Un meriggio nell’orto

un giorno

C’è silenzio. Un silenzio rovente come può esserlo un meriggio con 35°. Ritmi lievi avanzano e retrocedono. Aspiro. Un sentore di essenze riposanti arrende i pensieri. Solitaria e all’ombra di un fogliame argenteo mi sento libera. Strano, anche assai ripulita da pensieri infestanti e rilassata da parermi morfizzata. Aspetti inediti di colori variegati insinuano il mio sguardo e affascinano il mio sostare. Sottilmente avverto che in questo angolo di terra, dai colori insoliti, i profumi sfuggenti e al tempo stesso penetranti c’è qualcosa di diverso. Cosa? Di preciso non saprei descrivere ma è qualcosa di vivo, unico che acutizza i sensi e organizza la sensibilità ad accogliere. Immobile mi pongo a recepire. Cosa non è chiaro. Tutto mi addiventa privo di ordinarie esigenze. Potrei essere qui da sempre senza avere percepito alcunché di turbamento materiale. Felice solo di esistere. Un lieve lieve percettio carica di potenza il silenzio che m’attornia.

All’istante intuisco che per accogliere quel senso “vivo” devo far tacere l’ego e ascoltare il silenzio. Cosa avrà da dirmi se è muto? Vabbè, non so cosa sentirò ma accolgo l’input percettivo. Ascolto. In tutto quel silenzio che preme nell’aria ascolto con rispetto il fuori e il dentro. Non so com’è ma appena mi pongo fiduciosa odo. E ciò che odo ha una musicalità che t’ammolla e stordisce, ti trasporta in alto e ti tonfa come un macigno in terra. Un cinguettio mi s’intrufola nell’udito. Il ronzio di un ape mi diventa un rombo di un cacciabombardiere. La magia è finita? Fisso lo sguardo sulle merlature antiche. Nessun pensiero mi stipa. Muto e incredulo lo sguardo vaga per comprendere però l’intorno mi si distrugge e ricrea, si ridistrugge e ricrea senza fornirmi indicazioni. Tutto mi sembra senza storia, senza età. Eppure…eppure di storia è carico ogni sassolino e l’età delle mura è plurimillenaria. Una farfalla frulla, si avvicina, si posa su un rametto secco, sbatte le ali riprende il volo. La seguo. Va verso le antiche mura di Gerusalemme. Mi sembra di percepire un invito a scrutare meglio se voglio accogliere e comprendere. Una croce in ferro mi è davanti. Gli olivi apatici nella quiete afosa, in attesa di rianimarsi l’ombreggiano. Sembra vogliano proteggere quei due pali di ferro dallo infocamento che deforma. Il silenzio è protagonista ma è così tanto appagante da farmi temere il ritorno di sgraditi suoni vociferanti. Echeggi di quei quarrequà umani che riducono un ammasso poltiglioso di spaventati. No. Permane. Denudo ancora raffinatezze sonore da concerto solista in cui il silenzio pigia, sbizzarrisce, riesce a intercettare note incognite, carpisce e interpreta magistralmente toni, sfumature, inespressi vocalizzi del combinare intimo. Transita attraverso la fisicità permettendo di compitarne l’immaterialità. Estrapola stonature, scongela armonie dell’essere, le riaccorda perfettamente sulle singolarità espressive che per paura diserta. È straordinario come in questo pendio eremitico nulla turba la quiete del paesaggio accaldato, nulla vibra in disaccordo con l’animo! Anzi, stupisce come decontestualizza, conforta, spiana pesi e orpelli. Tallona ma non calpesta, rinvigorisce e comunica nuove consapevolezze. Solo leggerezza ti circonda in quest’orto popolato da olivi, siepi di rosmarino, arbusti fioriti, contorti, agave, cactus. Una leggerezza esaltante e inconsueta che trae origine da ciò che immaterialmente aleggia e come una tromba d’aria ti investe, ti innalza, ti rotola e sospende. Sospesa incontri subbuglianti misteri, tutto si confonde e poi come per incanto tutto ti si svela. La verità affiora e ti colpisce da stordire la mente e inertizzare il corpo. Lontano vedi e leggi il tuo silenzio che decodifica i rumori obliati. Quei suoni euritmici che volutamente disconosci e solo raramente ti è proibito intercettare. Suoni abituali acuti, grevi che prima spiazzano poi perdono l’incognito, si fanno leggibili, fanno fremere all’inverosimile gli spaghi emotivi del tuo rozzo strumento interiore. Incredibilmente ti pare che mai suono più bello sia giunto al tuo orecchio, t’abbia rapito da farti scordar chi sei, dove sei, e perché ci sei. Già perché sono in quest’orto? Ci sono…Un arbusto dai piccolissimi fiorellini gialli attrae l’occhio. Forse è di senape. Mi alzo per annusarlo. Avverto un calore insolito. Ovunque poso sguardo e mente m’appare infocato. Una sirena irrompe, scuote il mio solitario sbalordio. Guardo l’orologio, 5 ore son passate come in un secondo. Con rammarico devo salutare quest’angolino di terra e correre giù altrimenti rimango appiedata. Mentre corro l’aria mi frizza e disincanta. Una grande statua in ginocchio mi sfila al fianco. Sento un trasporto insolito. Mi fermo. L’osservo nella luce di un rosso sole che tramonta alle mie spalle. Una stria lucente l’attraversa e si perde sulle pietre. Mi esplode una bomba nello stomaco da frantumarmi in scagliette. Comprendo. Comprendo lo straordinario che aleggia e il perché il luogo è veramente una strabiliante cassa di risonanza che tramuta l’impersonale guardare in coinvolgimento emozionale totale che mai ti farà tornare al solito insulso tran tran. La magia non era finita perché non era magia ma un respiro. Si, un respiro vitale dell’Assoluto. Accolto dal cuore della terra in silenzio e solo dal silenzio trasmesso al cuore dell’umano che approda anche per caso in questa terra renosa e polverosa.

Devo ammetterlo. Di viaggi ne ho fatti. In posti strani ho sostato. Mai mi sarei sognata una cosa del genere. Poter credere e affermare a me stessa: se ascolti il silenzio, intercetti un concerto uditorio da lasciarti senza fiato. Se guardi ripulita dagli abbagli l’animo si inoltra, disintegra i desideri merciferi, il niente lo rimpiazza col tutto. Non il tutto che appaga afferrandolo, il tutto che gratifica sfuggendoti.

Bydif

Op s dimenticavo.. dove altro potevo trovarlo? Ovvio no. Solo nell’orto degli ulivi!

Un meriggio nell’ortoultima modifica: 2024-04-11T09:15:16+02:00da difda4
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