Pentecoste: la discesa dello Spirito Santo

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“Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi“. Atti degli Apostoli, 2.

La Pentecoste è una festa solenne che nel 50° g. dopo Pasqua celebra la discesa dello Spirito Santo su Maria e gli apostoli riuniti insieme nel Cenacolo.

Ma cos’è lo Spirito Santo? E’ la luce di verità, la guida del cammino nell’amore in Cristo.

Come disse Gesù : “Quando verrà lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà” . Gv

E’ la Terza Persona della Santissima Trinità che procede dal Padre e dal Figlio, come  un solo principio reciproco di  Amore. E’ ill maestro inviato per via di missione nel mondo.

E’ ’Amore Divino, lo Spirito Santo che scaturisce dal Cuore di Cristo.

E’ la “roccia spirituale” che come nell’ Esodo accompagna il popolo di Dio nel deserto, perché attingendone l’acqua viva possa dissetarsi lungo il cammino.

E’ l’nesauribile elargitore di doni. Secondo il profeta Isaia i più preziosi sono sette: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio. Sono  i sette doni dati con la grazia del Battesimo e  riconfermati dal sacramento della Cresima o Confermazione.

E ‘ lo Spirito consolatore, il paraclito, ospite perfetto dell’anima, : “Io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Paraclito, un altro Consolatore, che rimarrà eternamente con voi -Gv 14-
E’ il dolcissimo sollievo “Nella fatica, riposo, nella calura, riparo,nel pianto conforto. Lava ciò che è sordido,bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido,scalda ciò che è gelido”

E’ il Soffio, la forza incarnatrice di vita.

E’ la lingua di fuoco simbolo di forza e rigenerazione, Paradossalmente di morte.

E’ lo Spirito che nella creazione dell’uomo cooperò col Padre e il Figlio a infondere la vita, nella passione e morte del Figlio cooperò col Padre alla preparazione salvifica attraverso la santa Vergine Maria, e così pure nella redenzione cooperò a vivificare, sostenere e santificare le anime messianiche radunate nel Cenacolo con la madre di Cristo, Maria.

E’ lo Spirito Santo concesso a tutti i battezzati che fonda l’uguale dignità di tutti i credenti, nello stesso tempo, in quanto conferisce carismi e ministeri diversi: l’unico Spirito costruisce la Chiesa con l’apporto di una molteplicità di doni -1Corinzi, 12,13-

Duccio da boninsegnaLa Pentecoste non è un giorno di festa cristiana qualunque. E’ il giorno in cui lo Lo Spirito Santo con la sua discesa sugli Apostoli e Maria completa l’opera dell’Incarnazione di Dio. – Nella sua prima discesa, aveva compiuto nella santa Vergine l’Incarnazione del Verbo, così che il Verbo divenisse, nel suo corpo, il Dio-Uomo, per esserlo nell’eternità. A Pentecoste, seconda discesa, invece lo Spirito Santo discende per dimorare nel Suo corpo cioè la Chiesa. Chiesa, come universatilità del Risorto in cui gli Apostoli sono rivestiti di Spirito Santo e annunciano al mondo quel Verbo eterno, crocifisso e risorto che Maria ha generato nella carne. Essi proclamano, lei convalida. Loro annunciano, a lei è stato annunciato. Essi diffondono la Parola di Vita, lei ha dato vita alla Parola. lo Spirito Santo è infatti perennemente presente in essa, in quanto forza vivificante e immortale, che vive nell’uomo che lo accoglie, raduna tutti i popoli e ricompone nell’armonia la dispersione causata dal peccato e pone nella storia il segno della creazione nuova che riprende il suo dominio , in cui per puro dono divino, l’uomo ritrova l’unità in se stesso e con gli altri. –
E’ un giorno di luce divina che illumina i cuori donata a ogni uomo del mondo per renderlo migliore!

download (7)Buona festa in spirito di “fuoco” a tutti!

bydif

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per la cronaca: Inizialmente lo scopo primitivo della festa di Pentecoste era agricolo. Una lieta festa chiamata “festa della mietitura”o “dei primi frutti”. Si celebrava il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua in ringraziamento a Dio per i frutti della terra.In altri passi era nota come “festa dello Shavuot, cioè delle Settimane poiché cadeva sette settimane dopo la Pasqua. Presso gli ebrei indicava anche l’inizio della mietitura del grano. Ma, a poco a poco , gli Ebrei le diedero un significato nuovo tant’è che la Pentecoste divenne “il giorno del dono della Legge” e alla vigilia della festa a ogni israelita era fatto obbligo di passarlo a leggere la Legge. tuttavia, la Pentecoste era una delle tre festività, dette Shalosh regalim, feste del pellegrinaggio. a Gerusalemme di tutti gli uomini. comportava l’astensione totale da qualsiasi lavoro,. un pellegrinaggio a Gerusalemme di tutti gli uomini, un’adunanza sacra ‘asereth o ‘asartha e particolari sacrifici.
La Pentecoste cristiana viene celebrata già nel periodo apostolico .Tertulliano è il primo a parlarne, come di una festa già ben definita, in onore dello Spirito Santo. Nell’iconografia descrittiva difficilmente Lo Spirito Santo è stato raffigurato sotto forma umana. Nell’Annunciazione e nel Battesimo di Gesù è presente sotto forma di colomba e nella Trasfigurazione come nube luminosa. Sebbene più volte preannunciato nei Vangeli da Gesù, è nel Nuovo Testamento che viene rivelata la personalità della divinità dello Spirito Santo.
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Test della ciliegia: genio o minchione?

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Secondo alcuni ricercatori per scoprire chi è genio e chi minchione basta un semplice test.

Come? Semplicissimo!

Basta avere una ciliegia e una tazzina o altro purché non trasparente.

A due persone prese a caso e disponibili alla prova si fa vedere la ciliegia. In altra stanza si mette la ciliegia sotto la tazza. Si fanno entrare e sedere uno per volta davanti alla tazzina, gli si chiede di aspettare 60 secondi prima di alzarla per scoprire cosa nasconde, prenderla e tenersela. Si cronometra il tempo dell’uno e dell’altro. Si confrontano i tempi e…e si ha il risultato del test!

È minchione il primo che ha alzato la tazzina, è genio chi ha atteso i 60 secondi, se poi li ha superati è genio poliedrico. Si potrebbe dire un altro Leonardo da Vinci!

Dunque, secondo i ricercatori, è maggiormente dotato di intelletto chi sottoposto a uno stimolo sa autogestire la volontà, resiste agli impulsi interni ed esterni del richiamo, ha controllo di sé e non cede ad allettamenti.

In concreto il test si basa sul resistere alla tentazione. Cioè è una prova in cui si chiede a un essere libero di compiere un azione sottostando a un criterio di attesa preciso che reprime la sollecitazione del desiderio.

Ovviamente la tesi avanzata dagli studiosi è stata comprovata con anni di studi e verifiche del test, prima sottoponendo vari soggetti presi a caso al test in giovane età e successivamente seguendoli nel tempo per constatarne l’ esattezza in base alle loro personali performance nella vita pratica. Nell’iter di analisi sui soggetti sottoposti alla prova e poi tenuti sotto osservazione, l’esito, a sostegno o meno dei ricercatori, arguito è stato : sempre brillanti e sopra la media le prestazioni e i risultati ottenuti in ogni campo dai soggetti testati e identificati come “genio”; sempre frustranti, scarsi o appena passabili quelli certificati dal test come “minchioni”.

Ho provato il test con amici di cui conosco le personali doti o i successi e insuccessi nella vita. Con sorpresa ho constatato che è piuttosto affidabile.

Poi ho voluto sperimentarlo su certi politici. Ovviamente non con la ciliegia sotto la tazzina, ma attraverso la capacità di resistere 60 secondi a controbattere a un pungolo di un avversario o di un qualsiasi interpellante. Beh la quota di geni è risultata pressoché scarsa, quella dei minchioni altissima. Comunque per constatarlo basta seguire la velocità di reazione in una qualsiasi performance pubblica, sovrapporla l’un l’altra e…e rendersi conto che la velocità è talmente alta da non comprendere un tubo di quel che dicono e….e non aver dubbi!
test uvettaBuon weekhend!

bydif

Giallino e Verdino. Favoletta dal mondo di origine antica adattabile a ogni tempo

calabrone e serpente.

 Il calabrone Verdino e il serpentello Giallino:

Un giorno, un serpentello del quartiere onestino di nome Giallino, nomato saputo furbino, convinto d’esser er meglio che se potesse ammirà nel quartiere e col su fascino irresistibile de potè conquistà chiunque gli andasse a genialità, mentre si scrogiolava al sole avvistò un bel calabrone che in compagnia di amici frullettava pimpante e determinato da attirar l’attenzione de più spregiudicati concittadini. Ueh pensò Giallio: potrei farmelo amico. Col su ronzio potrei attirar più considerazione e simpatie e con il mio fascino irresistibile riuscì a fammè consacrà er serpente più audace che ce sia in tutto il paese. Giallino se stette un attimo a interrogà su l’ideuzza. La trovò geniale, anzi sorprendente per spiazzà i chiacchieroni e togliese lo sfizio de fa sgomitolà l’ invidiosi nei scantinati. Concluse che un insetto che ronzava ronzava niente accalappiava per cu era l’ amico ideale pe’ aumentà la su fama e fasse un cerchio de fan. Così si stese in tutta la su lunghezza da potè falle intuì che ce potesse guadagnà in prestigio e chiese al calabrone di diventà amici. Il calabrone sorpreso dalla richiesta, lo guardò perplesso e non rispose con prontezza. Continuò a ronzare nel quartiere come a vole glie dì ma che te salta in lingua. Un amicizia così non s’è mai vista. Intanto però scrutava il quartiere per fasse un idea se la richiesta era un tranello o un segno de intento fraterno. Non gli parve ravvisà nel quartiere onestino movimenti strani da fallo dubità che fosse un imbroglio e ritenne che l’interesse de fa comunella era inusuale ma sincero. Tuttavia glie parve sensato non agì d’impulso e consultà l’altri calabroni amici , se faceva bene a diventà amico del serpente Giallino del quartiere onestino. Sei pazzo amico gli risposero. Quello di sicuro ha una trama, minimo de sfruttà la tu bellezza ronzàrina per attirà l’ammirazione de sui compagnucci e conquistasse più potere nel su quartiere. Eppoi sentenziò il più saggio del villaggio, l’amicizia tra un calabrone e un serpente sa di strano, forse è meglio rifiutare e stargli lontano. Il calabrone che de nome faceva Verdino ma tutti lo chiamavano scalpitino per il su modo de ronzà e ronzà senza mai stancasse, ascoltò, pensò e ripensò ma stuzzicato e lusingato dalla richiesta si convinse che era ingiusto aver pregiudizi. Ronzò sul capetto de Giallino e glie disse: L’idea di stringere un patto d’amicizia mi piace assai. Però t’avverto e ricordati bene, caro serpente che io sono un soggetto corretto che ha un cuore solo, non due o tre come cert’altri. Quando parlo, dico ciò che ho dentro, non dico mai una cosa diversa da quella che penso, e non cambio mai ciò che ho detto. Tu mi capisci vero? Certo che si! Anch’io ho un solo un cuore e una sola parola, s’ affrettò a rispondere il serpente Giallino. Anzi, ti dirò di più, l’onestà di parola è la mia bandiera, la lealtà la mia integerrima stella, la correttezza etica la mia appaiata di vita e senza alcuna incertezza, se vuoi lo scrivo e sottoscrivo davanti a gufo notarino del villaggio vicino. Il calabrone, colpito da tanta sicurezza nell’affermare che aveva un solo cuore e dichiarava principi di tale qualità morale e civile d’esser pronto a metter per iscritto lo guardò compiaciuto. Persuaso con tanta generosa esposizione di parola di sua indubbia intenzione da offrire una carta che Verdino poteva esibire per rassicurare scettici e contrari, con un gran sorriso disse: mi hai soddisfatto. Poiché la pensi come me ok , da oggi Giallino sarò tuo amico e tra una folla incredula e perplessa gli porse la zampetta. Il Giallino gongolò e avrebbe fatto una piroetta da strabilià ma preferì di: te ringrazio. Tu si che s’è un insetto intelligente e senza pregiudizi. Strusciò su la zampetta in segno de affiatamento. Entrambi felici, festeggiarono l’avvenimento.

Dopo aver stretto amicizia, sebbene il fattaccio, come l’appellava un pavoncino contrariato per avé perso la su ruota, aveva sollevato un clamore ridondante in mezzo pianeta animale e suscitato tanti ambigui sorrisetti da una parte e dall’altra nei quartierini di appartenenza, sembrava che niente potesse turbare quell’insolito connubio tra il serpente Giallino e il calabrone Verdino.

Mentre il tempo scorreva in letizia reciproca, e tutto filava a meraviglia con scambio di cortesie, tante pubbliche manifestazioni di stima e rispetto da fa torciglià le budella di invidia, un giorno il serpente si accorse che il su proposito di amicizia per attirà ammirazione e aumentà i fan traballava tanto che era l’amico a spopolà sui social e ovunque a fasse applaudì dai fan. Allarmato se sussurrò: quell’insetto ronzante da stordì nun po piacé . Che brogli sta a fa mi danno?. Ben determinato a raggiungere i su fini disse al calabrone: amico caro, giacché abbiamo fatto amicizia dobbiamo stare più in compagnia, dirci tutto con sincerità e da oggi condividere, con i tuoi e i miei, il nostro rapporto. Son d’accordo rispose il calabrone. Ormai sai che la mia lealtà, di comprovata nomea in chi già mi conosceva, non verrà mai meno. Bene, bene si disse fra se il serpente Giallino, è proprio quello che me aspettavo de sentì da sfruttare a mio favore e siccome coi sui ronzii me sta oscurando me pare giunto il momento de neutraulizzalo. Poi gli fece la proposta di rafforzare l’accordo agli occhi del mondo offrendo un gran banchetto a casa sua. Il calabrone, prese la proposta come un atto di onore. Strafelice di tanta considerazione, accettò l’autoinvito di Giallino e subito volò al suo villaggio a preparare un ricevimento degno dell’amico. Poiché era orgoglioso e non voleva dar adito a malelingue impegnò tutti i calabroni del villaggio a lui affezionati a darsi da fare per accoglierlo. Sotto, sotto, non tutti i calabroni erano contenti di questa amicizia e consideravano di buon auspicio banchettare in compagnia del serpente, di un quartiere di cui sapevano poco o niente ma si vociferava fosse un covo di velenosi rettili scansafatiche camuffati da censori di costumatezza. Però, per rispetto a Verdino prepararono vivande d’ogni qualità, e tanti dolci che avevan saputo essere assai graditi al palato del serpente Giallino. Quando Giallino giunse in paese tutti i calabroni accolsero l’ospite con grande strombazzi e lo accompagnarono a casa di Verdino dove fino a sera fra canti, danze, rulli di tamburi banchettarono come fossero amici per la pelle da sempre. Quando il sole tramontò e il buio avanzazava il serpente chiese al calabrone: dove dormirò amico stanotte?. Weh, amico mio, ho preparato un letto soffice soffice proprio adatto a te! Un letto? Non mi piace nessun letto, voglio dormire nel tuo ventre, fece eco Giallino! Verdino stralunò gli occhi per lo stupore, dormire nel mio pancino, mi pare un tantino impossibile, vedi ben che io da insetto, son assai più piccolino di te! Su, su. Non mi contrariar. Non è poi tanto difficile amico mio entrar nel tuo pancino. Se non vuoi…me ne torno a casa! Macchè, macchè. Ti ho detto che io ho un cuore solo. Giammai per una simil cosuccia rovinerei la nostra amicizia. Dai proviamo! Ciò detto, Verdino spalancò la bocca a più non posso e il serpente con un sorprendente guizzo strisciò nel pancino del calabrone. Arrivato fino in fondo, si arrotolò, guardò da ogni parte e vide che aveva proprio un cuore solo. Soddisfatto s’addormentò. Giunto il mattino Verdino spalancò la bocca e Giallino pimpante e ben riposato uscì fuori e disse all’amico: Hai detto la verità. Hai proprio un cuore solo! Ti ringrazio per la magnifica accoglienza e l’ospitalità, ora torno dai miei ma tu verrai da me? Il calabrone, col morale alle stelle per le parole e l’invito promise subito a Giallino di contraccambiare la visita. Il giorno stabilito si recò al villaggio dell’amico, fu accolto con grande allegria. Ricevette cibi e bevande a volontà e passò ore veramente gaudenti da scordà ogni pena de dovè ronzà dalla mattina alla sera per agguadagnasse la pagnotta. Giunta la notte, stanco e un tantino sbronzello per i cin cin di buon auspicio profusi a volontà dall’amico, domandò : Dove posso dormire questa notte? Carissimo sii serenissimo. Ho preparato una stanza con un letto caldo che riposerai come un re, rispose il serpente. Eh no!. Obiettò il calabrone. Anch’io voglio dormire nel tuo pancino come tu hai fatto con me! Uhm… Tu, con quel pungiglione là, dormire nel mio pancino? Mi pare rischioso. Potresti ferirmi e farmi morire, disse il serpente accigliato. Ma che te vai a pensà Giallino, io ferirti. Siamo o non siamo amici?. Ribatté serio Verdino. Eppoi tu sei stato nella mia pancia e mica mi hai iniettato il tuo veleno! Il serpente a tanta puntuale esposizione dell’amichetto non trovò ragione da schivare la richiesta e si rassegnò a far dormì il calabrone nel pancino. Così spalancò le fauci e il calabrone ronzando entrò. Appena Verdino ebbe passata la gola di Giallino trovò un cuore. Bene pensò, è veritiero come credevo. Ma volando più giù ne incontrò un altro. Oilà esclamò che ce sta a fa quest’altro cuore? Scendendo più giù ne incontrò un altro e poi ancora un altro. Alla fine ne contò sette. Caspita, se disse il calabrone, sette cuori me paion davvero troppi. Spero d’aver avuto le traveggole altrimenti l’amichetto m’ha buggerato. Un tantino allarmato, si rifugiò in un angolo. Quando stava per addormentarsi vide i cuori del serpente radunarsi e poi iniziare a discutere. Sentì uno dir: Come mai quell’insetto è entrato qua?. Non mi piace, tagliamolo a fettine e mangiamolo! No, disse un altro. L’ insetto al momento è nostro amico. Non è giusto fare quel che dici. Aggiunse un terzo, ancor ci fa comodo. Bisogna lasciarlo stare. Intervenne un quarto, vabbò. Per ora lasciamo che l’insetto stia qua, se la dorma tranquillo e al sorger del sole esca incolume. Se torna però… con tale sospeso tutti in coro conclusero, tanto sta nei paraggi, avremo l’occasione di iniettargli assai veleno in corpo da papparcelo indisturbati! Il calabrone che di istinto s’era scrollato la sbornietta capì molto bene i loro discorsi e rabbrividì. Meravigliato e offeso, rimuginò: dunque, dunque, il mio amico Giallino ha mentito. Ha tanti cuori e quel che è grave ognuno la pensa in modo diverso e mira a toglieme de mezzo. Oibò temo assai che questi prima o poi troveranno un appiglio e mi uccideranno. Intanto il sole sorgeva. Il serpente Giallino spalancò la bocca e il calabrone ancor scosso dalla scoperta lesto uscì. Svolacchiando furibondo guardò il serpente dritto negli occhietti e disse: Caro serpente, ho scoperto che sei un bugiardo e i tuoi pensieri cambiano come il vento. Quando tu hai dormito nel mio ventre hai trovato un cuore solo Io invece nel tuo… altro che un solo cuore ne ho trovati assai più. Molti di più e tutti infingardi. Alcuni volevano ammazzarmi. Uno decise di lasciarmi vivacchiare ma col proposito di farmi fuori se sto nei paraggi. Un altro di stecchirmi comunque spruzzando di continuo veleno. E un altro di farmi a fettine appena metto un aluccia alla tua porta. La tua amicizia è una finzione. Sono più che triste a doverlo ammettere, stanotte ho afferrato che chi ha più cuori e cerca l’amicizia ha intenzioni fraudolente. Da questo momento è finita. Un amico sincero ha un cuore solo e una sola parola. Torno dai miei. Per sempre me ne guarderò da chi vuol esser amico mio! Il serpente Giallino, fattosi nero di rabbia, tentò con veemenza di negare che aveva più cuori e cercò di addossare a Verdino la menzogna alludendo che era tanto sbronzo da aver vista e testa in confusione e che la molteplicità cuori eran una sua invenzione, un pretesto per rompere l’amicizia. Tanto disse e tanto confutò a sua onesta intenzione che richiamò tutto il vicinato. Uscì pure il suo avvocato, ma a Giallino niuno valse. Il calabrone sicurissimo della falsità d’intenzione, non cambiò opinione. Infastidito della sua manfrina onestina onestina riconfermò al Giallino che l’amicizia era una finta, ben altri scopi nascondeva e uno era quello di accopparlo.

Detto ciò, con un ronzio ultrasonico e senza salutare lo abbandonò.

Rammiricato di essersi fidato volò al suo villaggio promettendosi che mai più sarebbe cascato in simil tranello, specie se certificato. Bensì la questione non finì li. Siccome gli amici del villaggio l’avevano sconsigliato di non fidarsi d’uno tanto diverso dal suo habitat naturale Verdino fu portato davanti agli anziani. Questi si consultarono e convocarono i due litiganti in tribunale. Il calabrone raccontò di come si era fidato della parola del serpente, di come avesse scoperto con tristezza che gli aveva mentito affermando di avere un solo cuore mentre invece ne aveva tanti, tutti tra loro diversi e in combutta per liquidarlo senza tanti preamboli. Il serpente strisciando da questo a quel giurato invece giurava che era onesto, onestissimo, lui aveva un solo cuore e mai ne aveva avuto un altro che la pensava diversamente, aveva chiesto d’esser amico di Verdino in modo disinteressato, attratto solo dalla sua bellezza. Il calabrone era una astuto, falso, prepotente e svergognato, camuffava la verità dei fatti per rompere un patto d’amicizia probabilmente per farsi gli affari suoi con altri insetti. A tutti giurava che quelli si che eran tanto infidi, facili a lasciarsi corrompere con qualche promessa di regalucci mentre lui era incorruttibile e mai e poi mai i suoi cuor avevan tramato di sfruttare l’amicizia per conquistare simpatie, allargare la popolarità per dominare nel su e altrui quartiere e poi distruggere il calabrone. Ma ascoltate le due versioni il calabrone, vinse la causa e il serpente fu dichiarato un essere infido e traditore dal quale ognun con senno era bene stesse lontano. Non contento della sentenza il Giallino se la prese col su avvocato che aveva profumatamente pagato per attestà che Verdino era un bullo impostore, s’appellò a giudici e stampa, si mise a sputà veleno da sembrà un vulcano in eruzione. Ma il popolino accorso per curiosità si mise a ridere e gli strillò che di grulli imbroglioni ce ne è pieno il mondo.

Nella foga il giallino s’era tradito, più volte aveva ripetuto che “ i suoi cuor mai avevan tramato a scopo raggiunto di distruggere il calabrone ” e tutti avevan ben capito che per convincere Verdino a diventar suo amico aveva con proposito mentito.

Nel chiudere la querelle il saggio più anziano sussurrò: il final della storia era assiomatico. L’amicizia così strana solo tra gli uomini funziona! Un coleottero giovincello che gli stava vicino sentì e rimuginò: se pure mio nonno ogni giorno lo ripete deve esser vero.

bydif

Si sa, le favole non hanno  tempo e realtà ma a leggerle …da ovunque provengono ..son sorprendenti!

L’Ottavario e la “Divina misericordia”.

25 divina miseri

L’ “Ottavario”, un tempo, per la gente comune era la “ festa  dell’ottavo giorno dalla Resurrezione di Gesù,  per la liturgia, a rimembro dei battezzati che potevano togliersi la veste bianca indossata la domenica precedente, come uso allora giorno battesimale, era la “domenica in Albis”. Dal 30 aprile del 2000 l’Ottavario, legato indissolubilmente al carisma di Santa Faustina Kowalska e a papa San Giovanni Paolo II, è la domenica della “Divina Misericordia”. Come mai? Beh, la scelta di Giovanni Paolo II,  fatta nel giorno della canonizzazione di suor Faustina, di dedicare l’Ottavario alla Divina Misericordia non fu fatta a caso ma per ragion d’essere delegate da Gesù alla carismatica suora. Secondo i diari di Suor Faustina fu Gesù stesso a esprimere il desiderio di istituire questa festa in ragione del suo sacrificio di redenzione : “Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione. Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre”. Dagli stessi si sa che la suora fu anche la prima a celebrare la Divina Misericordia” nella prima domenica dopo Pasqua e nel santuario di Cracovia – Lagiewniki dal 1944 la partecipazione alle funzioni era tale che nel 1951 alla devozione fu accordata l’indulgenza plenaria. Per cui il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II disponendo che nel Messale Romano innanzi al titolo della II Domenica di Pasqua fosse aggiunta la dizione “o della Divina Misericordia” ha ratificato la volontà di Gesù espressa alla carismaticatuttavia prescrisse che nella liturgia Domenicale dell’ottavario si adoperassero sempre i testi che si trovano nel Messale o nel Cerimoniale delle Ore di Rito Romano. Come detto sopra, la festività della “Divina Misericordia” nasce da un desiderio di Cristo espresso per mezzo della Sua apostola: “Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia . Tale desiderio per la prima volta Gesù lo comunicò nel 1931, durante l’ apparizione. Successivamente, lo chiese ancora: “che il quadro della Misericordia sia quel giorno solennemente benedetto e pubblicamente, cioè liturgicamente, venerato; che i sacerdoti parlino alle anime di questa grande e insondabile misericordia Divina e in tal modo risveglino nei fedeli la fiducia”. Secondo i dati storici in ogni apparizione, ben 14, definendo con precisione il giorno della festa nel calendario liturgico della Chiesa, la causa e lo scopo della sua istituzione, “riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia misericordia ma anche benefici terreni, sia alle singole persone sia ad intere comunità”. Inoltre,  la venerazione della Divina Misericordia, come ha detto Gesù “in quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto“, (scarlatto sunto nel raggio rosso del dipinto su apparizione a suor Faustina) rende accessibili a tutti grazie e benefici, ben inteso se chiesti con sentimento e grande affidamento al Suo generoso mistero di redenzione. Affidamento in quella Divina Misericordia ben manifesta nella rappresentazione iconograficaChi confida nella Mia Misericordia non perirà, poiché tutti i suoi problemi sono Miei ed i nemici s’infrangeranno ai piedi del Mio sgabello”. Iconografia, eseguita in fedeltà alle visioni di suor Faustina, dove Gesù, vestito con una tunica bianca contornata da luce, su sfondo blu, ha la mano destra alzata e due raggi, avvolgenti, che escono dal cuore, uno bianco e uno rosso, rappresentanti rispettivamente l’acqua ed il sangue e, in basso, la frase “Jezu, ufam tobie” ovvero “Gesù, confido in te”. A proposito dell’immagine “Per mezzo di questa immagine concederò molte grazie alle anime, essa deve ricordare le esigenze della Mia Misericordia, poiché anche la fede più forte, non serve a nulla senza le opere” si racconta che all’artista lituano Eugenius Zkazimirowski richiese circa sei mesi di lavoro in quanto la mistica, sempre presente, era particolarmente esigente e continuamente si intrometteva con correzioni o aggiunte di dettagli, per ottenere un’immagine fedele alla visione. Dall’iconografia dell’immagine lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia è indubbio e già suor faustina lo recepì e scrisse “Ora vedo che l’opera della Redenzione è collegata con l’opera della Misericordia richiesta dal Signore” legame ulteriormente sottolineato dalla novena che Gesù chiese, nel 1935, alla santa polacca in preparazione alla celebrazione e che deve iniziare il Venerdì Santo. Come riportato nei diari, la novena consiste nella recita di una particolare forma di rosario-preghiera: la Coroncina della Divina Misericordia. Oh! che grandi grazie concederò alle anime che reciteranno questa coroncina: le viscere della Mia Misericordia s’inteneriscono per coloro che recitano la coroncina”. In breve, la disposizione data da Gesù sulla recita della coroncina  : ” dopo il segno di croce,  recita un padre, un ave e il credo nella versione del simbolo degli apostoli,  sui cinque grani maggiori del rosario recita: “Eterno Padre, io Ti offro il Corpo e il Sangue, l’Anima e la Divinità del Tuo dilettissimo Figlio e Signore Nostro, Gesù Cristo, in espiazione dei miei peccati e di quelli del mondo intero”. Sui cinquanta grani minori dì: “Per la Tua dolorosa Passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero”. Al termine  pronuncia per tre volte: “Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi e del mondo intero”.  Termina la preghiera con la seguente invocazione: “O Sangue ed Acqua che scaturisti dal Cuore di Gesù come sorgente di misericordia per noi, confido in te!”;  infine fai nuovamente il segno di croce”. Gesù nel chiedere e disporre  regole  e parole per la novena della coroncina però non ha limitato la sua generosità, specificò  avrebbe concesso particolari grazie Per la recita di questa coroncina Mi piace concedere tutto ciò che Mi chiederanno”. A chi l’avrebbe recitata davanti alla sua immagine “La mia misericordia avvolgerà in vita e specialmente nell’ora della morte le anime che reciteranno questa coroncina” 

Per concludere,  nell’ottavario o giorno della “divina misericordia” Gesù, a chi si affida ai raggi luminosi, ” bianco e rosso acqua e sangue” che fluiscono  dal  suo cuore, con convinzione,  riempie di amore : Desidero darMi alle anime e riempirle del Mio amore, ma sono poche le anime che vogliono accertare tutte le grazie che il Mio amore ha loro destinato. La Mia grazia non va perduta; se l’anima alla quale è destinata non l’accetta, la prende un’altra anima”. Sia alle singole persone sia ad intere comunità regala le grazie salvifiche, elargisce benefici terreni e protezione Divina: “ Le anime che diffondono il culto della Mia Misericordia, le proteggo per tutta la vita, come una tenera madre protegge il suo bimbo ancora lattante e nell’ora della morte non sarò per loro Giudice, ma Salvatore misericordioso”

25 suor faustina

Con un saluto speciale e come ricorda papa Francesco I:

Pietà e tenerezza è il Signore, il quale per il grande amore con il quale ci ha amati, ci ha donato con indicibile bontà il suo unico Figlio, nostro Redentore, affinché attraverso la sua morte e risurrezione aprisse al genere umano le porte della vita eterna, e affinché, accogliendo la sua misericordia dentro il suo tempio, i figli dell’adozione esaltassero la sua gloria fino ai confini della terra”

auguro buona serata a tutti!

bydif

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#Piday

pi greco - Copia

Il “Pi Day” è il giorno dedicato al simbolo della costante utilizzata in matematica e fisica, indicata con la lettera greca π e straconosciuta da studenti e studiosi di tutto il mondo. Ma come è nata questa festa celebrativa del simbolo π espressione di formula di infiniti decimali che affascina, ossessiona e che ha fatto, fa, e farà impazzire tanti studenti e altrettanti matematici ? Beh, da una pensata del fisico americano Larry Shaw, di festeggiare il 3,14, insieme ad amici, poi fregiato come “Principe del pi greco”. 

Oggi, nei dipartimenti di matematica, varie istituzioni scientifiche e culturali, si è colta l’occasione per organizzare delle feste e il “pyday” si è celebrato in ogni parte del mondo con svariate iniziative e manifestazioni indette da amanti e studiosi di matematica, geometria, fisica, scuole, studenti, dilettanti di calcoli, comunità virtuali… con sfide, quiz , giochi con problemi matematici e simili da risolvere, gare mnemoniche, di poesie e prose, incontri con esperti, persino corse, passeggiate, video clip, e quant’altro stimola a solennizzare, e offre una succulenta occasione per ricordare l’importanza del π. Ma la prima celebrazione del “pi greco” che risale al 14 marzo 1988, fu quasi una iniziativa da picnic, un simplistic day friends all’Exploratorium di San Francisco. Infatti consistè in un semplice corteo circolare di amici, appassionati di calcoli e decimali, attorno ad uno degli edifici del celebre museo di scienza di cui il fisico Larry era tecnico curatore, con tanto di finale degustativo di torte decorate. Ovviamente la data scelta dal fisico per lanciare il tributo festaiolo-osannatorio al 3,14 non poteva essere diversa dal 14 marzo in quanto, nei paesi anglofoni, rappresenta le prime tre cifre del π. (la cifra del mese, 3, si mette avanti a quella del giorno, 14). Però, molti studiosi, matematici, amanti di numeri, calcoli e infinite deduzioni a sfondo numerologico non si accontentano di festeggiare il pi greco solo il 14 marzo, e ritengono che altre date sono altrettanto simboliche del numeretto più famoso al mondo come il 5 aprile, 3 mesi e 14 g. d’inizio anno, o il 10 novembre, 314° g dell’anno.

Tanto ci sarebbe da raccontare e da dire di utile e anche di divertente sul “re” dei numeri, mi limiterò all’essenziale.

A calcolare per primo scientificamente il valore approssimativo del pi greco è stato quel genio di Siracusa di nome Archimede, tra il 287 e il 212 a. C. Invece l’ associare per primo il simbolo π al famoso rapporto tra circonferenza e diametro si deve al matematico inglese William Jones ai primi del 1700. Mentre a renderlo popolare nel 1737 ci pensò il matematico svizzero Leonhard Euler.

A tutt’oggi il pi greco è celeberrimo protagonista sia del rapporto tra la misura della lunghezza della circonferenza e la misura della lunghezza del diametro di un cerchio, sia, e per certi versi ancor più,  di insostituibile primo attore cruciale in innumerevoli attività, in specie se di ricerca che punta a missioni spaziali.

pi greco - Copia - Copia

bydif

 

 

NEL GIORNO DELLA MEMORIA POTREI…

shoa 1 - Copia

Potrei…

Con le lacrime

strette nel pugno raccolte nei vagoni della morte

far scorrere un fiume di perle all’infinito

Con i sorrisi

ingoiati insieme ai denti rosicati dalla fame

raccattati con gli occhi nelle baracche dei lager

Potrei

eruttare da ogni vulcano per secoli melodiosi canti

Con le parole

lette sul filo spinato nei campi dello sterminio

Potrei

scrivere una enciclopedia interminabile di speranze

Con i pensieri

ancor viaggianti aspirati nelle camere a gas

formare un arcobaleno fosforescente di sogni

Con il sole

carpito negli occhi vuoti dei teschi dei bimbi

illuminare la terra all’infinito accecando l’odio razziale

Con i cuori

di uomini e donne raccolti fra le rotaie dei treni

inondare il mondo di amore

Con la rabbia

impotente di uomini e donne innocenti

abbattere tutte le barriere del pregiudizio infame e folle

Con l’orrore

provato girando nei luoghi del massacro

Potrei

formare un grattacielo altissimo di angeli umani

piantare un albero in ogni angolo del pianeta con frutti

di giustizia, diritto, umanità, libertà, rispetto

Il resto…

lo lascerei imputridire dentro di te

arida caverna disumana piena di vermi

che non hai memoria e neghi la Shoah

e.r.

2

Oggi è il giorno della Shoah, memoria dello sterminio di milioni di persone, dovuto alla follia umana racchiusa in una ideologia distorta, turpe, criminale, razzista, antireligiosa, antietnica, di una  ferocia indegna al genere umano. Nessun uomo saggio, giusto, onesto, può dimenticare. Nessuno deve dimenticare

IO NON DIMENTICO E VOI?

SONO CERTA DI NO!

*

bydif

Chi ignora la storia prima o poi è obbligato a riviverla. ..

Un po’ per burla un po’ sul serio

Scattografico di governopoli contrattopoli gialloverde del cambiamento!

governopoli 1

???

Per la filosofia cosmica, una vita che nasce riflette una corrispondenza sincrona con le qualità di quello istante che guideranno la sua intera esistenza. In coerenza, il simbolo “registratore” del momento della vita è una sorta di traslato scattografico della realtà interiore dell’individuo, connesso a potenzialità e scabrosità dell’ attimo stesso che ha luce. Di logicada tale “identikit” della coscienza intrinseca dell’individuo,  emerge la specifica delle prerogative motivazionali primarie che determinano la linea di criterio nella progettualità personale e accessoriamente in quella pubblica. Secondariamente è relatore delle caratteristiche di moto e metodo di azione del concretare. Per cui l’immagine archetipica, talvolta metaforicadel “segno” di nascita rimanda a un insieme di informazioni, di contenuto; cioè a un significato referente. In altre parole, indica il peculiare di base del campo quantico che al momento della nascita plasma la personalità. Di effetto, è dalle immagini, simbolo di riferimento di nascita, che si decifra la vera sostanza  che esprime in forma materiale ognuno, nonchè i perché che muovono la sua sensibilità psico-istintuale a procedere in una o in un altra direzione e specifica la conclusione sul chi è e cosa concretamente c’è da Lui o Lei aspettarsi.

Detto ciò… in analogia al pensiero cosmico orientale, la governopoli gialloverdina, nell’identikit  in alto, ha le singolarità di: 1 capretta, 1 lepre,  2 bufalotti, 2 draghi,  2 scimmiette  3 tigri,  3 topolini, 3 cavallini,  3 maialini …

governopoli 4

nel mentre… in analogia al pensiero  cosmico d’occidente… la governopoli contrattopoli gialloverde del cambiamento  ha quelle di:1 pesce,1scorpione, 1sagittario, 2 bilance, 2 capricorni, 2 arieti, 2 tori, 3 tigri, 3 granchi, 3 gemellini…

woow…che bel mescolio! meno insolito di quel che dicono…

però..sta governopoli giallo verde del mutamento scattografata “quanticamente plasmata” una domanda la suscita:  rimarrà un bel connubbio  elettorale extra…o…o …

Beh…

A livello  individuale, sia nell’uno che nell’altro caso  molte “teste” indicano potenzialità di forza, scaltrezza e diplomazia che fanno ben sperare…invece…in azione collettivo… umm… peculiarità che cozzano  fanno assai dubitare  su continuità pacifica e  compattezza idealistica.

Sarebbe?

Sarebbe che in caso di forti divergenze, le diverse nature aggressive, focose, o scalpitanti  degli “animaletti” si manifestano e prevalgono sulle docili, concilianti o accorte, l’intesa si altera,  l’accordo gialloverdino vacilla,  contrattopoli si rompe.  Di sicuro … una bella lotta !

gover modified

per chiarire le corrispondenze:le “teste” gialloverdine abituali:

governopoli 2

opperò…a confrontarle con quelle “celesti” …vien spontaneo  chiedersi…

Conte…primeggierà sputacchiando fuoco  o sferzando  la coda leonina a vuoto …

Giorgetti…punterà le staffe o  mirerà al bersaglio e  centrerà il traguardo…  

Salvini … nuoterà da elegante delfino o  annasperà  da bufalotto pesantino

Di Maio…manovrerà da tigrotto aggressivo  o da bel granchio   riflessivo… 

Bonafede …volerà da  drago  focosetto o ripiegherà da granchietto 

Tria…un bel sornione  svicolatore  o un abile  diplomatico assestatore

 la Bongiorno…trotterà da cavallo di razza o pasturerà  su montagne di carta…

Trenta …si esibirà da  capretta belante o le sparerà da scaltra lungimirante…

Erika….grugnirà nei campi di grano o  si diletterà ad ammucchiare  granchi 

la Grillo…una leprotta agile o una stazionaria umanoide  sfuggevole  …

Fontana…salterà  curiosetto di ramo in ramo o si scornerà nell’arcobaleno

Centinaio …pungerà velenoso o grufolerà tranquillo di aia in aia

Bussetti…aggredirà  chi non sa o pacificamente istriurà le capoccie dure

la Lezzi…scorrazzerà da  lesta topolina o si impunterà da  cocciuta torella

Toninelli…da tigrotto e leoncino la penserà sempre  in modo aggressivo

Bonisoli…un bue lento o un capricorno arrampicatore scattante 

Costa…si scontrerà a cornate   o ripiegherà saltellando nei prati…

 Moavero…uno scalpitante puledro o un pigro leone al sole straniero…

Fraccaro…bazzicherà astuto di frasca in frasca o  si rifugierà sui picchi invitti

Savona… un veloce scansa insidie  o  un fine giocoliere di casse piene…

 Comunque si comporteranno… le “stelle” non mentono mai…!

Notteeee .

governiepoli

Bellini neh i gialloverdini !!!

by dif

Notteeee .

 

 

Pitocchi, Picari e …azzardo

Tra i giochi popolani di strada spicca quello dei Pitocchi e Picari. Cioè un gioco d’azzardo, astuto ma fondamentalmente non malvagio, escogitato da furbastri e destri “bricconi”, con scarsi mezzi finanziari, per incettare col trucco soldi. Il gioco è ben esemplificato da un quadro di ignoto caravaggesco che illustra due scaltri “figuri” mentre mostrano il gioco dei bussolotti.

...

Il gioco, noto come” gioco dei bussolotti” è millenario ed è il primo gioco a trucco e non di illusione di cui si ha traccia documentale. Risale all’antico Egitto e la si trova in una pittura murale all’interno di una tomba del 2500 a. C. , in cui si vedono raffigurati due uomini inginocchiati che con 4 recipienti, simili a ciotole, sono intenti ad eseguire il trucco dei bussolotti. Molto in voga nel ‘600/ ‘700, il gioco dei bussolotti o campanelle, in Europa bicchieri di rame impilabili, è ben conosciuto anche oggi. Infatti, Pitocchi e Picari, di solito muniti di tre bussolotti o campanelle, e una pallina che iscenano, per le strade e nelle aeree di sosta, una dimostrazione per alloccare i creduloni a scommettere bei soldoni, se ne incontrano in ogni parte del mondo. Ovviamente, a chi abbocca alla loro  lusinga  e convinto di fare un ” affare” redditizio scommette con loro, non sa che gli astuti picari, sposta qui, sposta la i bussolotti, con abilità pari a maghi o prestigiatori,   truccano il gioco,  si intascano i bei soldoni, e lasciano il malcapitato a mani vuote.

“IL NOVO ET PIACEVOLE GIOCO DI CARICA L ASINO “

Immagine - Copia

Spulciando fra i giochi d’azzardo v’è  il ” CARICA L ASINO “ Consiste, in un tabellone di caselle con al centro raffigurato un asino e due personaggi e la scritta io carico” ho scaricato “. L’asino rappresenta la “puglia” cioè il detentore dei sacchi pieni di quattrini. I due personaggi rappresentano gli azzardatori, ovvero i giocatori che, affidandosi al puro caso, scommettono di riuscire a portar via tutta la “puglia”, i denari  dell’asino. “Ciascuno metterà su quel tanto che gli parerà et a chi toccarà .. tirerà poi cercherà il punto/…/quel tale giongera quatrini/ …. /et le riffe di sopra tirano quel tanto che /… /leva tutti i denari…

Alla fine?  Beh… Par chiaro,  i due ” azzardatori ” tira qua, tira la, insistono e insistono e ” l’asino” è costretto a cedere  gli agognati  quattrini!

” PELA IL CHIÙ” 

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che … venuto in luce adesso / …./ Ti potrai tratener tal hor con esso / Ma non ti pensar che si consenta / Giocar per vitio che no(n) te concesso” . Illuminante neh!

“AL PELA IL CHIÙ ” è un gioco simile a “CARICA SCARICA L’ASINO”. Bensì, al centro, al posto dell’asino, presenta le figure di due civette incoronate, tra le quali, senza alcuna relazione con esse, è indicata la combinazione vincente: 6-6-6, ( umm, ummm, combinazione  piuttosto diavolesca ) che “tira honoranza (da) tutti”. “AL PELA IL CHIÙ è infatti  un gioco d’azzardo in cui si corrono rischi e pericoli con effetti finali assai poco onorevoli e alquanto rovinosi, ben spiegati “Con sei quattrini un pezzo alegramente / Poi stare, e tener un spasso d’eccelenza / Ma... perchè sappi il tutto intieramente / Del gioco ti dirò la continenza /…”Come hai trovato il po(n)to che fatt’hai / Guarda quella figura ch’ e li dritto / E second’essa ti governerai / Perche quel ch’ai a far troverai scritto / E s’ haverai da tirar, tu tirerai. / S’hai da giocar ancor starai al ditto / Chi . tira vuol dir.  paga o’gionta / E il numero di quelli poi si conta”;; “Quei che nel fine il ponto scontrarano / Come a farina tirano i denari / Con l’honoranza e quei che più farano / Giontano sin che al numero sien pari; / E la meta le riffe tireranno. / Del gioco sempre e acciò che siate chiari / La riffa de diciotto l’altri avanza / Tira ogni cosa et anco l’honoranza.”

Certo è che in questo gioco se il diavolo ci mette lo zampino…l’onore va a farsi friggere!

Altro gioco interessante ma assai pericoloso è “COGLIERE IL GUFO” in quanto non è un gioco di percorso, con un inizio e una meta finale ma si affida semplicemente all’azzardo :“chi fa raffa di disdoto vince il gioco et la honoranza se vi e il patto” a destra: “il punto ritrova la sua stanza et si (o)sserva quel che dice la letera”

Embè… quando si azzarda…. chi sa dir se alla fin  si può o no pentir!

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In conclusione: rischio e azzardo fan parte della vita. Pitocchi e picari che furbescamente lusingano con miraggi di mirabolanti promesse di “vantaggi” ci son sempre. Giocarci non è un male. L’importante è aver ben chiaro che nell’azzardo ogni calcolo di risultato è assai precario e scommettere con un Picaro, se va bene ci si rimette soldi, se va male…. ci si rimette la faccia!

Buon gioco a tutti!

 Bydif

………..

qui sotto le immagini originali  che ho prese a “prestito” dal web per i fotomontaggi. grazie.

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La “belva” si mangerà la luna di sangue? E …o…

berlino

Stasera, dalle 7,43 la “miniluna” piena perverrà al punto più distante dalla terra determinando l’eclissi lunare di “sangue” più lunga del secolo. E..mentre per la scienza astronomica il fenomeno della colorazione rosso-arancio della luna non è altri che uno scattering di Rayleig, dovuto alla luce del sole filtrata attraverso l’atmosfera terrestre, per il resto, inesperto, il color “sangue” del nostro satellite implica ben altre suggestioni. E… come da costume popolar diffusore dell’evento eccezionale che quest’anno durerà ben 103 minuti, nel suo clou, e ben tre ore e 55 minuti dall’entrata all’uscita dal cono d’ombra, da giorni circola un rispolvero biblico tipo: “Il sole sarà cambiato in tenebre e la luna in sangue prima che venga… , “…il sole divenne nero come un cilicio di crine, e tutta la luna diventò come sangue”, o di predizioni con scenari di calamità come quelle della religiosa E. Holzach “ …. Lì ci sarà grande distruzione. La Chiesa piangerà e si lamenterà. In questo giorno sarà visibile una eclissi lunare” che influnza ipotesi di accadimenti malauguranti e suggestiona, chi più e chi meno, a ritorni a paure ancestrali anche se tutti ammalia a piazzarsi in luoghi ad hoc a godersi l’esibizione. Quest’anno poi che l’eclissi di “sangue” si associa: alla presenza di Marte, il pianeta rosso per antonomasia simbolo possente di fuoco, guerra e sangue, che dopo 15 anni sarà al punto più vicino alla terra e al secondo avvicinamento alla terra in ben 60.000; alle stelle cadenti, una pioggia di meteore di quando la luna è in eclissi; ai pianeti, Saturno,Venere, Giove, dal crepuscolo ben visibili, tra le stelle del capricorno, leone, e bilancia beh, gli scenari pronostico-divinatori dell’uman andare sono ancor più intriganti. Certo è che quando si tratta di immaginazione, in ogni tempo e luogo l’uomo è davvero straordinario, ma quando la fantasticheria si volge a ciò che ci sovrasta e notte e giorno ci accompagna in ogni passo supera se stesso. Ad esempio a seconda la credenza dell’antica comunità Inca stasera “ la “belva” divorerà la luna di sangue, poi scenderà e con ira furente si scaglierà contro gli uomini sulla terra e… ” e facile immaginare la carneficina. Da brividi. Si potrebbero citare tante leggende con risvolti tutt’altro che rassicuranti sugli effetti all’equilibrio terrestre nonché ai suoi abitanti della luna di “sangue” per fortuna, gli scenari apocalittici non sembrano avere riscontri e gli astronomi concordano che l’eclissi della luna di “sangue” non avvalla alcuna sciagura, è solo una sfumatura dovuta alla luce del sole filtrata attraverso la nostra atmosfera. Comunque sia stasera gran parte del mondo si accomunerà per godersi lo spettacolo extra e la sintonia di intenti tra popoli, culture, costumi diversi in un momento in cui sembra che tutti si rivoltano contro tutti sa già di buono. Significa che in fondo quando si tratta di ciò che ci sovrasta ogni occhio si volge a scrutare il cielo con qualche interrogativo e uguale meraviglia.

Anch’io armata di binocolo, macchina fotografica stasera alle 20,30 mi posizionerò in compagnia in un oasi e nel gustarmi lo spettacolo della luna rossa o di “sangue, non penserò alla “belva” e alle sue ire, penserò ai tanti miei simili e mi piacerà tantissimo sentirmi parte attiva della grande “famiglia” umana attratta da un recital stellare. Eppoi come si può mancare. Citando Hagee che sostiene “Dio usa il Sole, la Luna e le stelle per inviarci segnali sulla Terra” posso  azzardare che stasera vista la ricchezza di presenze astrali di segnali, in senso buono e cattivo i corpi celesti ne manderanno assai, assai quaggiù.

Ma poi, chi saprà decifrarli per scansare guai o mietere favori?

boooh. Mistero.

Mi sa tanto nessuno se non qualche eccelso che si terrà per se le conclusioni!

siviglia

Buona serata col naso all’insù.

Dif

Una domenica sul… Monte

monte tabor

Già su quel pulmino, in compagnia di volti sconosciuti che si inerpicava, ebbi la sensazione che lo scenario di quel Monte aveva qualcosa di differente da renderlo affascinante e in quel salire a brivido sui tornanti c’era qualcosa in più del recarsi a visitare un luogo turistico.

Oltrepassata la “porta del vento” che con le sue pietre grige, sembra dir son qui a testimoniar la storia, sotto un cielo turchino, metto piede su una radura sassosa, contornata da alberi con a ovest una vista magnifica sulla pianura lussureggiante di campi verdi, delineati da forme variabili, incredibilmente perfette, dal rotondo al quadrato, illuminati da un sole splendente. A est, mura dirute scorrono in un lungo viale di cipressi e pini. A ruota del gruppo multietnico l’imbrocco e mi incammino per il mio giro di visita e conoscenza a luogo e monumenti. A fine viale, la natura s’apre a una incredibile prospettiva di fiori e verde. Varco un cancello. M’accoglie un giardino dalla vista e dai profumi attraenti con cactus giganteschi da sembrar quasi finti da quanto sono particolari, cascate di boungaville, di bianchi gelsomini, olivi, pini, querce d’un verde intenso, una varietà di colori che iridano l’occhio e dirigono i pensieri all’astratto solitario. Sorpresa dallo spettacolo mi incammino per giungere alla cima del Monte, punto focale del mio essere li. Mentre attraverso quella rigogliosa oasi con sole che macchia le foglie, delinea percorsi, tinge di rosa le vesti mi par che… Che le mie le scalda, le ribolle tanto che cerco un posto in ombra per refrigerarle. Trovo un angolo, mi siedo a ridosso di un muretto da cui sporge un cespuglio al culmine di una fioritura di un intenso fucsia e vermiglio da espandere un senso di chiarore all’animo esitante e scrutatore, finito in quel bollore per un impulso errante assetato di incontrare, conoscere, trovare, nutrirsi di bellezza e al contempo svuotarsi di quella consumata. Rimesto nella sacca-zaino in cerca del ventaglio ma il riverbero d’un raggio mi colpisce in fronte, mi blocca la mano, mi sfoca il pensiero, rende senza tempo lo sguardo e..e percepisco. Intuisco che il bollore delle vesti che mi ha arenato sotto quel cespuglio non è altri che un ribollir intimo. Poi, come per malia, quel riflesso ne snocciola il senso, l’origine, e in tutta la sua crudità svela la mia viaggiante pena. L’impatto è forte, tento di sollevarmi per disfarmi da calore e vista. Inutile. La cognizione mi sovrasta. Si accende e riarde sotto le vesti da scuotermi la terra arida a vulcano da farmi schizzare oltre quell’oasi sul Monte per depositarmi alla foce  di un fiume lunghissimo per esplicitarmi il suo gorgare diramante fino all’estuario. Ravviso egoismo e un tantino di terrore. Formarsi l’inquetudine. Presentarsi all’ego con passo smorzato. Infilarsi nei ribelli turbamenti intimi. Insediarsi col suo fluire nervoso negli incofessi desideri di rifiuto. Mettersi in azione dirompente la stabilità interiore nel momento ostinato di un no al Monte egotico.

Fu un giorno garbuglio.

Presa dal panico feci del tutto per abortire il Monte dal mio quotidiano temporale.

Anche se v’ero salita tante volte, anche se migliaia di altre avevo detto lo accetto, salgo. La verità nel profondo era altra. Ogni volta vi ero salita non per accettazione ma per aspettativa che il pendio si trasformasse in pianura. Purtroppo ogni volta era sempre Monte e assai arduo da scalare. Così, quel giorno, lo rifiutai a priori alla mia oggettività. Con cocciutaggine dissi: non lo voglio più nella mia vita come una condizione di eventi perfettibili e quindi di sofferenza trasfigurante atti e pensieri. Semmai che si presenta e debba inerpicarmi voglio, pretendo, sia un Monte temporaneo e per ogni salita indietro ambisco cose come soldi, contentezza, certezza di costruire senza subire crolli. Soprattutto rivendico  un diritto di gratificazione a profitto dei miei figli. Insomma ogni arrampicata obbligatami dalle circostanze, leggera o ostica, deve darmi la contropartita certa  che giammai i miei figli saliranno a un Monte. All’opposto mio, nella vita avranno tutto. La felicità in ogni sua accezione.

Che asineria il mio rifiuto e che utopia il mio esigere!

Anelavo, volevo.. ? Beh, ho avuto… abbondanza di stress fisico e mentale!

Difatto, rifiutarmi patteggiando un corrispettivo non ha eliminato i Monti da rampicarsi. Solo peggiorato le condizioni nell’affrontarli .

Invero quel rifiuto ha instaurato un meccanismo intimo di irrequietezza persistente che a mano a mano che constatavo il non ottenimento ambito, cresceva, cresceva e poi sprofondava nell’ interiore da rendere sempre più difficile mantenere il controllo da impedire di diventare insopportabile compagna di ogni parametro della realtà. La conseguenza del categorico rifiuto era logica ma sopraffatta dall’ego cieco non avevo saputo discernerla. D’altronde come potevo se mi ero ficcata in testa il tarlo fisso che a un certo punto della vita volevo essere una privilegiata, anzi una specialissima. Se, consideravo un diritto divino che la vita mi premiasse. Anche perchè ero straconvinta che quel Qualcuno di soprannaturale in cui credevo, se non prima almeno poi, doveva intervenire. Per meglio dire dall’Alto della sua giustizia doveva calare a tutti i costi la mano benigna della ricompensa sotto forma di beni materiali, guadagnati accettando il Monte e soffrendo ogni genere di traversia nell’ arrampicata?

Nel mentre quel riverbero frondava obliquamente i giganteschi cactus e mi dipanava l’origine dell’ inquetudine incessante che da anni trapanava l’intimo, e bruciava le carni, sento un frescore. sfiorarmi e quel bollore che mi ha arenata in quell’angolo sparisce. Riprendo il percorso del mio giro. Tra un mare di aromi, un multicolore variegar di forme fiorite, di verde, cocci, ruderi, oltrechè un accogliente ristoro con dei giovani sorridenti, un via vai di gente, di scatti fotografici, arrivo al punto alto, alla spianata del monte. Alla Basilica.

L’impatto visivo è notevole. L’architettura, di robusto vagheggio gotico, con le due torri campanarie protese verso l’Alto, si staglia nel cielo di un azzurro trasparente, come a chiudere all’occhio ogni visuale che disloca l’attenzione verso il basso per inquadrarla su un panorama ascendente indemarcabile. Ma ancor più significativo lo è quello dell’ingresso. La magnificenza policroma, le pietre pregiate, i marmi, le finestre, gli alabastri, le capriate, le figurazioni, il pavimento che a tre quarti della navata, con una ventina di gradini, sprofonda in una cripta che nasconde i resti di preesistenti fabbricati e in fondo culmina l’incanto nello sfoggio di un presbiterio, con uno splendore di mosaici di fattura italiana, d’insistente luccichio da ammaliar occhi e anima e parer inoltrarsi nel cielo. Affascinata dallo sfolgorio di bianco, blu, oro che riempe le curve pareti, mi siedo sulla panca sinistra del presbiterio. In silenzio miro e rimiro le tessere mosaicali e cerco di carpire ogni dettaglio delle immagini per fissarle nella mente. Quel guardare, nel suo insieme, mi estasia e come Matteo mi vien da esclamare : “è bello stare qui” .

Tanto bello da perdermi ogni cognizione del tempo e del contesto.

Nel mentre sto imbambolata con l’occhio fisso, su uno dei mosaici un brusio di un folto gruppo di visitatori s’approccia all’orecchio. Intuisco che l’atmosfera cambia e sta per iniziare la messa ma il mio muto imbambolamento non cambia. Un rincorrere di impressioni fortissime estrania la mente e tiene l’occhio inchiodato sui mosaici da non riuscire a seguire attivamente la messa che officia don Carlo.

A un tratto una dolcissima soave melodia si diffonde, cheta, avvolge, trasporta in uno scenario di luce. Tanta luce. Amore. Tanto amore. Mi par avvertire un respiro immenso. Forse è il fiato unisono della folla, penso. Riconcentro lo sguardo su tutta quella magnificenza artistica che mi circonda e.. E poi, che strana sensazione provo guardando i mosaici innanzi a me. È come se qualcuno dalle spalle mi sfila un sacco pesante!

Con una fugace riflessione mi dico: m’è parso che qualcuno mi ha tolto un carico.

Boh, non so capacitarmi dell’impressione ma mi sento alleggerita.

Ne incredula ne convinta seguito a guardare e poi domando: cosa c’era dentro, nel sacco, di così pesante? Anche se, a volte, mi dibattevo per togliermi qualcosa di fastidioso che mi piombava su un punto morto, rendendo il sorriso da spontaneo a greve in ogni gesto della vita, a essere sincera non mi pareva di avere un carico sulle spalle! Però.. devono essere state tante le cose che avevo infilato nel sacco se quando Qualcuno me l’ha sfilato ho provato un senso enorme di sollievo. Una leggerezza da sentirmi libellula e una beatitudine che mi trasportava oltre le pareti, fin in cima a una cascata d’acqua cristallina che depurava d’ogni scoria umana!

Perplessa dalla sensazione mi alieno dall’ insieme della folla.

Mille domande si affollano nell’intimo pensiero.

Non so darmi una logica.

Attonito lo sguardo fugge lontano. In silenzio guardo, non prego, o forse si. So che guardo, guardo e mi alleggerisco, guardo e mi libero. Una luce radiosa penetra dalla vetrata m’invade d’un ardore come da lunghissimo tempo non provavo.

Ohohoh.. Sono libera, libera, libera.

Libera da che? Non lo so ancora!

Strano.

Mentalmente ripeto un ritornello: i pesi si sono alzati, qualcuno li ha sollevati, finito il passato, si apre il futuro. Aria di Cristo ho respirato, pace e gioia mi ha toccato. Aria di misericordia fraterna mi ha circondato, il cammino è avviato, dove condurrà non ho da saperlo, oggi basta crederlo. Confido, spero, credo e spero che …che il tempo poi… non sia spietato con me! Guardo ..non prego..o forse si…

Una mano mi scuote. Una voce mi chiama. Passi mi tronano ma non mi distacco. Arriva don Carlo, perentorio mi intima di uscire e riaggregarmi al gruppo. Controvoglia mi alzo e lo seguo. Una luce accecante mi onublia la vista. A orecchio seguo il gruppo. Ripercorro il viale di pini e cipressi fino alla radura. Come un automa salgo sul pulmino che riporta a valle. A poco a poco riacquisto cognizione visiva. Rioltrepasso la porta del vento, un radioso chiarore m’invade d’un ardore come da lunghissimo tempo non provavo. In un attimo mi par chiaro il perché da un po’ camminavo con passo angoscioso, da un po, come impedito da una pigrizia cronica, insolita per me,il sorriso spento e atrofico non affiorava più sulle mie labbra. Ballenzolando su quei tornanti scoscesi guardo lo spettacolo naturale di quella terra che mi sfila fuggevole come il vento con predisposizione nuova, come a carpire una comunicazione, un linguaggio,un espressione da portarmi in aggiunta al momento vissuto e mi si apre un oltre di sensazioni extra luogo che non so descrivere. 

Non so, cosa sia avvenuto sul Monte, luogo di silenzio, ascolto, preghiera e contemplazione. Luogo spirituale, meta di continuo pellegrinaggio. So che tornata mi ha schiodato il c.. dal divano. La paura di affrontare il monte è scomparsa. Anzi, se si presenta mi par un pendio su cui inoltrarsi è camminare tra rose e fiori, tanto  piacevole da arrivare in cima senza fiatone e con una sensazione di vittoria, di completezza intima ineguagliabile da farmi gustare la vista panoramica che mi si presenta comunque sia.

Effetto montagna trasfigurazione? Boh, Mistero!

Buona domenica a tutti e… se vi capita o decidete di passarla inerpicandovi su un monte osservate bene il panorama per cogliere l’ oltre campo visivo. E’ meraviglioso!

bydif

la porta del v

.. Ci son tornata per scoprirlo. Solitaria il Monte mi ha accolto. In silenzio ho meditato. Forse l’importanza del luogo mi ha mutato ma  forse no..Forse ho pregato ma anche no…forse ho ringraziato ma anche no…ma di certo ora  so…Nel mondo sei invitata a essere il riflesso di ciò che vivi sul monte..Perchè? Se ben ascolti e guardi  Lui sul Tabor c’è.  Eccome se c’è!