quasi otto, era ancora viva suor Lucia, una delle principali depositarie dell’evento e dei famosi “segreti” legati alle sei apparizioni di Fatima,< avvenute ogni 13 del mese, da maggio a ottobre del 1917> avemmo anche  la rara fortuna di intravederla mentre pregava nel monastero di Coimbra. Dicevo,  a distanza di anni,  quei pochi  giorni di luglio  passati a Fatima e nei luoghi legati alle apparizioni si sono palesati più di un semplice gesto di cortesia compiuto per amore profondo verso qualcuno. Sono stati l’inizio di un cammino, non di fede e preghiera come verrebbe subito da pensare ma di accettazione di ferite e sofferenze passate e future. Difficile esporre  i meccanismi concreti agli altri essendo impercettibili anche a me stessa.   Mi spiego, prima  ho afferrato  la “guarigione” del passato, quello nascosto nel profondo, nessuno sapeva  e distingueva  ma  a me  causava enorme disagio, a volte era  un peso insopportabile in quanto lo ritenevo ingiusto, di fatto lo era ma impossibile da eliminare con un colpo di spugna o attraverso i tribunali  per vari motivi che non posso trasporre.  Un malessere che non riuscivo a superare con la ragione, stava diventando intollerabile, mi toglieva scioltezza  intima,  serenità, impediva di affrontare con filosofia le sgradevolezze della vita. In parole povere respirare allora  quella atmosfera ricca di astrattezza mi ha  liberata poi di  una spada di Damocle  che mi irritava da mattina a sera.

Sì, a Fatima s’immagazzina senza volere un’atmosfera particolare che ti scende nelle viscere, anche se non vuoi respiri qualcosa che ti serve, non sei neppure consapevole che ti è necessaria, quindi non la respiri volutamente o sei lì  per assimilarla, ti arriva da sola attraverso i pori della pelle, mentre cammini nei luoghi delle apparizioni, avverti zaffate che scambi per ventate. Direi di più, sei così distaccata che neppure preghi con devozione, come ho visto fare e che lì per li ho anche invidiato, per non esserne capace, sono credente ma sempre un po’ critica, come tanti ho paura di lasciarmi coinvolgere e diventare un’acquasantiera che prega, prega per paura di “castighi” o ingraziarsi i favori di “lassù” piuttosto che per instaurare un filo diretto con Dio.  Non sto dicendo che a Fatima basta respirare o camminare per  ricevere “miracoli”, può darsi, sto affermando che in quei luoghi spira un qualcosa di particolare inafferrabile e potente che t’invade, si insinua in te,  lo accogli senza domande e con naturalezza vedi sparire ciò che ti infastidiva e  ti ritrovi ad agire in modo totalmente diverso. Alla cappellina delle apparizioni di quella immensa  piazza, quasi senza confini e senza tempo, dico non ci arrivi a caso, neppure quando vai per curiosità, ci arrivi perché  ti è essenziale assimilare quello che non è spiegabile e comprendi in seguito.  Razionalmente inammissibile e da tacere per non passare per citrulla imbevuta di miti spirituali ma nell’intimo  costretta a riconoscerlo, almeno a porti qualche dubbio che”non tutto è come pare”e non tutto è identificabile attraverso i sensi mortali. Di sicuro arrivi di fronte a  quella minuscola statua, posta tra fiori e  protetta da vetri, per un motivo che non sai, sul momento la guardi e basta, non riesci a formulare un pensiero, a chiedere qualcosa, almeno io non ci sono riuscita, m’è parso superfluo, mi arrivava un tale profumo trascente che da solo bastava a colmare vuoti e dubbi. 

In quei giorni pellegrini, non posso dire che ho visto cose strabilianti, vissuto esperienze particolari da farmi asserire quanto sopra. Ho solo vissuto una moltitudine impressionante di gente d’ogni razza e colore che andava e veniva,  pregava notte e giorno,  stava in silenzio,  in adorazione per ore e ore , accendeva candele, cantava inni a Maria, piangeva, rideva, rimproverava i figli, scattava a ripetizione foto per avere un ricordo del vissuto. L’unica  reminiscenza speciale che ho  è il suono delle campane a festa, si propagava con festosità in quel clima venerale di spazio e tempo indecifrabile arrivando come ovattato, quasi fosse messaggio esclusivo diretto ad ognuno per lasciargli un ricordo insolito, suscitare una emozione, risvegliare un sentimento sopito.  Entrava dentro e  veniva voglia di trasporlo e condividerlo con gioia. A dire il vero c’è un altro particolare che  mi sorprese, mia sorella, allorquando tutta compassata nel suo impeccabile abito la vidi armeggiare nella ressa, poi telefonò a nostra madre ancora tra noi per farle ascoltare quel suono gioioso di campane  sventolando un  fazzoletto bianco. Ancora oggi mi chiedo a chi lo sventolava o perché, lei che da scienziata non si sbilancia mai e riesce  a mantenere in ogni situazione logica freddezza mi apparve un controsenso.

Come ho sopra accennato l’essere arrivata a Fatima aveva una sua logica d’inizio di nuovo cammino.

Il motivo di quel pellegrinaggio non premeditato infatti mi è apparso chiaro in seguito, attraverso eventi non proprio gradevoli che in passato mi avrebbero mandato in tilt, < tralascio per non annoiare> Precisamente nel momento della necessità temporale, ho appurato di essere mutata, non dal punto di vista dell’attaccamento a pratiche religiose, neppure in quelle di recita giornaliera del rosario purtroppo, nel modo di accettare pragmaticamente situazioni difficili e dolorose. Scoprendo che quel clima creato da tutto un contesto rimescolato di mistico e profano,  inconsapevolmente  mi aveva dotato di forza interiore, trasfuso energie e doti insospettabili di reattività alle difficoltà che prima non riuscivo a utilizzare, in parte perché  soffocata  da esperienze negative, in parte per sconoscenza di me stessa.  Ho dovuto ammettere che quell’esperienza aveva modificato il mio modo di essere e affrontare razionalmente le grane turbinose, principalmente  quanto, se fossi rimasta con quelle zavorre attaccate al mio spirito e al mio cervello, non fossi “guarita dalle ferite passate”, avrei procastinato il futuro, non saputo sostenere sofferenze e superare eventi senza crollare psicologicamente e anche fisicamente.

In quei cinque sei giorni  passati a Fatima, ripercorrendo  quei luoghi legati alle apparizioni, senza niente in testa di fervente o particolarmente attaccato al culto mariano che non fosse altro che spirito di solidarietà e affetto verso chi accompagnavo, avevo inalato energie positive straordinarie che mi  avevano  preparato a camminare nelle difficoltà, senza timori e cedimenti. Oserei dire avviato a un processo di  metamorfosi filosofica che mi  instradava  verso  la mia vera essenza. Non posso dire che  spiritualmente ho subito un “ tocco di grazia divina” da indurmi a pratiche religiose assidue, neppure che ho  trovato la fede perché l’ho sempre avuta, posso solo  attestare  che  senza l’intervento del caso  che mi ha portato a contatto con il mistero mariano di Fatima  ero destinata a  entrare nei gorghi del disfattismo che rendono arida, acida, intollerante ai bisogni altrui, oggi  sarei  una specie di brodo ristretto umano egoista, con il cuore colmo di acredine, niente  mi sembrerebbe tanto bello quanto la vita anche se ti chiede costantemente di accettare cose sgradite, quelle che non augureresti neppure al tuo peggior nemico. 

In conclusione, sento che ancora la mia metamorfosi non è completa, avverto che quel cammino iniziato a Fatima, il giorno del mio compleanno, < il pellegrinaggio era per l’apparizione del 13 luglio e io sono nata il 14> è ancora irto di diffocoltà, mi ha  chiarito solo una parte, altro mi aspetta.

 

 

 

QUALCUNO SA DARLE UNA RISPOSTA?

Questa vicenda  non è fiaba, non è fantasia di una monella, un racconto concepito da una mente spaesata,  è uno dei tanti eventi capitati nella vita di una normalissima donna che alle fiabe neanche crede, il trascendente non lo esclude bensì lo prende con le molle, è  più  scettica incallita che credula. La poverina da anni si arrovella a trovare una risposta, ha cercato, scartabellato, domandato qua e la ma o l’han guardata di traverso o gli han semplicemente risposto: “Ma va l’ha, non può essere, son vaneggi di un’immaginazione  fervida, fatti vedere da uno psicopatologo!”  La poverina disperata  c’è andata, quello l’ha visitata e rivisitata ma strana non l’ha trovata, semmai un tantino  suscettibile e irritata le è sembrata al momento di  pagare l’onerosa parcella. Fatto sta, risposta non l’ha trovata e da anni  la cerca affannata per porre fine a  dilemmi che ogni tanto la catapultano ai confini dell’assurdo, costringendola fra se e  se a raccontarsi cose come questa che or posto:

< Creatura iridescente, bianca come lattea luce un giorno ti vidi. C’era l’alluvione, sospesa sopra il fiume, seguivi il mesto procedere di una famigliola alluvionata. Scivolavi al  fianco degli scampati che si erano appollaiati su una barchetta stringendo al petto i loro fagotti di cose raffazzonate alla rinfusa. Eran padre, madre, due figlioletti e una vecchia nonna, remavano lentamente, gli occhi fissi sull’acqua limacciosa, i volti muti, rassegnati all’ineluttabile si allontanavano da averi e casa sommersi dalle acque trasbordate dagli argini del Po senza accorgersi di te che li seguivi passo, passo.

Dove ti ho visto? Precisamente tra Brescello e Guastalla, lungo una biforcatura disegnata dalle acque fuoruscite dal letto principale del fiume, nel silenzio assoluto che lascia una tragedia appena consumata, seguivi il lento andare degli sventurati con atteggiamento protettivo e carezzevole.  Stavi a loro fianco, li scortavi con l’ansia curiosa di sorte  avversa che ha trafitto ingiustamente, il timore apprensivo di un pericolo vitale ancora non scampato dai poverini.

 Eri tutta di luce, un essere sottile e leggiadro fasciato di luce, braccia e gambe affusolate, non eri trasparente o informe macchia ma un corpo fatto di materia luminescente dalle proporzioni simili a quelle umane che camminava sospesa a un pelo dall’acqua.  Non ho visto occhi ma dall’atteggiamento del volto rivolto verso la famigliola ti comportavi come se vedevi, giravi il volto per guardare innanzi,  quasi a voler essere timone di quella piccola barchetta stracarica per condurla in salvo. Mi sei apparsa trepida e sorridente materia iridescente, un neon vivente con una ciambella sopra il capo, fatta della stessa sostanza, se così posso definirla, uguale al corpo, se così posso chiamarlo, staccata di circa dieci centimetri non ruotava almeno a me sembrava, non ti sorreggeva ma in qualche modo che io non posso definire, da umana, ti serviva.   Non so chi eri da dove venivi come facevi a essere li, perché io ti vedevo e gli altri no almeno credo perché non battevan ciglio di meraviglia.

 Flessuosa e agile creatura sconosciuta a questo mondo, almeno da me, nell’aria camminavi, ti muovevi, con le mani carezzavi quelle creature umane meste e silenziose pressate da pensieri per l’indomani incerto.  Scivolavi, quasi ti meravigliavi che fossero afflitti, osservavi acque e visi, esortavi ad andar sicuri innanzi, forse sussurravi parole di conforto, che io non potevo afferrare, ero spettatrice e non fruitrice delle tue preoccupazioni.  

Impietrita senza una risposta precisa con lo sguardo, ti ho seguito, con la testa scombussolata dalla tua vista mille domande mi hanno assalito, nessuna risposta certa è scaturita, solo stupore. Ancora nel mio occhio sei impressa,  nella mia mente mulinelli come un rompicapo affascinante e infinito.  Da allora un succedersi di  domande mi son posta,  senza senso  l’alternarsi di risposte.  Eri santo protettore, eri angelo, eri creatura sorta dalle acque, d’altro pianeta venuta, eri uomo, eri donna, eri  androgino asessuato.   Chi eri  e  dove  posso trovare  la soluzione al mio cercare?  Chi  osa darmi una  risposta se creatura  nessuno che io conosca ti ha vista.  Mi prendono per matta solo ad accennarlo, figurarsi a  dirlo! Lo sussurro piano,   mi arrovello nel ginepraio dell’assurdo, studio e seguo l’informale, l’astruso paranormale, non ti trovo descritta nemmeno sognata e vagheggiata da una logica umana rappresentata da una  scienza concordata su nozioni  che ti  escludono a priori.

Perché  ti sei palesata, concessa alla mia vista, quali riflessioni vuoi che faccia  per arrivare a conclusioni che reggono al senno razionale senza arenare o ribaltare nel marasma delle tesi  infondate di realtà soprannaturali.  Di sicuro ti ho estrapolata, involontariamente captata filtrandoti in un attimo di luce sbagliata  che correva a  velocità rallentata, afferrabile da mio occhio mortale  ma nessuno che io conosca, creatura iridescente, crederà che quel mercoledì  ti abbia vista mentre il campanile della chiesa, mezzo sommersa dalle acque del Po,  rintoccava per tredici volte quasi a dirmi sei  desta, non stai sognando o sei caduta in stato ipnotico in mezzo alle acque, hai le traveggole   per uno scherzo  burlone. 

Chi può credere a una storia  simile non so.  Comunque da qualche parte esiste chi conosce la risposta o può almeno dirmi è raro ma  possibile che tu, creatura iridescente bianca come la via lattea, con una ciambella  sopra la testa,  quel giorno fossi lì a sostenere una famigliola, guidarla  nel pantano delle acque, esortarla a non perdere coraggio  ed io, per fortuna o più per  scarogna giacché mi pesa come un macigno,  ti ho vista come vedo una casa, un albero, una qualunque cosa fatta di materia che si vede e si  tocca.

Accidenti, e riaccidenti perché queste cose particolari capitano a me che non le voglio e non le cerco non so proprio. So solamente che  devo accettarle tanto non saprei  a chi  e dove contestarle.  Non posso gridarle al mondo, mi manca il coraggio  di come poi gli altri ti guardano. Non avrei paura di affermarle a uno scienziato purché non sia prevenuto e limitato, consideri vero tutto  quello che è comprovato e fasullo tutto il resto,  sol perché ancora non documentato. Se proprio, proprio devo essere sincera, vorrei alquanto spiegare ste cose all’apparenza astruse  e scientificamente sconosciute a chi sa poi trarne conclusioni, magari  avere quel tassello che gli manca  a un sapere umano limitato al vedere.

Di certo quel che mi racconto so che è tutto vero ma per ora posso sussurrarlo piano, piano. >

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Qualcuno sa darle una risposta che non sia la solita ovvia: ma va l’ha l’è una fola bella e buona?????

 

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LE TERRICOLE

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Non sopporto le formiche terricole perchè con il loro minuscolo granellino di sabbia che arraffano qua e la s’infilano in buchi che non ti sogneresti mai!!! Quando meno te lo aspetti ti ritrovi che ti han riempito tutti gli ingranaggi sensibili, specie quelli delle tende che hai messo per evitare sguardi indiscreti dei dirimpettai, ti ritrovi il telecomando che manovra il saliscendi una scatoletta esaurita, cambi le pile pensando di ridargli energia e invece dopo mille tentativi sei costretta a rivolgerti a un esperto che ti guarda come un ufo mentre stacca tutta la sabbietta che “quelle” hanno accumulato all’interno della centralina e nei condotti del telaio. Le terricole son terribili, per evitare guai ti costringono a stare sempre all’erta, a controllare che le file legionarie, più veloci d’una Ferrari ai tempi belli di Sciumi, non raggiungano l’obiettivo prima di te. E’ una impresa ardua stargli dietro per debellarle, mentre spezzi una cordata spiaccicandole con ogni mezzo quelle quatte, quatte son già ripartite all’attacco, han formato una fila interminabile che avanza inesorabile alle tue spalle, così ti ritrovi sfibrata e inviperita al punto di partenza, non riesci neppure a comprendere dove erano rintanate per mettere una di quelle trappole acchiappa formiche al gusto di miele e piretro che potrebbero risolvere il problema senza farti impazzire di rabbia. In questi giorni non so se per il caldo scoppiato precocemente, per noia, ripicca o motivi che sfuggono al mio umano intendimento sono accanite, han preso di mira un buchetto insignificante del telaio che mi sembrava di aver protetto rendendolo viscido con una spruzzata di olio antiruggine  ma quelle piccole e furbe terricole, non so come, son riuscite a fregarmi passando impettite sull’olio, anzi nel guardarle furibonda mi è sembrato mi facessero marameo. Le formiche terricole, “subfamily formicinae”  son tediose e pestifere come i pettegolezzi,  granellino dopo granellino seguendo la formica pilota costruiscono delle montagnette sferiche, delle vere iperboli di sabbia,  si infilano velocissime nei canaletti oscuri, li intasano costruendo i loro piccoli castelli di renella sicure che non le vedi e non le senti, ti accorgi del misfatto quando i meccanismi s’inceppano. Proprio come certi discorsetti renosi, all’apparenza innocui e facili da sgretolare ma in realtà veloci, persistenti e pericolosi perchè progettati con le tecniche della moderna ingegneria gossispiana che mira a edificare grattalingue resistenti ad ogni sorta di cataclisma, in sostanza un formicaio che da fuori sembra un guscetto inoffensivo ma se lo spacchi escon fuori una miriade di formichette con le loro parolette, si propagano a raggiera e in un battibaleno ti invadono e ti si appiccicano addosso a mo’ di sanguisughe che ti fanno rabbrividire dal disgusto, poi ci metti un sacco di tempo a ripulirti. Come le terricole le ciarle non sai dove crescono, come si sviluppano, e neanche perchè si infiltrano nei posti che più ti recan danno e se tenti di difenderti ti fan marameo!! La specie peggiore di terricola è quella che rivola in filze dietro al primo treno d’alta velocità che passa, s’infila di prepotenza nei meandri più disparati, cerca di acciuffare i granellini di rena tra la melma pur di costruire un nidietto, pone domandine e domandone come test attitudinale per scoprire strani marchingegni che gli permettono di abilitare legioni di altre formiche, soprattutto le zuccaiole, a scorrazzare su e giù per i vagoni con granelli di rena automatizzati,  farcisce canali e canaletti da mattina a sera con sputacchi di ramanzine e fiumi d’infida melassa, astutamente sposta la tua attenzione con strattagemmi di illusionismo da far invidia al miglior maghetto, si contorce come un vermicello partoriente per farti scattare la molla del pietismo e accorrere a raccattare la placenta.

Le cavallette, grazie al suggerimento di un blogger, le ho debellate affittando un gatto. Per  le terricole ho letto e riletto ma  al momento devo sorbirle. Il rimedio per farle sparire esiste, si tratta di trovare il predatore specializzato il ” chepalotus follicularis”ma dove lo trovo? Temo che fin quando non arriva una “gelata” che le stecchisce come baccalà facendole desistere dal passeggiare su e giù per i canaletti delle mie tende, seguiteranno impavide ad ammucchiar granellini di renella. Proprio ieri sera mentre mi godevo il fresco, seduta nel mio salottino di vimini, sul terrazzo deliziata dal profumo di gelsomino abbarbicato alla ringhiera,  ho adocchiato una filetta agguerrita di terricole ibridi, ballettavano una danza  per infinocchiarmi,  volevano farmi credere di non avere fini reconditi, di essere cicale disinteressate. Le poverine non sapevano che ero munita d’un canoscropio, un gioiellino di cannocchiale con incorporato un  microscopio, regalatomi  da mia sorella micro-biologa. Osservandole attentamente  ho capito che con la loro faccetta peciastra cercavano di far  leva sul mio sentimento estetico che aborrisce anche la più piccola macchiolina, così non mi sarei precipitata a cercare qualcosa per farle sparire, anzi le avrei assecondate e loro alla velocità della luce avrebbero  raggiunto la meta, non sono caduta nell’inganno, le ho fatte ballare lungo i canaletti premendo il telecomando. Ma non ho risolto il problema, domani tornano all’attacco. Forse se riesco a togliere l’ingrediente che gli serve da mattoncino si spostano, vanno a nidificare in altri recinti, magari si  infileranno nei tubi di quelli che si divertono a guardarle, mentre a me  fanno rizzare i capelli. Domani provo. A pensarci bene in qualche modo anche loro hanno diritto di sfamarsi, probabilmente son state istruite seguendo modelli e criteri che scorrazzando in canali e canaletti dai dai  qualcosa si rimedia sempre, non si rimane  a pancia vuota. A volte con questa tecnica rischiano di prendere la salmonella o d’incappare in un boccone velenoso e….Meglio adottare il sistema vivi e lascia  vivere, ossia fingere che non esistono…