le 5 impareggiabili utili “amiche”

le 5Con la stagione umida, nebbiosa e fredda, le giornate sempre più corte e bigie si ha meno spinta a uscire all’aria aperta e di più a restarsene al caldo in casa. Uffici, luoghi di ritrovo e abitazioni si arieggiano meno e in conseguenza si è più esposti a rischi di respirare le sostanze volatili inquinanti, prodotte da vernici, mobili, PC, fotocopiatrici, stampanti, abiti lavati a secco ecc…. Sostanze organiche, come hanno appurato alcuni ricercatori, che esalate, nel breve o lungo termine, hanno tutte effetti nocivi alla salute per cui sarebbe basilare “ripulire” l’aria. Come? Beh…con le “magnifiche” 5 amiche! E si, basta mettersele in casa, o in qualsiasi ambiente chiuso per disinquinare l’aria che si respira! Per inciso, 5 non è un cifra casuale. Perché? Perché è l’unico numero dinamico che attiva energiche vibrazioni rotatorie! Chi sono le 5 amiche indispensabili, se non a eliminare del tutto, almeno idonee ad abbassare del 80% i livelli di concentrazione delle sostanze nocive in ambienti chiusi, appartamenti, uffici…? Dopo attenti studi e verifiche secondo i ricercatori l’Aechmea, il Falangio, la Dracena, la Vriesia e la Guzmania son le 5 magnifiche piante più efficaci e attive nel rimuovere nei locali chiusi gran parte delle sostanze dannose! Quindi 5 piante bellissime e comuni da porre dove si vive, studia, lavora poiché funzionali a depurare l’aria. Sempre in base a quanto appurato attraverso studi ad hoc da Vadoud Niri della State University di New York e presentato in un meeting dell’American Chemical Society ad esempio, le bromeliacee sono molto efficaci nel ridurre quasi del tutto 6 degli otto composti volatili -Voc- potenzialmente tossici e deleteri – ma la Dracena è in assoluto la migliore nell’assorbire e rimuovere al 95% l’acetone presente negli ambienti nel mentre il Falangio è campionissimo di velocità, infatti appena introdotto in una stanza ne abbassa i livelli inquinanti.
Allora vediamo chi e come sono singolarmente le 5 inseparabili “amiche” di casa benefiche al comfort salubre:

bromeliacee aecmeaL’aechmea , il cui nome deriva dal greco -punta- ma originaria dell’Amazzonia, fa parte delle bromellacee. Ha foglie verdi intenso percorse da evidenti striature trasversali argentee disposte a formare una rosetta imbutiforme. Nel periodo della fioritura al centro compare un fusto con infiorescenza a pannocchia con brattee rosa, arancione-salmone, rosso- gialli che persiste per vasi mesi. Facile da coltivare va tenuta lontana da fonti di calore e da correnti d’aria. Oltre che ottima per contribuire a risanare l’aria della casa da sostanze tossiche è molto decorativa e nel linguaggio dei fiori simboleggia l’orgoglio e la tenacia nell’affrontare i problemi della vita per cui è anche valida amica per rallegrare l’occhio e infondere un che mentale di combattivo.

falangioIl falangio, chlorophytum comosum, è una pianta sempreverde originaria dell’Asia meridionale e del Sudafrica. Appartenente alla famiglia delle Liliacee ha lunghe foglie lanceolate verdi, talvolta variegate di bianco, disposte a forma di rosetta da cui nel periodo della fioritura sporgono fusti con gruppi di piccoli fiorellini bianchi. Ama i luoghi luminosi, anche parzialmente soleggiati, non richiede cure particolari va solo protetta da marciume alle radici, da correnti d’aria e da temperature sotto i 10°.Il falangio si coltiva facilmente anche in idrocoltura ed è eccellente in casa per ridurre le nano particelle inquinanti. Nel linguaggio dei fiori, data la sua caratteristicadi emettere in continuazione nuovi germogli vitali, simboleggia la giovinezza permanente, il che mi pare un ottimo presupposto per mantenersi in piacevole fresca bellezza.

dracena

La Dracena o dracaena, dal greco drakaina, è una pianta sempreverde da appartamento molto apprezzata per la sua eleganza ornamentale e le caratteristiche di adattabilità all’ambiente domestico o chiuso. Originaria dei paesi caldo-umidi dell’Asia e dell’ Africa, alcune varietà addirittura delle Canarie, ha foglie nastriformi verde scuro o in differenti variegature, a volte tra le lunghe foglie distribuite lungo i fusti in ciuffi sbocciano piccoli fiorellini bianchi assai profumati. Molto gradevole e raffinata è semplice da coltivare, tuttavia per favorire crescita e durata va posta in angoli ben illuminati, tenuta lontana da raggi diretti del sole, correnti d’aria e innaffiata quando la terra risulta asciutta. Ma a parte l’amenità estetica la Dracena è una pianta utilissima in ogni ambiente in quanto ha molteplici virtù: produce ossigeno, rimuove acetone, benzene prodotto da combustione, controlla l’umidità degli ambienti, purifica l’aria, il che non mi sembra poco per farne una fedele amica. Oltre a ciò da una delle sue specie, la dracaena draco, ovvero femmina di drago, da millenni si estrae una resina usata come colorante per ottenere una tonalità di rosso intenso, più conosciuta come rosso sangue di drago. Nel linguaggio dei fiori la dracena è simbolo di augurio, di felicità, e durevole amicizia.  Quindi bella e benaugurante per un regalo.

vriesea

La Vriesea, originaria dell’america centro meridionale, è una pianta perenne dalle foglie carnose, lunghe e coriacee, generalmente lucide con striature trasversali più scure e margini lisci che formano delle rosette con coppe centrali dalle quali emergono infiorescenze a forma di spighe piatte di colore intenso, giallo o rosso rubino. È una bella pianta ornamentale appartenente al genere bromeliacee che ama gli ambienti caldo umidi, i luoghi luminosi riparati dai raggi solari diretti, le innaffiature regolari ma piuttosto scarse. Efficace nel ridurre l’elettrosmog, l’umidità e aumentare l’ossigenazione ambientale. Nel linguaggio dei fiori la Vriesea, simboleggia la forza dell’amore. Quella forza magica dell’amore che può nascere e sopravvivere solo per misterioso atto d’amore della natura. Difatto, come tutte le piante epidite, ovvero che vegeta senza il bisogno del suolo, cresce in condizioni estreme tipo in una corteccia, un ramo o in cima a un fusto d’albero tanto da sembrar che voglia sfidare le leggi naturali.

bromelia guzmanie

La Guzmania è una pianta di origine tropicale ideale per dare colore all’interno di ambienti familiari e uffici. Appartiene ad un genere di piante erbacee, perenni, sempreverdi, generalmente epifite. Ha la caratteristica di avere foglie lineari, che formano una rosetta al cui centro una cavità detta vaso, in cui si accumula e viene trattenuta l’acqua. La sua particolarità è legata al graduale colore che assumono le foglie e non alla fioritura. Il fiore, racchiuso all’interno del fogliame dal colore intenso e che mantiene la sua bellezza a lungo da rendere la Guzmania insolita e ammaliante, infatti dura soltanto pochi giorni. Tuttavia solitamente Il fiore di questa pianta, avvolto nelle brattee, tende ad essere associato ad un’immagine di fascino, bellezza ed eleganza. Data la sua origine, predilige indubbiamente il clima umido però non richiede particolari cure e attenzioni, benché… a dirla tutta… necessita di alcune accortezze tipo una buona luminosità, una temperatura non inferiore a 15 ° e giuste innaffiature per lo più quantificate in dosi di acqua limitate a mantenere il terreno umido. La guzmania, il cui nome deriva da un omaggio ad Anastasio Guzman, un naturalista spagnolo del 1700, oltre ad essere bella da vedere, poiché è in grado di depurare l’aria, è una pianta utilissima per la salute. Nel linguaggio dei fiori, simboleggia la gratitudine, il carisma, la legittimazione onorata. Quindi , omaggiare una persona con questa pianta significa affermare che è affascinante, incantevole o si è onorati di conoscerla. Seppure poco longeva è pianta alquanto resistente quindi adatta per abbellire ambienti o studi professionali, donare e direi perfetta a soggetti stravaganti, che amano rischiare.

le5 amiche

In conclusione, 5  piante amiche, belle e utili da tenere in casa o in ufficio, in primis per depurare l’aria da elementi inquinanti dannosi al benessere fisico, di seguito per gratificare sensi estetici  e olfattivi e…perchè no anche per  assorbire le qualità misteriose implicite nella loro singolare simbologia.

Buon fine settimana di luce e colore!
bydif

 

Ottobre pitturaio

ottobre

Ottobre pitturaio ha un se di magico, di mistero catartico trainante che convoca i sensi al fruire uno spettacolo trascendente. Con la sua tavolozza intensa e vibrante di rossi, gialli, aranci, elabora infinite sfaccettature cromatiche che cambiano completamente l’impressione visiva al solito scenario. Mediante le sue pennellate campisce, borda, macchia, punteggia, delinea, accentua, sfuma. Apporta un tocco d’irresistibile attrazione ottica che pressa ad ammirare, a soffermarsi , a scoprire, forme, particolari, biodiversità, gradazioni, atmosfere, angolature di bagliori e penombre insolite. Trasporta occhio e animo in atmosfere affascinanti, dai respiri sinuosi, eccitanti e fantasmagorici, crea armonie concertistiche di toni e semitoni illimitati con brandelli concettuali imperiosi; focalizza immagini spaziali piane e poliedriche esaltanti; pigmenta intrecci di luce briosi e al contempo evanescenti nella dialettica interlocutoria della realtà contestuale. E’ il mese che costringe a incontrare a 360° la natura, a riflettere sullo specifico del suo insieme, a distinguere le sue meraviglie, a percepire le innumerevoli molteplicità, a relazionare con ogni singolarità e con l’oltre osservabile, soprattutto induce a riscontrare la potenza sopraffina del creato.

Non v’è che dire, Ottobre  è l’artista pitturaio che accende di bellezza ogni angolo. Con i rosa tinge le albe , con l’arancio fantastica il giorno, coi rossi e gialli riempe boschi e valli, con l’ocra e il porpora spennella i rami dei maestosi alberi. Di verdi intensi lacca le siepi ginepraie, coi violacei contorna il groviglio dell’ esule fogliame. Coi bruni acciglia le campagne, con l’azzurro profila gli orizzonti sinuosi, coi lapislazzuli ombreggia le chiome dei faggi. Con il porpora macchia l’oscura selva, con l’amaranto ghirigora i crepuscoli. Infaticabile decoratore con ariosi toni compone celestiali melodie visive, con sinfonie cromatiche espande l’humus nelle fantasie e accorpa i neri nelle solitarie vie. Ovunque pennella lascia l’impronta del suo estro comunicativo bizzarro e a volte anche un tantino ambiguo.

Se marzo è il leggiadro messaggero della rifioritura che frizza e risveglia la vitalità con policromie dai toni freschi e morbidi e al contempo carichi di premesse prepotenti. Ottobre il cui nome deriva dal latino October, -ottavo mese del calendario romano che iniziava con Marzo, decimo in quello attuale gregoriano, – è un mese che ha una radiazione di luce positiva che non passa inosservato. E’ l’inequivocabile mese ambasciatore della cognizione consapevole della dinamicità transitoria che declina la ricchezza nell’animo mite e al contempo eleva l’ardore intuitivo ad aprirsi al variegar degli elementi profani. Nel suo finir poi, concentra la sua policromia sui blu, violetti e indaco da emanar un effluvio di radiazioni da congiungere spirito e materia a una stagione di taciturna meditazione.

In conclusione, non so il perché ma da sempre in Ottobre pitturaio trovo quel qualcosa di profondo e stimolante per sensi e pensiero che mi energizza più della sfavillante estate. Le immagini istintive che immagazzino, guardando l’orizzonte in cui vivo, son di esuberante linguaggio espressivo che fuga la tristezza. Non so se il recepire è per affinità interiore, perché nella gamma di colori che girandola mi par di capir che anche una rugginosa foglia cadendo a terra sa che la sua storia non finisce lì.

Comunque sia ciò che mi trasmette questo mese è una magia sofisticata di sensazioni che conciliano le giornate e emotivamente trasportano il sentire riflessivo oltre l’ordinario.

 

policromie ottobrine

Certo, quel che sopra intendo dir , meglio di me lo sa significar Ada Negri:

Trasparente luce

d’ottobre, al cui tepor nulla matura

perché già tutto maturò: chiarezza

che della terra fa cosa di cielo.”

foglie g. con piuma

E guardando la luce dorata del mattino che inonda il mio giardino, auguro a tutti colorate giornate di questo finir ottobrino.

By dif

La storia non finiva lì …

…la storia non finiva lì perché come se addice “uno sposo morto se soppianta con altro vivo”!

...

Ininfatti, il secondo amor iniziò così:

Squagliatosi al solleone il connubio de sposetti, capetti de contradaioli de gialli e deverdicchi, per partenza precipitosa de consorte, addivenuto assai conosciuto per su modi poco raffinati ma assai efficaci per attirar fanselfie, stufo de troppi ni de altro sposo, suggestionati da propri cortigiani bastian contrari al coadi§ de menage passionale, eppoi, nel gaudio de annemici de connubio e de astiosi de accolorazione der palazzo apparlamentato, brutalmente inabissato dal gran maggiorduomo decasa addivenuto da fideiussore super partes a killer insolente partigiano de consorte ammollato…

1

l’ammollato nun se piagnucolò all’inabissamento der partner, prima se stette imbalsamato a sentì er linguacciamento divorzista de maggiorduomo ormai ex garante de unione e assai anelante de addivenì er boss de combriccola de su contradaioli…

2

poi, co’ occhietti anneri de tristizia se agguardò intorno pe’ avvedé chi appoteva allettà a rimpiazzallo nell’alcova e fa ammorì d’invidia il fedifrago, nun fece manco a tempo a scrutà che se avvide spuntà uno “bravo ragazzo” a falle da “ruffiano” per rimpiazzo …

3I contradaioli assaputo che lu “bravo ragazzo” je affaceva da ruffiano pe altro connubio, da nun fallo arrestà solo soletto e addovesse lascià casetta acconiugale e arriandà a chiudese ne su salottino a piagnese l’inaspettato distacco dallo suo amato accontrattato, ie scoppiarono de strabiliamento e addicerie da fa impallidì er bel paese e tutti i contradaioli asseduti ne poltroncine der palazzo apparlamentizio, solo i contradaioli rossi che s’oddiavan tanto il fan-successo de sposo dismesso da avvegliene scaglià tante ma tante de malignità, se misero con puoca decenza onorevolizia a esultà …

4

apperò, pe accasallo de nuovo e potè ripitturà er gran palazzo parlamentizio e accede alla dimora agguvernizia, scuvato lo sposo ce avvoleva lu consenso der Supremo, accussì se riannò ar Su gran palazzo abbandierato addiglielo alchè…alchè se riattrovò a addovè risuolve er dilemma cromatizio…

5

er Supremo prestò orecchio alla aspirazione de connubio ma da assennato, prima de addì de si a un altro accoppiamento strano, e accollasse l’ire deje volghi de mutamento tinteggio e stravolge l’ aspetto ambientale urbano, pe’ apprudenza acconvocò tutti li vari apparientati da cumprende se er desiderio jera una ammira vendicativa per smogliato traditore o no annelito accuppiamento pe appassione aggenuina…

...rebus cromatico

Ascoltolli nun capì manco se i due s’eran scoppiati e quali altri due volessero coppiarsi… abbensì accapì bene bene che nissuno se avvoleva smollà da poltrona elettizia e annà a poltrì sul divanetto de casa e accussì apperentò a capetti de contrade  de tornasse tutti a chiarisse….

6queie se parlottarono, se dissero e se appregarono tutti li santi protettori de sfamamento de poltronisti e…e con grandulo assollevamento de ex maggiuordomo de estinto sposalizio che pe affasse ariannonimà de notte supplicava li santi e de giuorno se affaceva vedè estrangero addovesse riassedè na pultrona …

7

e muanco a dillo te je se ammisero d’accordo de riputturà er palazzo de giallo arrossicino da faje ribrezzo pure al minchio che ne avea accossì tanto de lor rimpalliasse ingiurie che avuto lo reddito se addorme sotto er pino e…e fa schizzà alle galassie quegli che chiedevan de obbligo riconsultà il populino e se addovevano soddisfà de stasse a presenzià al misfiatto…

8

 Lo supremo che già aveva accapì che aspiranti sposi, cortigiani e servitori de er palazzo che tanto se jeran derisi e avvituperati pur de restasse comodi a poltrì ieran pronti a vendese l’anima al diavolo, figurasse se nun se accordavan de addì de amasse tanto da volesse a tutti i costi accasà, riconsultolli altro nun ebbe da appotè addi che: “ vabbò..se ve avvolete marità e vostri parentadi ve aiutan attrovà la chincaglia che ve serve pe acchittarvi e iavete già lo “ gran maestro de servi de er palazzo de menage…nun posso addi de no …

9 1

cussì,  lo infatuato, pe’ arruffianeria de bravo ragazzo, se accomunicò a tutti li suje sponsor e a tutti quegli altri, che lo stevono assentì, co tutti gli arnesi pe appotè addivulga quelche jeva da dì, che seja innamurato e se ammaritava co l’ammollato…

9 -2

acciò, er palazzo parlamentizio se riaputturava, e…e anche se a qualcchedunno nun je stava aggigia o no’ se appotea pacificà de tanto oltraggio a lor sientimento e vista, de assalvà la poltroncina che jassicurava aje du’ invaghiti e a na masnada bighellona e bugiardina de fa ancor la bella vita, iera meglio che se accontinuassero a sgobbà e tirasse la cinghia e zittarelli,  se addovèan surbì er connubbio artificioso pe avvolesse mantenesse in vita…

10

jappoi dietto, cu tromboni, fanfare, ultrasuoni creditizi extraurbani de accompiacenti a ritinteggio pe mantenè trippa a sorci de cantine e arrifornì de salvagente i croceristi de galà, scampanielli de contrari a infamia de accoppiatizia fasulla, con gran sfoggio de gallicismi de gran chef del riuso, estasi de maneggi de rimpiazzo, lacrimotti de languidi de apprimo innamuoramento, se accelebrò l’inconsulto connubio…

11

acchè, lu giovinotto appromotore de idea de rottura ammourosa, adije sue, appiù addovuta a screditizia ripicca de fidejussore stizzato pe avvedesse traballà le su essibizioni da assuper professuore de menage der palazzo, che da avviero addesiderio de core de accoppiato, nu partecipò ar galà, dejo ammor spuntato pe’ ammore assuo ito, se annò a studià…

12

accelebrata l’unione de rappezzo a ammore affulminato da saetta de tempesta canicolare, i nuovi ridipintori e er massaio, de comando de tutta asservitù, de galoppo se acconciarono ner palazzo strombazzando a li contradaioli estrangeri aio accomodo de pecunia de esse i migliori capiscioni de truogoli nunziali, accusì bravi da appotè far strabilie daffà esultà le panse de du accasati, der prode giovanotto de ruffianeria e deje ippocriti magna ufo che daje poltruoncine jie strizzavan gli occhietti de sollievo…

13

assoprattutto co a loro super laccatura farlocchia der palazzo sponsale te affacean ammorì de tormento li grulli contradaioli apprimi pitturandi de nozze squagliate dar solleone per avvernice difettuosa e dajo assurriscaldiamento de aggiovine capoccia

14

mianco a dillo, er primario felicetto de unione strampalata, pe’ no addì reietta a sani intelletti, iera er massaio manutengolo der maneggio de asserviti ar palazzo de new cromatizio acconiugamento, ex borghesuccio perbenino, ex fideiussore de nozze e appituramento der palazzo acconiugale, ex maggiuordomo de menage sposetti e alloro cortigiani, ex super parties de contradaioli giuallisverdi, ex avvucato de tutto er populo estrangero a andazzo der palazzo, che appalestrato de muscuoli parlantizii se assentiva er sommo pio doctor de new story…

15

ma l’appiù aggiulivo de matrimonio jera lo giovine de ruffianeira, che affà accoppià l’ammollato, co no contradaiolo uno pochetto restio ma accovvinto da artri de su apparentado rifornimento rossicino, javeva realizzato il su sogno acrobatico de capetto de no manipolo de accoliti…

16

ininvece ar beffato da ammor arruffianato, pe ammantenè affarucci, apprivilegi e avvestisse da arristocrattici ummanitari addifensori de trippe puopolari, no’ altro je restò che sloggià dar palazzo e assedesse co’ su contradaioli suje strapuntini de piccionaia agguardà amorasse li du acconiugati e aggongolà de boria er bismaggiorduomo pe avello gabbato…

17

ma…ma accome se addice…nu’je tutt’oro quelche ar sol arluce…

18

ininfatti…nu passiò mianco na mesata da mariage arruffiano pe accompassione de animella spaessata che se avvede la star de arruffianamento accambià avvestimento miesso pe alloccà i contradaioli e affasse li fattacci sue, rimiettese li su veri panni…

19

apperò arripaludato co su pannetti je se cade la maschera de filantropo de riapitturamento der palazzo sponsale e attutti je se fa chiaro lu ambiguo suo, de no esse no nobil altruista. de cori attraditi…

20

tantoleje che pe fa accapì acchì ancor acchi nu avesse accapì la su strategì, assubito te accomincia addì cosette da aggità le acque de sposetti e lu capo massaio der palazzo da sembraje che avvolesse assubito falli annegà…

21

eppoje pe ancoppiù stralunaie e accoronà la su voja sproppuositata de star de magic successo e aggiocasse le su carte se arriaccambia avveste…

22

riappaludato daje maghetto illussionista de appolitica cheje te se affantasma su le piazzette de a ttivì te addì de avvolesse scongregà da li contradaioli rossicini truoppo mortaccini peje li su gusti e fundà na congrega de evvivi senza apperò addì de mirà a depredà le arriserve de’ altri …

23

e acchì…acchì accomincia na storia de smaneggi e de smanovre  e affà addì che te  cumpromette lu menage elli acconiugati de new ammor appoco se appotràn aggoder de astarà addormì ne accomoda alcova…

24

lu capo massaro der palazzo, sibbiene “elevato” a illuminato de cieli stellati e  deje arristoccrazie mantelluate de continiente estrangere a lu su poppolo, pe arrestà accapo der palazzo de menage se addeve assaje zampettà…

25

lu sloggiato da alcova, ininvece co tutto lo gazzabuglio se appò arricomincià a dasse daffà a ammoreggià pe arricconniugasse…

26

apperchè, come addice lu savio  “nea pollitica quillo che je se vede nun è ammai quillo che se frescura, je quillo che se arrivede e se attorna a ventura…

27

er populo? Er populo saaggià che l’ammur ven e sva  accussì la storia se accontinua ”

bivi

si tratterà di aspettare…poco…

bydif

Ridere fa bene alla salute!

Amor che va…amor che viene…

Il primo iniziò così:

Al bel paesello ci fu un adunata per stabilì di qual colore si dovesse rivestì er palazzo de combriccola parlamentizia sennonché, alla conta votaiola, venne fori un dilemma cromatizio…

1

Il Sapiente capo del paese per scioglie il dilemma de come potè accolorà  er palazzo senza addovè scontentà assentì i capetti de vari contradaioli…niuno se voleva rinuncià al su tinteggio e ci fu un gran pour parler a vuoto finché, finchè in un giorno di tarda primavera, a 2 scaltri giovinotti, caporioni contradaioli dei giallini e verdini, venne un ideuzza audace …

2

Confidarono l’ideuzza al “Supremo”  sapiente capo de’ tutto il bel paese acche Glie apparve una ideuzza ardita ardita ma nun mostrò de scandalizzà se i due, tanto diversi pe’ stile e opinione, se volevan accasà e se addoeva appitturà er palazzo co’ lor colori bensì …3

…bensì pe’ sta convinto de affidaGlie la “casetta” apparlamentata de matrimonio co’ dispensa e tutti i “servitori”e fa tinteggià er palazzo bicolore se addovevano attrovà uno ” fideiussore” de connubio ..accussì i due “infatuati” pensa pensa scovarono un pallido perbenino…

4

lo presentollo al “Supremo” che  interrogatolo, pe’ accapì se era convinto e adattino a gestì a “casetta” e mantenè armonia tra i due innamoratini, er pallido, con timido garbo, glie se qualificò “avvocato de popolo” utilizzabile a fa’ avallante de “sposalizio” da risultaLLe conforme…

5

Dopoaddicchè, nell’ incredulità de’ propri contradaioli e de quelli annemici s’annunciò ar popolaio, in attesa de sapè de qual color se appitturava er palazzo, il matrimonio dei due “spavaldi” giovani tanto infervorati l’un dell’altro da fregassene de’ vespaio che suollazzavano…

6

Partiron gli inviti agli amici cari, quelli nun se fecero pregà a far brigata e partecipà con fanfara a le “nozze” officiate dal Supremo e “canonizzate” da perbenino “fideiussore” accreditatosi avvocatuccio de tutto er populino…

7

Convolati, i due sposetti asseguitati da parenti stretti e da pallido perbenino garante de lor “matrimonio” felici se istallarono nella “casetta apparlamentata ”de fresco riappiturata de giallo e de verde da fa sbatte le orbite tanto nun se appotea avvedè e pe’ togliese ie assilli e cincischie se affidarono le “chiavi” de dispensa de menage al perbenino.
f

e pe’ fa rosicà certuni invidiosi i due attalamati se facean avvedè che s’amavan e s’amavan e eterno connubio se giuravan.. .
11

e..E per non annoiasse ogni tanto se sfidavano da addivenì assai popolari e coinvolge sempre più fan a partecipà con euforia a loro schermaglie acconiugali che apperò se concludevano sempre a pareggio in modo che niuno de’ du’ potesse addì d’esse er vincitore da sfrigellà la sensibilità dell’altro a portà rancore…

9

Intanto che i due se giocavano a rimpallasse de sfide e de amor il “ fideiussore acconventicola “ elevato a “maggiordomo capo super partes ” de nido passionale ne le or de riposo  se svagava  a palestrà  er fisichello e allenasse a mutà a bisogna de menage  er cereo faccino… 

10 fisicato

I delusi del connubio, mentre i due se facevano sempre più avvedé de esse tanto tanto in sintonia de contegno e de ragionamento accoppiatizio, senza alcun ritegno insultavano e schernivano, e pe fa’ allitigà la “coppietta” se presero de mira uno de due da accanisse addiie de tutto e pure a insinuà de viaggià de straforo su…

11

Ignari i due sposetti sempre più sommersi da fan de lor giochetti concorrenziali continuavano ad amasse e pe’ animà le tifoserie ogni tanto se rimbeccavano  ..

13

Nel rimbecca rimbecca un acconiugato dava l’impressione de esse piuttosto abile da attirasse più ammiratori e suscità in alcuni fan dell’altro qualche malumore ma l’amor era florido e in alcun modo il popolar divario turbava la relazione….

di m sal

Poi..poi un giorno chissà come chissà perché a uno dei due sposetti accontrattati con garante super gli venne un…

13

L’altro lo guardò stralunato come se avesse masticato na foglia de cannabis e lo rassicurò che il su sospetto era insussistente nondimeno il dubbio rosicò rosicò e se trsformò in …
14

Attuttavia il menage continuò e s’arrivò a un giorno in cui i vincolati se trovarono a biforcà..
17

però senza assapè che il fideiussore elevato a Maggiordomo de menage sponsale se stava a meditasse in omertà …

18 frodè

Appresso al biforcamento lo sposetto sospettoso s’ agitò, in solitudine se questionò e se determinò de ammollà l’altro e attornà single…

16

 Il su concludere trapelò nel parentado e emerse su social parlottai… scompigliò l’ agorà e costrinse il “monarca” a parlà con gran felicità de un bullo che abiurato da contradaioli e notabili de piazze aspirava tanto tanto a tornà in auge…

17

Il capo maggiordomo super partes e i parenti allividiti da su decisione de smaritasse se cospirarono de fa na mossa pe’ affossallo all’opinione convittrice e rivoltà i fan sostenitori a giralle l’esaltazione in derisione…

18 (2)

Poi il pigionale super partes auto-attolettato da gran “maestro de palazzo” se andò a specificà a tutto il parentado che i due accasati se stavan a tornà single…

22

.da uomo intemerato de alto profilo fideiussorio nun stava a rimorchio de amore esaurito …

23

e pe avvalorà su tesi de esse ormai blasonato pedagogo de manovre de corte appaltatrice de cori… imputò tutto il “peccato” a un solo ammogliato e con poco onore de rango nobile scaricò una botte de contumelie sull’esplicito aspirante single…

24

Realizzato il su approgettato, de “ammazzà” aspirante scapolo co’ na gragnola de offese attirà simpatie de contradaioli nostrani che nun avevan mai smaltito la frustrazione del connubio e de astuzia quelle extra-bandiera, il fideiussore col petto in fuori, fiero de avé screditato il ”nefando” snamorato e avé attirato i pronti a usurpallo e quelli risoluti a segregarlo con ignominia, annò dal supremo a riconsegnà le chiavi de ormai cassato nido idillico…

25

così… siccome spesso l’apparenza abbindola e la realtà nun è ugual al sogno…

images (6)

l’unione dei due accontrattati con tanto entusiasmo accasati nello stupore canicolare l’ira de quegli che avvedevan vacillà la confortevole sediarina, il panico de quelli che con il “divorzio” glie chiudeva la bottega de approvvigionamenti e anche il gran fremito de gioia de quegli altri che invece se adocchiavan de riaprì la disputa de tinteggio de gran palazzo parlamentizio e de appotè cambià appituramento più de loro gradimento, l’unione s’ammorì…

fine amor

…ma la storia non finisce qui …

bydif

.

Pentecoste: la discesa dello Spirito Santo

Immagine 1

“Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi“. Atti degli Apostoli, 2.

La Pentecoste è una festa solenne che nel 50° g. dopo Pasqua celebra la discesa dello Spirito Santo su Maria e gli apostoli riuniti insieme nel Cenacolo.

Ma cos’è lo Spirito Santo? E’ la luce di verità, la guida del cammino nell’amore in Cristo.

Come disse Gesù : “Quando verrà lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà” . Gv

E’ la Terza Persona della Santissima Trinità che procede dal Padre e dal Figlio, come  un solo principio reciproco di  Amore. E’ ill maestro inviato per via di missione nel mondo.

E’ ’Amore Divino, lo Spirito Santo che scaturisce dal Cuore di Cristo.

E’ la “roccia spirituale” che come nell’ Esodo accompagna il popolo di Dio nel deserto, perché attingendone l’acqua viva possa dissetarsi lungo il cammino.

E’ l’nesauribile elargitore di doni. Secondo il profeta Isaia i più preziosi sono sette: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio. Sono  i sette doni dati con la grazia del Battesimo e  riconfermati dal sacramento della Cresima o Confermazione.

E ‘ lo Spirito consolatore, il paraclito, ospite perfetto dell’anima, : “Io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Paraclito, un altro Consolatore, che rimarrà eternamente con voi -Gv 14-
E’ il dolcissimo sollievo “Nella fatica, riposo, nella calura, riparo,nel pianto conforto. Lava ciò che è sordido,bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido,scalda ciò che è gelido”

E’ il Soffio, la forza incarnatrice di vita.

E’ la lingua di fuoco simbolo di forza e rigenerazione, Paradossalmente di morte.

E’ lo Spirito che nella creazione dell’uomo cooperò col Padre e il Figlio a infondere la vita, nella passione e morte del Figlio cooperò col Padre alla preparazione salvifica attraverso la santa Vergine Maria, e così pure nella redenzione cooperò a vivificare, sostenere e santificare le anime messianiche radunate nel Cenacolo con la madre di Cristo, Maria.

E’ lo Spirito Santo concesso a tutti i battezzati che fonda l’uguale dignità di tutti i credenti, nello stesso tempo, in quanto conferisce carismi e ministeri diversi: l’unico Spirito costruisce la Chiesa con l’apporto di una molteplicità di doni -1Corinzi, 12,13-

Duccio da boninsegnaLa Pentecoste non è un giorno di festa cristiana qualunque. E’ il giorno in cui lo Lo Spirito Santo con la sua discesa sugli Apostoli e Maria completa l’opera dell’Incarnazione di Dio. – Nella sua prima discesa, aveva compiuto nella santa Vergine l’Incarnazione del Verbo, così che il Verbo divenisse, nel suo corpo, il Dio-Uomo, per esserlo nell’eternità. A Pentecoste, seconda discesa, invece lo Spirito Santo discende per dimorare nel Suo corpo cioè la Chiesa. Chiesa, come universatilità del Risorto in cui gli Apostoli sono rivestiti di Spirito Santo e annunciano al mondo quel Verbo eterno, crocifisso e risorto che Maria ha generato nella carne. Essi proclamano, lei convalida. Loro annunciano, a lei è stato annunciato. Essi diffondono la Parola di Vita, lei ha dato vita alla Parola. lo Spirito Santo è infatti perennemente presente in essa, in quanto forza vivificante e immortale, che vive nell’uomo che lo accoglie, raduna tutti i popoli e ricompone nell’armonia la dispersione causata dal peccato e pone nella storia il segno della creazione nuova che riprende il suo dominio , in cui per puro dono divino, l’uomo ritrova l’unità in se stesso e con gli altri. –
E’ un giorno di luce divina che illumina i cuori donata a ogni uomo del mondo per renderlo migliore!

download (7)Buona festa in spirito di “fuoco” a tutti!

bydif

……

per la cronaca: Inizialmente lo scopo primitivo della festa di Pentecoste era agricolo. Una lieta festa chiamata “festa della mietitura”o “dei primi frutti”. Si celebrava il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua in ringraziamento a Dio per i frutti della terra.In altri passi era nota come “festa dello Shavuot, cioè delle Settimane poiché cadeva sette settimane dopo la Pasqua. Presso gli ebrei indicava anche l’inizio della mietitura del grano. Ma, a poco a poco , gli Ebrei le diedero un significato nuovo tant’è che la Pentecoste divenne “il giorno del dono della Legge” e alla vigilia della festa a ogni israelita era fatto obbligo di passarlo a leggere la Legge. tuttavia, la Pentecoste era una delle tre festività, dette Shalosh regalim, feste del pellegrinaggio. a Gerusalemme di tutti gli uomini. comportava l’astensione totale da qualsiasi lavoro,. un pellegrinaggio a Gerusalemme di tutti gli uomini, un’adunanza sacra ‘asereth o ‘asartha e particolari sacrifici.
La Pentecoste cristiana viene celebrata già nel periodo apostolico .Tertulliano è il primo a parlarne, come di una festa già ben definita, in onore dello Spirito Santo. Nell’iconografia descrittiva difficilmente Lo Spirito Santo è stato raffigurato sotto forma umana. Nell’Annunciazione e nel Battesimo di Gesù è presente sotto forma di colomba e nella Trasfigurazione come nube luminosa. Sebbene più volte preannunciato nei Vangeli da Gesù, è nel Nuovo Testamento che viene rivelata la personalità della divinità dello Spirito Santo.
:

Test della ciliegia: genio o minchione?

test

Secondo alcuni ricercatori per scoprire chi è genio e chi minchione basta un semplice test.

Come? Semplicissimo!

Basta avere una ciliegia e una tazzina o altro purché non trasparente.

A due persone prese a caso e disponibili alla prova si fa vedere la ciliegia. In altra stanza si mette la ciliegia sotto la tazza. Si fanno entrare e sedere uno per volta davanti alla tazzina, gli si chiede di aspettare 60 secondi prima di alzarla per scoprire cosa nasconde, prenderla e tenersela. Si cronometra il tempo dell’uno e dell’altro. Si confrontano i tempi e…e si ha il risultato del test!

È minchione il primo che ha alzato la tazzina, è genio chi ha atteso i 60 secondi, se poi li ha superati è genio poliedrico. Si potrebbe dire un altro Leonardo da Vinci!

Dunque, secondo i ricercatori, è maggiormente dotato di intelletto chi sottoposto a uno stimolo sa autogestire la volontà, resiste agli impulsi interni ed esterni del richiamo, ha controllo di sé e non cede ad allettamenti.

In concreto il test si basa sul resistere alla tentazione. Cioè è una prova in cui si chiede a un essere libero di compiere un azione sottostando a un criterio di attesa preciso che reprime la sollecitazione del desiderio.

Ovviamente la tesi avanzata dagli studiosi è stata comprovata con anni di studi e verifiche del test, prima sottoponendo vari soggetti presi a caso al test in giovane età e successivamente seguendoli nel tempo per constatarne l’ esattezza in base alle loro personali performance nella vita pratica. Nell’iter di analisi sui soggetti sottoposti alla prova e poi tenuti sotto osservazione, l’esito, a sostegno o meno dei ricercatori, arguito è stato : sempre brillanti e sopra la media le prestazioni e i risultati ottenuti in ogni campo dai soggetti testati e identificati come “genio”; sempre frustranti, scarsi o appena passabili quelli certificati dal test come “minchioni”.

Ho provato il test con amici di cui conosco le personali doti o i successi e insuccessi nella vita. Con sorpresa ho constatato che è piuttosto affidabile.

Poi ho voluto sperimentarlo su certi politici. Ovviamente non con la ciliegia sotto la tazzina, ma attraverso la capacità di resistere 60 secondi a controbattere a un pungolo di un avversario o di un qualsiasi interpellante. Beh la quota di geni è risultata pressoché scarsa, quella dei minchioni altissima. Comunque per constatarlo basta seguire la velocità di reazione in una qualsiasi performance pubblica, sovrapporla l’un l’altra e…e rendersi conto che la velocità è talmente alta da non comprendere un tubo di quel che dicono e….e non aver dubbi!
test uvettaBuon weekhend!

bydif

Giallino e Verdino. Favoletta dal mondo di origine antica adattabile a ogni tempo

calabrone e serpente.

 Il calabrone Verdino e il serpentello Giallino:

Un giorno, un serpentello del quartiere onestino di nome Giallino, nomato saputo furbino, convinto d’esser er meglio che se potesse ammirà nel quartiere e col su fascino irresistibile de potè conquistà chiunque gli andasse a genialità, mentre si scrogiolava al sole avvistò un bel calabrone che in compagnia di amici frullettava pimpante e determinato da attirar l’attenzione de più spregiudicati concittadini. Ueh pensò Giallio: potrei farmelo amico. Col su ronzio potrei attirar più considerazione e simpatie e con il mio fascino irresistibile riuscì a fammè consacrà er serpente più audace che ce sia in tutto il paese. Giallino se stette un attimo a interrogà su l’ideuzza. La trovò geniale, anzi sorprendente per spiazzà i chiacchieroni e togliese lo sfizio de fa sgomitolà l’ invidiosi nei scantinati. Concluse che un insetto che ronzava ronzava niente accalappiava per cu era l’ amico ideale pe’ aumentà la su fama e fasse un cerchio de fan. Così si stese in tutta la su lunghezza da potè falle intuì che ce potesse guadagnà in prestigio e chiese al calabrone di diventà amici. Il calabrone sorpreso dalla richiesta, lo guardò perplesso e non rispose con prontezza. Continuò a ronzare nel quartiere come a vole glie dì ma che te salta in lingua. Un amicizia così non s’è mai vista. Intanto però scrutava il quartiere per fasse un idea se la richiesta era un tranello o un segno de intento fraterno. Non gli parve ravvisà nel quartiere onestino movimenti strani da fallo dubità che fosse un imbroglio e ritenne che l’interesse de fa comunella era inusuale ma sincero. Tuttavia glie parve sensato non agì d’impulso e consultà l’altri calabroni amici , se faceva bene a diventà amico del serpente Giallino del quartiere onestino. Sei pazzo amico gli risposero. Quello di sicuro ha una trama, minimo de sfruttà la tu bellezza ronzàrina per attirà l’ammirazione de sui compagnucci e conquistasse più potere nel su quartiere. Eppoi sentenziò il più saggio del villaggio, l’amicizia tra un calabrone e un serpente sa di strano, forse è meglio rifiutare e stargli lontano. Il calabrone che de nome faceva Verdino ma tutti lo chiamavano scalpitino per il su modo de ronzà e ronzà senza mai stancasse, ascoltò, pensò e ripensò ma stuzzicato e lusingato dalla richiesta si convinse che era ingiusto aver pregiudizi. Ronzò sul capetto de Giallino e glie disse: L’idea di stringere un patto d’amicizia mi piace assai. Però t’avverto e ricordati bene, caro serpente che io sono un soggetto corretto che ha un cuore solo, non due o tre come cert’altri. Quando parlo, dico ciò che ho dentro, non dico mai una cosa diversa da quella che penso, e non cambio mai ciò che ho detto. Tu mi capisci vero? Certo che si! Anch’io ho un solo un cuore e una sola parola, s’ affrettò a rispondere il serpente Giallino. Anzi, ti dirò di più, l’onestà di parola è la mia bandiera, la lealtà la mia integerrima stella, la correttezza etica la mia appaiata di vita e senza alcuna incertezza, se vuoi lo scrivo e sottoscrivo davanti a gufo notarino del villaggio vicino. Il calabrone, colpito da tanta sicurezza nell’affermare che aveva un solo cuore e dichiarava principi di tale qualità morale e civile d’esser pronto a metter per iscritto lo guardò compiaciuto. Persuaso con tanta generosa esposizione di parola di sua indubbia intenzione da offrire una carta che Verdino poteva esibire per rassicurare scettici e contrari, con un gran sorriso disse: mi hai soddisfatto. Poiché la pensi come me ok , da oggi Giallino sarò tuo amico e tra una folla incredula e perplessa gli porse la zampetta. Il Giallino gongolò e avrebbe fatto una piroetta da strabilià ma preferì di: te ringrazio. Tu si che s’è un insetto intelligente e senza pregiudizi. Strusciò su la zampetta in segno de affiatamento. Entrambi felici, festeggiarono l’avvenimento.

Dopo aver stretto amicizia, sebbene il fattaccio, come l’appellava un pavoncino contrariato per avé perso la su ruota, aveva sollevato un clamore ridondante in mezzo pianeta animale e suscitato tanti ambigui sorrisetti da una parte e dall’altra nei quartierini di appartenenza, sembrava che niente potesse turbare quell’insolito connubio tra il serpente Giallino e il calabrone Verdino.

Mentre il tempo scorreva in letizia reciproca, e tutto filava a meraviglia con scambio di cortesie, tante pubbliche manifestazioni di stima e rispetto da fa torciglià le budella di invidia, un giorno il serpente si accorse che il su proposito di amicizia per attirà ammirazione e aumentà i fan traballava tanto che era l’amico a spopolà sui social e ovunque a fasse applaudì dai fan. Allarmato se sussurrò: quell’insetto ronzante da stordì nun po piacé . Che brogli sta a fa mi danno?. Ben determinato a raggiungere i su fini disse al calabrone: amico caro, giacché abbiamo fatto amicizia dobbiamo stare più in compagnia, dirci tutto con sincerità e da oggi condividere, con i tuoi e i miei, il nostro rapporto. Son d’accordo rispose il calabrone. Ormai sai che la mia lealtà, di comprovata nomea in chi già mi conosceva, non verrà mai meno. Bene, bene si disse fra se il serpente Giallino, è proprio quello che me aspettavo de sentì da sfruttare a mio favore e siccome coi sui ronzii me sta oscurando me pare giunto il momento de neutraulizzalo. Poi gli fece la proposta di rafforzare l’accordo agli occhi del mondo offrendo un gran banchetto a casa sua. Il calabrone, prese la proposta come un atto di onore. Strafelice di tanta considerazione, accettò l’autoinvito di Giallino e subito volò al suo villaggio a preparare un ricevimento degno dell’amico. Poiché era orgoglioso e non voleva dar adito a malelingue impegnò tutti i calabroni del villaggio a lui affezionati a darsi da fare per accoglierlo. Sotto, sotto, non tutti i calabroni erano contenti di questa amicizia e consideravano di buon auspicio banchettare in compagnia del serpente, di un quartiere di cui sapevano poco o niente ma si vociferava fosse un covo di velenosi rettili scansafatiche camuffati da censori di costumatezza. Però, per rispetto a Verdino prepararono vivande d’ogni qualità, e tanti dolci che avevan saputo essere assai graditi al palato del serpente Giallino. Quando Giallino giunse in paese tutti i calabroni accolsero l’ospite con grande strombazzi e lo accompagnarono a casa di Verdino dove fino a sera fra canti, danze, rulli di tamburi banchettarono come fossero amici per la pelle da sempre. Quando il sole tramontò e il buio avanzazava il serpente chiese al calabrone: dove dormirò amico stanotte?. Weh, amico mio, ho preparato un letto soffice soffice proprio adatto a te! Un letto? Non mi piace nessun letto, voglio dormire nel tuo ventre, fece eco Giallino! Verdino stralunò gli occhi per lo stupore, dormire nel mio pancino, mi pare un tantino impossibile, vedi ben che io da insetto, son assai più piccolino di te! Su, su. Non mi contrariar. Non è poi tanto difficile amico mio entrar nel tuo pancino. Se non vuoi…me ne torno a casa! Macchè, macchè. Ti ho detto che io ho un cuore solo. Giammai per una simil cosuccia rovinerei la nostra amicizia. Dai proviamo! Ciò detto, Verdino spalancò la bocca a più non posso e il serpente con un sorprendente guizzo strisciò nel pancino del calabrone. Arrivato fino in fondo, si arrotolò, guardò da ogni parte e vide che aveva proprio un cuore solo. Soddisfatto s’addormentò. Giunto il mattino Verdino spalancò la bocca e Giallino pimpante e ben riposato uscì fuori e disse all’amico: Hai detto la verità. Hai proprio un cuore solo! Ti ringrazio per la magnifica accoglienza e l’ospitalità, ora torno dai miei ma tu verrai da me? Il calabrone, col morale alle stelle per le parole e l’invito promise subito a Giallino di contraccambiare la visita. Il giorno stabilito si recò al villaggio dell’amico, fu accolto con grande allegria. Ricevette cibi e bevande a volontà e passò ore veramente gaudenti da scordà ogni pena de dovè ronzà dalla mattina alla sera per agguadagnasse la pagnotta. Giunta la notte, stanco e un tantino sbronzello per i cin cin di buon auspicio profusi a volontà dall’amico, domandò : Dove posso dormire questa notte? Carissimo sii serenissimo. Ho preparato una stanza con un letto caldo che riposerai come un re, rispose il serpente. Eh no!. Obiettò il calabrone. Anch’io voglio dormire nel tuo pancino come tu hai fatto con me! Uhm… Tu, con quel pungiglione là, dormire nel mio pancino? Mi pare rischioso. Potresti ferirmi e farmi morire, disse il serpente accigliato. Ma che te vai a pensà Giallino, io ferirti. Siamo o non siamo amici?. Ribatté serio Verdino. Eppoi tu sei stato nella mia pancia e mica mi hai iniettato il tuo veleno! Il serpente a tanta puntuale esposizione dell’amichetto non trovò ragione da schivare la richiesta e si rassegnò a far dormì il calabrone nel pancino. Così spalancò le fauci e il calabrone ronzando entrò. Appena Verdino ebbe passata la gola di Giallino trovò un cuore. Bene pensò, è veritiero come credevo. Ma volando più giù ne incontrò un altro. Oilà esclamò che ce sta a fa quest’altro cuore? Scendendo più giù ne incontrò un altro e poi ancora un altro. Alla fine ne contò sette. Caspita, se disse il calabrone, sette cuori me paion davvero troppi. Spero d’aver avuto le traveggole altrimenti l’amichetto m’ha buggerato. Un tantino allarmato, si rifugiò in un angolo. Quando stava per addormentarsi vide i cuori del serpente radunarsi e poi iniziare a discutere. Sentì uno dir: Come mai quell’insetto è entrato qua?. Non mi piace, tagliamolo a fettine e mangiamolo! No, disse un altro. L’ insetto al momento è nostro amico. Non è giusto fare quel che dici. Aggiunse un terzo, ancor ci fa comodo. Bisogna lasciarlo stare. Intervenne un quarto, vabbò. Per ora lasciamo che l’insetto stia qua, se la dorma tranquillo e al sorger del sole esca incolume. Se torna però… con tale sospeso tutti in coro conclusero, tanto sta nei paraggi, avremo l’occasione di iniettargli assai veleno in corpo da papparcelo indisturbati! Il calabrone che di istinto s’era scrollato la sbornietta capì molto bene i loro discorsi e rabbrividì. Meravigliato e offeso, rimuginò: dunque, dunque, il mio amico Giallino ha mentito. Ha tanti cuori e quel che è grave ognuno la pensa in modo diverso e mira a toglieme de mezzo. Oibò temo assai che questi prima o poi troveranno un appiglio e mi uccideranno. Intanto il sole sorgeva. Il serpente Giallino spalancò la bocca e il calabrone ancor scosso dalla scoperta lesto uscì. Svolacchiando furibondo guardò il serpente dritto negli occhietti e disse: Caro serpente, ho scoperto che sei un bugiardo e i tuoi pensieri cambiano come il vento. Quando tu hai dormito nel mio ventre hai trovato un cuore solo Io invece nel tuo… altro che un solo cuore ne ho trovati assai più. Molti di più e tutti infingardi. Alcuni volevano ammazzarmi. Uno decise di lasciarmi vivacchiare ma col proposito di farmi fuori se sto nei paraggi. Un altro di stecchirmi comunque spruzzando di continuo veleno. E un altro di farmi a fettine appena metto un aluccia alla tua porta. La tua amicizia è una finzione. Sono più che triste a doverlo ammettere, stanotte ho afferrato che chi ha più cuori e cerca l’amicizia ha intenzioni fraudolente. Da questo momento è finita. Un amico sincero ha un cuore solo e una sola parola. Torno dai miei. Per sempre me ne guarderò da chi vuol esser amico mio! Il serpente Giallino, fattosi nero di rabbia, tentò con veemenza di negare che aveva più cuori e cercò di addossare a Verdino la menzogna alludendo che era tanto sbronzo da aver vista e testa in confusione e che la molteplicità cuori eran una sua invenzione, un pretesto per rompere l’amicizia. Tanto disse e tanto confutò a sua onesta intenzione che richiamò tutto il vicinato. Uscì pure il suo avvocato, ma a Giallino niuno valse. Il calabrone sicurissimo della falsità d’intenzione, non cambiò opinione. Infastidito della sua manfrina onestina onestina riconfermò al Giallino che l’amicizia era una finta, ben altri scopi nascondeva e uno era quello di accopparlo.

Detto ciò, con un ronzio ultrasonico e senza salutare lo abbandonò.

Rammiricato di essersi fidato volò al suo villaggio promettendosi che mai più sarebbe cascato in simil tranello, specie se certificato. Bensì la questione non finì li. Siccome gli amici del villaggio l’avevano sconsigliato di non fidarsi d’uno tanto diverso dal suo habitat naturale Verdino fu portato davanti agli anziani. Questi si consultarono e convocarono i due litiganti in tribunale. Il calabrone raccontò di come si era fidato della parola del serpente, di come avesse scoperto con tristezza che gli aveva mentito affermando di avere un solo cuore mentre invece ne aveva tanti, tutti tra loro diversi e in combutta per liquidarlo senza tanti preamboli. Il serpente strisciando da questo a quel giurato invece giurava che era onesto, onestissimo, lui aveva un solo cuore e mai ne aveva avuto un altro che la pensava diversamente, aveva chiesto d’esser amico di Verdino in modo disinteressato, attratto solo dalla sua bellezza. Il calabrone era una astuto, falso, prepotente e svergognato, camuffava la verità dei fatti per rompere un patto d’amicizia probabilmente per farsi gli affari suoi con altri insetti. A tutti giurava che quelli si che eran tanto infidi, facili a lasciarsi corrompere con qualche promessa di regalucci mentre lui era incorruttibile e mai e poi mai i suoi cuor avevan tramato di sfruttare l’amicizia per conquistare simpatie, allargare la popolarità per dominare nel su e altrui quartiere e poi distruggere il calabrone. Ma ascoltate le due versioni il calabrone, vinse la causa e il serpente fu dichiarato un essere infido e traditore dal quale ognun con senno era bene stesse lontano. Non contento della sentenza il Giallino se la prese col su avvocato che aveva profumatamente pagato per attestà che Verdino era un bullo impostore, s’appellò a giudici e stampa, si mise a sputà veleno da sembrà un vulcano in eruzione. Ma il popolino accorso per curiosità si mise a ridere e gli strillò che di grulli imbroglioni ce ne è pieno il mondo.

Nella foga il giallino s’era tradito, più volte aveva ripetuto che “ i suoi cuor mai avevan tramato a scopo raggiunto di distruggere il calabrone ” e tutti avevan ben capito che per convincere Verdino a diventar suo amico aveva con proposito mentito.

Nel chiudere la querelle il saggio più anziano sussurrò: il final della storia era assiomatico. L’amicizia così strana solo tra gli uomini funziona! Un coleottero giovincello che gli stava vicino sentì e rimuginò: se pure mio nonno ogni giorno lo ripete deve esser vero.

bydif

Si sa, le favole non hanno  tempo e realtà ma a leggerle …da ovunque provengono ..son sorprendenti!

L’Ottavario e la “Divina misericordia”.

25 divina miseri

L’ “Ottavario”, un tempo, per la gente comune era la “ festa  dell’ottavo giorno dalla Resurrezione di Gesù,  per la liturgia, a rimembro dei battezzati che potevano togliersi la veste bianca indossata la domenica precedente, come uso allora giorno battesimale, era la “domenica in Albis”. Dal 30 aprile del 2000 l’Ottavario, legato indissolubilmente al carisma di Santa Faustina Kowalska e a papa San Giovanni Paolo II, è la domenica della “Divina Misericordia”. Come mai? Beh, la scelta di Giovanni Paolo II,  fatta nel giorno della canonizzazione di suor Faustina, di dedicare l’Ottavario alla Divina Misericordia non fu fatta a caso ma per ragion d’essere delegate da Gesù alla carismatica suora. Secondo i diari di Suor Faustina fu Gesù stesso a esprimere il desiderio di istituire questa festa in ragione del suo sacrificio di redenzione : “Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione. Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre”. Dagli stessi si sa che la suora fu anche la prima a celebrare la Divina Misericordia” nella prima domenica dopo Pasqua e nel santuario di Cracovia – Lagiewniki dal 1944 la partecipazione alle funzioni era tale che nel 1951 alla devozione fu accordata l’indulgenza plenaria. Per cui il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II disponendo che nel Messale Romano innanzi al titolo della II Domenica di Pasqua fosse aggiunta la dizione “o della Divina Misericordia” ha ratificato la volontà di Gesù espressa alla carismaticatuttavia prescrisse che nella liturgia Domenicale dell’ottavario si adoperassero sempre i testi che si trovano nel Messale o nel Cerimoniale delle Ore di Rito Romano. Come detto sopra, la festività della “Divina Misericordia” nasce da un desiderio di Cristo espresso per mezzo della Sua apostola: “Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia . Tale desiderio per la prima volta Gesù lo comunicò nel 1931, durante l’ apparizione. Successivamente, lo chiese ancora: “che il quadro della Misericordia sia quel giorno solennemente benedetto e pubblicamente, cioè liturgicamente, venerato; che i sacerdoti parlino alle anime di questa grande e insondabile misericordia Divina e in tal modo risveglino nei fedeli la fiducia”. Secondo i dati storici in ogni apparizione, ben 14, definendo con precisione il giorno della festa nel calendario liturgico della Chiesa, la causa e lo scopo della sua istituzione, “riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia misericordia ma anche benefici terreni, sia alle singole persone sia ad intere comunità”. Inoltre,  la venerazione della Divina Misericordia, come ha detto Gesù “in quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto“, (scarlatto sunto nel raggio rosso del dipinto su apparizione a suor Faustina) rende accessibili a tutti grazie e benefici, ben inteso se chiesti con sentimento e grande affidamento al Suo generoso mistero di redenzione. Affidamento in quella Divina Misericordia ben manifesta nella rappresentazione iconograficaChi confida nella Mia Misericordia non perirà, poiché tutti i suoi problemi sono Miei ed i nemici s’infrangeranno ai piedi del Mio sgabello”. Iconografia, eseguita in fedeltà alle visioni di suor Faustina, dove Gesù, vestito con una tunica bianca contornata da luce, su sfondo blu, ha la mano destra alzata e due raggi, avvolgenti, che escono dal cuore, uno bianco e uno rosso, rappresentanti rispettivamente l’acqua ed il sangue e, in basso, la frase “Jezu, ufam tobie” ovvero “Gesù, confido in te”. A proposito dell’immagine “Per mezzo di questa immagine concederò molte grazie alle anime, essa deve ricordare le esigenze della Mia Misericordia, poiché anche la fede più forte, non serve a nulla senza le opere” si racconta che all’artista lituano Eugenius Zkazimirowski richiese circa sei mesi di lavoro in quanto la mistica, sempre presente, era particolarmente esigente e continuamente si intrometteva con correzioni o aggiunte di dettagli, per ottenere un’immagine fedele alla visione. Dall’iconografia dell’immagine lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia è indubbio e già suor faustina lo recepì e scrisse “Ora vedo che l’opera della Redenzione è collegata con l’opera della Misericordia richiesta dal Signore” legame ulteriormente sottolineato dalla novena che Gesù chiese, nel 1935, alla santa polacca in preparazione alla celebrazione e che deve iniziare il Venerdì Santo. Come riportato nei diari, la novena consiste nella recita di una particolare forma di rosario-preghiera: la Coroncina della Divina Misericordia. Oh! che grandi grazie concederò alle anime che reciteranno questa coroncina: le viscere della Mia Misericordia s’inteneriscono per coloro che recitano la coroncina”. In breve, la disposizione data da Gesù sulla recita della coroncina  : ” dopo il segno di croce,  recita un padre, un ave e il credo nella versione del simbolo degli apostoli,  sui cinque grani maggiori del rosario recita: “Eterno Padre, io Ti offro il Corpo e il Sangue, l’Anima e la Divinità del Tuo dilettissimo Figlio e Signore Nostro, Gesù Cristo, in espiazione dei miei peccati e di quelli del mondo intero”. Sui cinquanta grani minori dì: “Per la Tua dolorosa Passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero”. Al termine  pronuncia per tre volte: “Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi e del mondo intero”.  Termina la preghiera con la seguente invocazione: “O Sangue ed Acqua che scaturisti dal Cuore di Gesù come sorgente di misericordia per noi, confido in te!”;  infine fai nuovamente il segno di croce”. Gesù nel chiedere e disporre  regole  e parole per la novena della coroncina però non ha limitato la sua generosità, specificò  avrebbe concesso particolari grazie Per la recita di questa coroncina Mi piace concedere tutto ciò che Mi chiederanno”. A chi l’avrebbe recitata davanti alla sua immagine “La mia misericordia avvolgerà in vita e specialmente nell’ora della morte le anime che reciteranno questa coroncina” 

Per concludere,  nell’ottavario o giorno della “divina misericordia” Gesù, a chi si affida ai raggi luminosi, ” bianco e rosso acqua e sangue” che fluiscono  dal  suo cuore, con convinzione,  riempie di amore : Desidero darMi alle anime e riempirle del Mio amore, ma sono poche le anime che vogliono accertare tutte le grazie che il Mio amore ha loro destinato. La Mia grazia non va perduta; se l’anima alla quale è destinata non l’accetta, la prende un’altra anima”. Sia alle singole persone sia ad intere comunità regala le grazie salvifiche, elargisce benefici terreni e protezione Divina: “ Le anime che diffondono il culto della Mia Misericordia, le proteggo per tutta la vita, come una tenera madre protegge il suo bimbo ancora lattante e nell’ora della morte non sarò per loro Giudice, ma Salvatore misericordioso”

25 suor faustina

Con un saluto speciale e come ricorda papa Francesco I:

Pietà e tenerezza è il Signore, il quale per il grande amore con il quale ci ha amati, ci ha donato con indicibile bontà il suo unico Figlio, nostro Redentore, affinché attraverso la sua morte e risurrezione aprisse al genere umano le porte della vita eterna, e affinché, accogliendo la sua misericordia dentro il suo tempio, i figli dell’adozione esaltassero la sua gloria fino ai confini della terra”

auguro buona serata a tutti!

bydif

n

#Piday

pi greco - Copia

Il “Pi Day” è il giorno dedicato al simbolo della costante utilizzata in matematica e fisica, indicata con la lettera greca π e straconosciuta da studenti e studiosi di tutto il mondo. Ma come è nata questa festa celebrativa del simbolo π espressione di formula di infiniti decimali che affascina, ossessiona e che ha fatto, fa, e farà impazzire tanti studenti e altrettanti matematici ? Beh, da una pensata del fisico americano Larry Shaw, di festeggiare il 3,14, insieme ad amici, poi fregiato come “Principe del pi greco”. 

Oggi, nei dipartimenti di matematica, varie istituzioni scientifiche e culturali, si è colta l’occasione per organizzare delle feste e il “pyday” si è celebrato in ogni parte del mondo con svariate iniziative e manifestazioni indette da amanti e studiosi di matematica, geometria, fisica, scuole, studenti, dilettanti di calcoli, comunità virtuali… con sfide, quiz , giochi con problemi matematici e simili da risolvere, gare mnemoniche, di poesie e prose, incontri con esperti, persino corse, passeggiate, video clip, e quant’altro stimola a solennizzare, e offre una succulenta occasione per ricordare l’importanza del π. Ma la prima celebrazione del “pi greco” che risale al 14 marzo 1988, fu quasi una iniziativa da picnic, un simplistic day friends all’Exploratorium di San Francisco. Infatti consistè in un semplice corteo circolare di amici, appassionati di calcoli e decimali, attorno ad uno degli edifici del celebre museo di scienza di cui il fisico Larry era tecnico curatore, con tanto di finale degustativo di torte decorate. Ovviamente la data scelta dal fisico per lanciare il tributo festaiolo-osannatorio al 3,14 non poteva essere diversa dal 14 marzo in quanto, nei paesi anglofoni, rappresenta le prime tre cifre del π. (la cifra del mese, 3, si mette avanti a quella del giorno, 14). Però, molti studiosi, matematici, amanti di numeri, calcoli e infinite deduzioni a sfondo numerologico non si accontentano di festeggiare il pi greco solo il 14 marzo, e ritengono che altre date sono altrettanto simboliche del numeretto più famoso al mondo come il 5 aprile, 3 mesi e 14 g. d’inizio anno, o il 10 novembre, 314° g dell’anno.

Tanto ci sarebbe da raccontare e da dire di utile e anche di divertente sul “re” dei numeri, mi limiterò all’essenziale.

A calcolare per primo scientificamente il valore approssimativo del pi greco è stato quel genio di Siracusa di nome Archimede, tra il 287 e il 212 a. C. Invece l’ associare per primo il simbolo π al famoso rapporto tra circonferenza e diametro si deve al matematico inglese William Jones ai primi del 1700. Mentre a renderlo popolare nel 1737 ci pensò il matematico svizzero Leonhard Euler.

A tutt’oggi il pi greco è celeberrimo protagonista sia del rapporto tra la misura della lunghezza della circonferenza e la misura della lunghezza del diametro di un cerchio, sia, e per certi versi ancor più,  di insostituibile primo attore cruciale in innumerevoli attività, in specie se di ricerca che punta a missioni spaziali.

pi greco - Copia - Copia

bydif

 

 

NEL GIORNO DELLA MEMORIA POTREI…

shoa 1 - Copia

Potrei…

Con le lacrime

strette nel pugno raccolte nei vagoni della morte

far scorrere un fiume di perle all’infinito

Con i sorrisi

ingoiati insieme ai denti rosicati dalla fame

raccattati con gli occhi nelle baracche dei lager

Potrei

eruttare da ogni vulcano per secoli melodiosi canti

Con le parole

lette sul filo spinato nei campi dello sterminio

Potrei

scrivere una enciclopedia interminabile di speranze

Con i pensieri

ancor viaggianti aspirati nelle camere a gas

formare un arcobaleno fosforescente di sogni

Con il sole

carpito negli occhi vuoti dei teschi dei bimbi

illuminare la terra all’infinito accecando l’odio razziale

Con i cuori

di uomini e donne raccolti fra le rotaie dei treni

inondare il mondo di amore

Con la rabbia

impotente di uomini e donne innocenti

abbattere tutte le barriere del pregiudizio infame e folle

Con l’orrore

provato girando nei luoghi del massacro

Potrei

formare un grattacielo altissimo di angeli umani

piantare un albero in ogni angolo del pianeta con frutti

di giustizia, diritto, umanità, libertà, rispetto

Il resto…

lo lascerei imputridire dentro di te

arida caverna disumana piena di vermi

che non hai memoria e neghi la Shoah

e.r.

2

Oggi è il giorno della Shoah, memoria dello sterminio di milioni di persone, dovuto alla follia umana racchiusa in una ideologia distorta, turpe, criminale, razzista, antireligiosa, antietnica, di una  ferocia indegna al genere umano. Nessun uomo saggio, giusto, onesto, può dimenticare. Nessuno deve dimenticare

IO NON DIMENTICO E VOI?

SONO CERTA DI NO!

*

bydif

Chi ignora la storia prima o poi è obbligato a riviverla. ..