Giallino e Verdino. Favoletta dal mondo di origine antica adattabile a ogni tempo

calabrone e serpente.

 Il calabrone Verdino e il serpentello Giallino:

Un giorno, un serpentello del quartiere onestino di nome Giallino, nomato saputo furbino, convinto d’esser er meglio che se potesse ammirà nel quartiere e col su fascino irresistibile de potè conquistà chiunque gli andasse a genialità, mentre si scrogiolava al sole avvistò un bel calabrone che in compagnia di amici frullettava pimpante e determinato da attirar l’attenzione de più spregiudicati concittadini. Ueh pensò Giallio: potrei farmelo amico. Col su ronzio potrei attirar più considerazione e simpatie e con il mio fascino irresistibile riuscì a fammè consacrà er serpente più audace che ce sia in tutto il paese. Giallino se stette un attimo a interrogà su l’ideuzza. La trovò geniale, anzi sorprendente per spiazzà i chiacchieroni e togliese lo sfizio de fa sgomitolà l’ invidiosi nei scantinati. Concluse che un insetto che ronzava ronzava niente accalappiava per cu era l’ amico ideale pe’ aumentà la su fama e fasse un cerchio de fan. Così si stese in tutta la su lunghezza da potè falle intuì che ce potesse guadagnà in prestigio e chiese al calabrone di diventà amici. Il calabrone sorpreso dalla richiesta, lo guardò perplesso e non rispose con prontezza. Continuò a ronzare nel quartiere come a vole glie dì ma che te salta in lingua. Un amicizia così non s’è mai vista. Intanto però scrutava il quartiere per fasse un idea se la richiesta era un tranello o un segno de intento fraterno. Non gli parve ravvisà nel quartiere onestino movimenti strani da fallo dubità che fosse un imbroglio e ritenne che l’interesse de fa comunella era inusuale ma sincero. Tuttavia glie parve sensato non agì d’impulso e consultà l’altri calabroni amici , se faceva bene a diventà amico del serpente Giallino del quartiere onestino. Sei pazzo amico gli risposero. Quello di sicuro ha una trama, minimo de sfruttà la tu bellezza ronzàrina per attirà l’ammirazione de sui compagnucci e conquistasse più potere nel su quartiere. Eppoi sentenziò il più saggio del villaggio, l’amicizia tra un calabrone e un serpente sa di strano, forse è meglio rifiutare e stargli lontano. Il calabrone che de nome faceva Verdino ma tutti lo chiamavano scalpitino per il su modo de ronzà e ronzà senza mai stancasse, ascoltò, pensò e ripensò ma stuzzicato e lusingato dalla richiesta si convinse che era ingiusto aver pregiudizi. Ronzò sul capetto de Giallino e glie disse: L’idea di stringere un patto d’amicizia mi piace assai. Però t’avverto e ricordati bene, caro serpente che io sono un soggetto corretto che ha un cuore solo, non due o tre come cert’altri. Quando parlo, dico ciò che ho dentro, non dico mai una cosa diversa da quella che penso, e non cambio mai ciò che ho detto. Tu mi capisci vero? Certo che si! Anch’io ho un solo un cuore e una sola parola, s’ affrettò a rispondere il serpente Giallino. Anzi, ti dirò di più, l’onestà di parola è la mia bandiera, la lealtà la mia integerrima stella, la correttezza etica la mia appaiata di vita e senza alcuna incertezza, se vuoi lo scrivo e sottoscrivo davanti a gufo notarino del villaggio vicino. Il calabrone, colpito da tanta sicurezza nell’affermare che aveva un solo cuore e dichiarava principi di tale qualità morale e civile d’esser pronto a metter per iscritto lo guardò compiaciuto. Persuaso con tanta generosa esposizione di parola di sua indubbia intenzione da offrire una carta che Verdino poteva esibire per rassicurare scettici e contrari, con un gran sorriso disse: mi hai soddisfatto. Poiché la pensi come me ok , da oggi Giallino sarò tuo amico e tra una folla incredula e perplessa gli porse la zampetta. Il Giallino gongolò e avrebbe fatto una piroetta da strabilià ma preferì di: te ringrazio. Tu si che s’è un insetto intelligente e senza pregiudizi. Strusciò su la zampetta in segno de affiatamento. Entrambi felici, festeggiarono l’avvenimento.

Dopo aver stretto amicizia, sebbene il fattaccio, come l’appellava un pavoncino contrariato per avé perso la su ruota, aveva sollevato un clamore ridondante in mezzo pianeta animale e suscitato tanti ambigui sorrisetti da una parte e dall’altra nei quartierini di appartenenza, sembrava che niente potesse turbare quell’insolito connubio tra il serpente Giallino e il calabrone Verdino.

Mentre il tempo scorreva in letizia reciproca, e tutto filava a meraviglia con scambio di cortesie, tante pubbliche manifestazioni di stima e rispetto da fa torciglià le budella di invidia, un giorno il serpente si accorse che il su proposito di amicizia per attirà ammirazione e aumentà i fan traballava tanto che era l’amico a spopolà sui social e ovunque a fasse applaudì dai fan. Allarmato se sussurrò: quell’insetto ronzante da stordì nun po piacé . Che brogli sta a fa mi danno?. Ben determinato a raggiungere i su fini disse al calabrone: amico caro, giacché abbiamo fatto amicizia dobbiamo stare più in compagnia, dirci tutto con sincerità e da oggi condividere, con i tuoi e i miei, il nostro rapporto. Son d’accordo rispose il calabrone. Ormai sai che la mia lealtà, di comprovata nomea in chi già mi conosceva, non verrà mai meno. Bene, bene si disse fra se il serpente Giallino, è proprio quello che me aspettavo de sentì da sfruttare a mio favore e siccome coi sui ronzii me sta oscurando me pare giunto il momento de neutraulizzalo. Poi gli fece la proposta di rafforzare l’accordo agli occhi del mondo offrendo un gran banchetto a casa sua. Il calabrone, prese la proposta come un atto di onore. Strafelice di tanta considerazione, accettò l’autoinvito di Giallino e subito volò al suo villaggio a preparare un ricevimento degno dell’amico. Poiché era orgoglioso e non voleva dar adito a malelingue impegnò tutti i calabroni del villaggio a lui affezionati a darsi da fare per accoglierlo. Sotto, sotto, non tutti i calabroni erano contenti di questa amicizia e consideravano di buon auspicio banchettare in compagnia del serpente, di un quartiere di cui sapevano poco o niente ma si vociferava fosse un covo di velenosi rettili scansafatiche camuffati da censori di costumatezza. Però, per rispetto a Verdino prepararono vivande d’ogni qualità, e tanti dolci che avevan saputo essere assai graditi al palato del serpente Giallino. Quando Giallino giunse in paese tutti i calabroni accolsero l’ospite con grande strombazzi e lo accompagnarono a casa di Verdino dove fino a sera fra canti, danze, rulli di tamburi banchettarono come fossero amici per la pelle da sempre. Quando il sole tramontò e il buio avanzazava il serpente chiese al calabrone: dove dormirò amico stanotte?. Weh, amico mio, ho preparato un letto soffice soffice proprio adatto a te! Un letto? Non mi piace nessun letto, voglio dormire nel tuo ventre, fece eco Giallino! Verdino stralunò gli occhi per lo stupore, dormire nel mio pancino, mi pare un tantino impossibile, vedi ben che io da insetto, son assai più piccolino di te! Su, su. Non mi contrariar. Non è poi tanto difficile amico mio entrar nel tuo pancino. Se non vuoi…me ne torno a casa! Macchè, macchè. Ti ho detto che io ho un cuore solo. Giammai per una simil cosuccia rovinerei la nostra amicizia. Dai proviamo! Ciò detto, Verdino spalancò la bocca a più non posso e il serpente con un sorprendente guizzo strisciò nel pancino del calabrone. Arrivato fino in fondo, si arrotolò, guardò da ogni parte e vide che aveva proprio un cuore solo. Soddisfatto s’addormentò. Giunto il mattino Verdino spalancò la bocca e Giallino pimpante e ben riposato uscì fuori e disse all’amico: Hai detto la verità. Hai proprio un cuore solo! Ti ringrazio per la magnifica accoglienza e l’ospitalità, ora torno dai miei ma tu verrai da me? Il calabrone, col morale alle stelle per le parole e l’invito promise subito a Giallino di contraccambiare la visita. Il giorno stabilito si recò al villaggio dell’amico, fu accolto con grande allegria. Ricevette cibi e bevande a volontà e passò ore veramente gaudenti da scordà ogni pena de dovè ronzà dalla mattina alla sera per agguadagnasse la pagnotta. Giunta la notte, stanco e un tantino sbronzello per i cin cin di buon auspicio profusi a volontà dall’amico, domandò : Dove posso dormire questa notte? Carissimo sii serenissimo. Ho preparato una stanza con un letto caldo che riposerai come un re, rispose il serpente. Eh no!. Obiettò il calabrone. Anch’io voglio dormire nel tuo pancino come tu hai fatto con me! Uhm… Tu, con quel pungiglione là, dormire nel mio pancino? Mi pare rischioso. Potresti ferirmi e farmi morire, disse il serpente accigliato. Ma che te vai a pensà Giallino, io ferirti. Siamo o non siamo amici?. Ribatté serio Verdino. Eppoi tu sei stato nella mia pancia e mica mi hai iniettato il tuo veleno! Il serpente a tanta puntuale esposizione dell’amichetto non trovò ragione da schivare la richiesta e si rassegnò a far dormì il calabrone nel pancino. Così spalancò le fauci e il calabrone ronzando entrò. Appena Verdino ebbe passata la gola di Giallino trovò un cuore. Bene pensò, è veritiero come credevo. Ma volando più giù ne incontrò un altro. Oilà esclamò che ce sta a fa quest’altro cuore? Scendendo più giù ne incontrò un altro e poi ancora un altro. Alla fine ne contò sette. Caspita, se disse il calabrone, sette cuori me paion davvero troppi. Spero d’aver avuto le traveggole altrimenti l’amichetto m’ha buggerato. Un tantino allarmato, si rifugiò in un angolo. Quando stava per addormentarsi vide i cuori del serpente radunarsi e poi iniziare a discutere. Sentì uno dir: Come mai quell’insetto è entrato qua?. Non mi piace, tagliamolo a fettine e mangiamolo! No, disse un altro. L’ insetto al momento è nostro amico. Non è giusto fare quel che dici. Aggiunse un terzo, ancor ci fa comodo. Bisogna lasciarlo stare. Intervenne un quarto, vabbò. Per ora lasciamo che l’insetto stia qua, se la dorma tranquillo e al sorger del sole esca incolume. Se torna però… con tale sospeso tutti in coro conclusero, tanto sta nei paraggi, avremo l’occasione di iniettargli assai veleno in corpo da papparcelo indisturbati! Il calabrone che di istinto s’era scrollato la sbornietta capì molto bene i loro discorsi e rabbrividì. Meravigliato e offeso, rimuginò: dunque, dunque, il mio amico Giallino ha mentito. Ha tanti cuori e quel che è grave ognuno la pensa in modo diverso e mira a toglieme de mezzo. Oibò temo assai che questi prima o poi troveranno un appiglio e mi uccideranno. Intanto il sole sorgeva. Il serpente Giallino spalancò la bocca e il calabrone ancor scosso dalla scoperta lesto uscì. Svolacchiando furibondo guardò il serpente dritto negli occhietti e disse: Caro serpente, ho scoperto che sei un bugiardo e i tuoi pensieri cambiano come il vento. Quando tu hai dormito nel mio ventre hai trovato un cuore solo Io invece nel tuo… altro che un solo cuore ne ho trovati assai più. Molti di più e tutti infingardi. Alcuni volevano ammazzarmi. Uno decise di lasciarmi vivacchiare ma col proposito di farmi fuori se sto nei paraggi. Un altro di stecchirmi comunque spruzzando di continuo veleno. E un altro di farmi a fettine appena metto un aluccia alla tua porta. La tua amicizia è una finzione. Sono più che triste a doverlo ammettere, stanotte ho afferrato che chi ha più cuori e cerca l’amicizia ha intenzioni fraudolente. Da questo momento è finita. Un amico sincero ha un cuore solo e una sola parola. Torno dai miei. Per sempre me ne guarderò da chi vuol esser amico mio! Il serpente Giallino, fattosi nero di rabbia, tentò con veemenza di negare che aveva più cuori e cercò di addossare a Verdino la menzogna alludendo che era tanto sbronzo da aver vista e testa in confusione e che la molteplicità cuori eran una sua invenzione, un pretesto per rompere l’amicizia. Tanto disse e tanto confutò a sua onesta intenzione che richiamò tutto il vicinato. Uscì pure il suo avvocato, ma a Giallino niuno valse. Il calabrone sicurissimo della falsità d’intenzione, non cambiò opinione. Infastidito della sua manfrina onestina onestina riconfermò al Giallino che l’amicizia era una finta, ben altri scopi nascondeva e uno era quello di accopparlo.

Detto ciò, con un ronzio ultrasonico e senza salutare lo abbandonò.

Rammiricato di essersi fidato volò al suo villaggio promettendosi che mai più sarebbe cascato in simil tranello, specie se certificato. Bensì la questione non finì li. Siccome gli amici del villaggio l’avevano sconsigliato di non fidarsi d’uno tanto diverso dal suo habitat naturale Verdino fu portato davanti agli anziani. Questi si consultarono e convocarono i due litiganti in tribunale. Il calabrone raccontò di come si era fidato della parola del serpente, di come avesse scoperto con tristezza che gli aveva mentito affermando di avere un solo cuore mentre invece ne aveva tanti, tutti tra loro diversi e in combutta per liquidarlo senza tanti preamboli. Il serpente strisciando da questo a quel giurato invece giurava che era onesto, onestissimo, lui aveva un solo cuore e mai ne aveva avuto un altro che la pensava diversamente, aveva chiesto d’esser amico di Verdino in modo disinteressato, attratto solo dalla sua bellezza. Il calabrone era una astuto, falso, prepotente e svergognato, camuffava la verità dei fatti per rompere un patto d’amicizia probabilmente per farsi gli affari suoi con altri insetti. A tutti giurava che quelli si che eran tanto infidi, facili a lasciarsi corrompere con qualche promessa di regalucci mentre lui era incorruttibile e mai e poi mai i suoi cuor avevan tramato di sfruttare l’amicizia per conquistare simpatie, allargare la popolarità per dominare nel su e altrui quartiere e poi distruggere il calabrone. Ma ascoltate le due versioni il calabrone, vinse la causa e il serpente fu dichiarato un essere infido e traditore dal quale ognun con senno era bene stesse lontano. Non contento della sentenza il Giallino se la prese col su avvocato che aveva profumatamente pagato per attestà che Verdino era un bullo impostore, s’appellò a giudici e stampa, si mise a sputà veleno da sembrà un vulcano in eruzione. Ma il popolino accorso per curiosità si mise a ridere e gli strillò che di grulli imbroglioni ce ne è pieno il mondo.

Nella foga il giallino s’era tradito, più volte aveva ripetuto che “ i suoi cuor mai avevan tramato a scopo raggiunto di distruggere il calabrone ” e tutti avevan ben capito che per convincere Verdino a diventar suo amico aveva con proposito mentito.

Nel chiudere la querelle il saggio più anziano sussurrò: il final della storia era assiomatico. L’amicizia così strana solo tra gli uomini funziona! Un coleottero giovincello che gli stava vicino sentì e rimuginò: se pure mio nonno ogni giorno lo ripete deve esser vero.

bydif

Si sa, le favole non hanno  tempo e realtà ma a leggerle …da ovunque provengono ..son sorprendenti!

A mamma che…

festa mamma

A mamma che lustri or sono, giovanissima donna, sentì il mio primo vagito, con quella semplice gioia che sgorga da un cuore protettivo subito mi fasciò con tenerezza, mi allattò con generosa amorevolezza, mi cullò con dolcezza e come una bimba che mai ebbe una bambola da stringere, carezzare, abbigliare, dedicare tempo, sbizzarrire fantasia e sogni, nel giorno della mamma vorrei tanto, ma proprio tanto farle arrivare un immenso mazzo di papaveri, margherite e fiordalisi. Un mazzo di quei fiori spontanei, dai profumi intensi e delicati dai colori allegri e al tempo stesso invitanti a una giocosità meditativa di candore, passione, celeste visione, tanto difficili da reperire da un fioraio quanto semplice trovar disseminati nei nostri prati, sulle colline, nei campi di grano, ai bordi delle strade e che tanto, in questo mese di maggio, a mamma che mi strinse forte a se Le piaceva raccogliere per abbellire la tavola e adornare la sua “adorata madonnina”, per dirle: grazie mamma. Un grazie mamma che non ho mai saputo esprimere con quella intensità, quella affettuosità profonda da lacerar le viscere, quel sentimento caloroso che penetra l’essenziale, abbraccia anima e cuore e trasmette amore e riconoscimento a anni e anni di dedizione, comprensione, soprattutto duri sacrifici, morali e materiali vissuti e fatti vivere con tantissima leggerezza di spirito da non inibire nel cammino della vita personale desideri, prospettive, scelte e convinzioni. Un grazie di fragranze genuine, come il suo animo rimasto sempre gentile un po’ bambino, gaio, aperto alla meraviglia, alla freschezza entusiastica, saporoso di coraggio, altruismo e un tantino di riserbo riflessivo. Un grazie mamma radioso come il suo amore incondizionato, abbagliante come il suo sorriso affascinante, prezioso come il suo abbraccio rasserenante.

Vorrei tanto, oggi, festa della mamma, riempire di fiori di campo l’infinito per esprimere alla mia che i suoi “fiori” d’amore, sbocciati tanti lustri fa, nel suo cuore, giammai sfioriscono e ogni giorno sempre più riempono  e profumano il mio.

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Grazie mamma!

Grazie a tutti i cuori di mamma che ti fanno compagnia! 

bydif tua figlia

La danza della vita

danza

Scatta

Nel trillo di un vagito

Lievita

Nell’atto e nel pensiero

Stravagante

Ruota e siesta

Nei gagli di un giglio

Sfreccia 

Ride e spuma

Nei battiti di un ciglio

Lussuriosa

Snoda e Volteggia

Nel sogno e nel sospiro

Fermenta 

 S’infoca e Frulla 

Esplode in un bisbiglio

Leggiadra

Si inarca e Vola

Con uno sbadiglio

Armoniosa

Si piega in una stella

bye.r.

danza vita

È il 1 Maggio

Oggi è il 1 Maggio festa del lavoro e dei lavoratori. In tanti hanno scritto inni e poetato su questo giorno di festa e riposo meritato da passare in allegra compagnia perché come scrisse il grande cantautore G. Gaber il 1 maggio, non è un qualunque giorno, ma è :“il nostro giorno

1 m

Un giorno per chi lotta con coraggio

è il nostro giorno è il primo maggio.

Un garofano è spuntato d’un sol colpo fra le dita

ma sicuro che sbadato oggi è maggio che ci invita

ad unirci fino a sera per la nostra primavera

forza amici in allegria questa nostra festa sia.

Un giorno per chi vive nel lavoro

un giorno per chi spera nel futuro

un giorno per chi lotta con coraggio

è il nostro giorno è il primo maggio.

Un giorno per chi lotta con coraggio

è il nostro giorno è il primo maggio.

Via di corsa tutti in piazza tutti fuori ad applaudire

c’è persin la mia ragazza sotto il sol dell’avvenire

Le officine oggi son vuote dorme il tram nel capannone

rosso maggio le tue note della strada son padrone.

Un giorno per chi vive nel lavoro

un giorno per chi spera nel futuro

un giorno per chi lotta con coraggio

è il nostro giorno è il primo maggio

Un giorno per chi lotta con coraggio

è il nostro giorno è il primo maggio.

Questo giorno è tutti i giorni tutto l’anno vi è racchiuso

primo maggio tu ritorni a dar forza a chi è deluso.

Questa festa è una gran festa non ce l’hanno regalata

su leviamo alta la testa noi l’abbiamo conquistata.

Un giorno per chi vive nel lavoro

un giorno per chi spera nel futuro

un giorno per chi lotta con coraggio

è il nostro giorno è il primo maggio

Un giorno per chi lotta ……..

….è il nostro giorno è il primo maggio.

G. Gaber

Quando Gaber scrisse “il nostro giorno” era il 1965. Da allora molte cose son cambiate in tema di lavoro e lavoratori. Alcune in meglio certe altre in peggio. Quel che trovo stupefacente nel leggere i suoi versi è l’attualità. Vero che era un geniale poeta e come tutti i poeti elargitore di emozioni senza scadenza ma in questa composizione è un cantautore  lungimirante!

il nostro giorno

In questi giorni ovunque locandine di invito  a incontri, raduni,  concertoni per festeggiare il 1 maggio come emblema di conquista, di stato sociale, diritti, lavoro e lavoratori ma…Ma da quando questa festa è stata istituita in Italia, 1891, è passato più di un secolo, purtroppo non sembra passato un giorno se quel che qualcuno poetava in “stornelli d’esilio”per tanti “giovani cervelli” o tante giovani braccia e gambe che non si rassegnano all’ozio vale ancor oggi:

O profughi d’Italia a la ventura

Si va senza rimpianti né paura

Nostra patria è il mondo intero

Nostra legge è la libertà

Ed un pensiero

Ribelle in cor ci sta

Dei miseri le turbe sollevando

Fummo d’ogni, nazione messi al bando,

Nostra patria è il mondo intero

Nostra legge è la libertà

Ed un pensiero

Ribelle in cor ci sta…

Dovunque uno sfruttato si ribelli

Noi troveremo schiere di fratelli.

Nostra patria è il mondo intero…

Nostra legge è la libertà

Ed un pensiero

Ribelle in cor ci sta

Raminghi per le terre e per i mari

Per un’idea lasciammo i nostri cari.

Nostra patria è il mondo intero…

Nostra legge è la libertà

Ed un pensiero

Ribelle in cor ci sta

Passiam di plebi varie fra i dolor

De la nazione umana precursori.

Nostra patria è il mondo intero…

Nostra legge è la libertà

Ed un pensiero

Ribelle in cor ci sta

Ma torneranno, o Italia, i tuoi proscritti

Ad agitar la face dei diritti,

Nostra patria è il mondo intero…

Nostra legge è la libertà

Ed un pensiero

Ribelle in cor ci sta.

Vale ancor perché… quei giovani di ieri  “andati senza rimpianti ne paura” lontano, obbligati a lasciare casa, amici e cari per dignità. Dignità di un lavoro, dignità di guadagnarsi da vivere, avere un autonomia economica, avere la possibilità di sfruttare capacità, competenze professionali, estro, manualità. Sono come quelli di oggi che non si sono adattati a stare a “morire” di inedia nel recinto del paesanello. Giovani che han guardato più in la, e han visto nel globo opportunità se non un destino migliore almeno di poter lavorar. Oggi, se quei giovani nel festeggiar in altro suolo la lor fatica hanno in “cor un pensiero ribelle “ come quelli di ieri ci sta. Eccome se ci sta.

39 1maggio

1 maggio, un giorno emblematico di festa e di riposo ma…Ma per come è nata la festa del lavoro e per come vanno le cose in tema di lavoro sul suolo nazionale, con tanti precari, sottopagati, costretti a inadeguati o umilianti lavori, o a “esiliare”,  per avere una occupazione inerente la competenza, o permetta di essere economicamente autosufficienti, è lecito domandarsi : ha senso festeggiare ? Forse ha senso per non arrendersi, sperare che il lavoro a corrente alternata diventi a flusso continuo, l’ectoplasma si materializzi prima di morire da barbone sotto un ponte o tra le lamiere d’un capannone. Forse non ha senso se precipiti da un ponteggio abusivo, l’ autosufficienza è un sogno, la dignità un delirio, la libertà di costruire il futuro un opzione. Forse… festeggiare il diritto costituzionale al lavoro ha sempre senso però… se ogni giorno per mangiare il lavoro te lo devi inventare…forse il 1 maggio è fuori tempo! l

lavoro

A parte le considerazioni auguro a tutti di festeggiare il 1 maggio in letizia. Soprattutto auguro di avere sempre un lavoro. Se poi è adeguato alle competenze, capacità, aspettative e idealità è ancor meglio ma più di tutto auguro un occupazione che  permetta di vivere, soli o in compagnia, con dignità!

bydif

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L’Ottavario e la “Divina misericordia”.

25 divina miseri

L’ “Ottavario”, un tempo, per la gente comune era la “ festa  dell’ottavo giorno dalla Resurrezione di Gesù,  per la liturgia, a rimembro dei battezzati che potevano togliersi la veste bianca indossata la domenica precedente, come uso allora giorno battesimale, era la “domenica in Albis”. Dal 30 aprile del 2000 l’Ottavario, legato indissolubilmente al carisma di Santa Faustina Kowalska e a papa San Giovanni Paolo II, è la domenica della “Divina Misericordia”. Come mai? Beh, la scelta di Giovanni Paolo II,  fatta nel giorno della canonizzazione di suor Faustina, di dedicare l’Ottavario alla Divina Misericordia non fu fatta a caso ma per ragion d’essere delegate da Gesù alla carismatica suora. Secondo i diari di Suor Faustina fu Gesù stesso a esprimere il desiderio di istituire questa festa in ragione del suo sacrificio di redenzione : “Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione. Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre”. Dagli stessi si sa che la suora fu anche la prima a celebrare la Divina Misericordia” nella prima domenica dopo Pasqua e nel santuario di Cracovia – Lagiewniki dal 1944 la partecipazione alle funzioni era tale che nel 1951 alla devozione fu accordata l’indulgenza plenaria. Per cui il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II disponendo che nel Messale Romano innanzi al titolo della II Domenica di Pasqua fosse aggiunta la dizione “o della Divina Misericordia” ha ratificato la volontà di Gesù espressa alla carismaticatuttavia prescrisse che nella liturgia Domenicale dell’ottavario si adoperassero sempre i testi che si trovano nel Messale o nel Cerimoniale delle Ore di Rito Romano. Come detto sopra, la festività della “Divina Misericordia” nasce da un desiderio di Cristo espresso per mezzo della Sua apostola: “Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia . Tale desiderio per la prima volta Gesù lo comunicò nel 1931, durante l’ apparizione. Successivamente, lo chiese ancora: “che il quadro della Misericordia sia quel giorno solennemente benedetto e pubblicamente, cioè liturgicamente, venerato; che i sacerdoti parlino alle anime di questa grande e insondabile misericordia Divina e in tal modo risveglino nei fedeli la fiducia”. Secondo i dati storici in ogni apparizione, ben 14, definendo con precisione il giorno della festa nel calendario liturgico della Chiesa, la causa e lo scopo della sua istituzione, “riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia misericordia ma anche benefici terreni, sia alle singole persone sia ad intere comunità”. Inoltre,  la venerazione della Divina Misericordia, come ha detto Gesù “in quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto“, (scarlatto sunto nel raggio rosso del dipinto su apparizione a suor Faustina) rende accessibili a tutti grazie e benefici, ben inteso se chiesti con sentimento e grande affidamento al Suo generoso mistero di redenzione. Affidamento in quella Divina Misericordia ben manifesta nella rappresentazione iconograficaChi confida nella Mia Misericordia non perirà, poiché tutti i suoi problemi sono Miei ed i nemici s’infrangeranno ai piedi del Mio sgabello”. Iconografia, eseguita in fedeltà alle visioni di suor Faustina, dove Gesù, vestito con una tunica bianca contornata da luce, su sfondo blu, ha la mano destra alzata e due raggi, avvolgenti, che escono dal cuore, uno bianco e uno rosso, rappresentanti rispettivamente l’acqua ed il sangue e, in basso, la frase “Jezu, ufam tobie” ovvero “Gesù, confido in te”. A proposito dell’immagine “Per mezzo di questa immagine concederò molte grazie alle anime, essa deve ricordare le esigenze della Mia Misericordia, poiché anche la fede più forte, non serve a nulla senza le opere” si racconta che all’artista lituano Eugenius Zkazimirowski richiese circa sei mesi di lavoro in quanto la mistica, sempre presente, era particolarmente esigente e continuamente si intrometteva con correzioni o aggiunte di dettagli, per ottenere un’immagine fedele alla visione. Dall’iconografia dell’immagine lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia è indubbio e già suor faustina lo recepì e scrisse “Ora vedo che l’opera della Redenzione è collegata con l’opera della Misericordia richiesta dal Signore” legame ulteriormente sottolineato dalla novena che Gesù chiese, nel 1935, alla santa polacca in preparazione alla celebrazione e che deve iniziare il Venerdì Santo. Come riportato nei diari, la novena consiste nella recita di una particolare forma di rosario-preghiera: la Coroncina della Divina Misericordia. Oh! che grandi grazie concederò alle anime che reciteranno questa coroncina: le viscere della Mia Misericordia s’inteneriscono per coloro che recitano la coroncina”. In breve, la disposizione data da Gesù sulla recita della coroncina  : ” dopo il segno di croce,  recita un padre, un ave e il credo nella versione del simbolo degli apostoli,  sui cinque grani maggiori del rosario recita: “Eterno Padre, io Ti offro il Corpo e il Sangue, l’Anima e la Divinità del Tuo dilettissimo Figlio e Signore Nostro, Gesù Cristo, in espiazione dei miei peccati e di quelli del mondo intero”. Sui cinquanta grani minori dì: “Per la Tua dolorosa Passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero”. Al termine  pronuncia per tre volte: “Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi e del mondo intero”.  Termina la preghiera con la seguente invocazione: “O Sangue ed Acqua che scaturisti dal Cuore di Gesù come sorgente di misericordia per noi, confido in te!”;  infine fai nuovamente il segno di croce”. Gesù nel chiedere e disporre  regole  e parole per la novena della coroncina però non ha limitato la sua generosità, specificò  avrebbe concesso particolari grazie Per la recita di questa coroncina Mi piace concedere tutto ciò che Mi chiederanno”. A chi l’avrebbe recitata davanti alla sua immagine “La mia misericordia avvolgerà in vita e specialmente nell’ora della morte le anime che reciteranno questa coroncina” 

Per concludere,  nell’ottavario o giorno della “divina misericordia” Gesù, a chi si affida ai raggi luminosi, ” bianco e rosso acqua e sangue” che fluiscono  dal  suo cuore, con convinzione,  riempie di amore : Desidero darMi alle anime e riempirle del Mio amore, ma sono poche le anime che vogliono accertare tutte le grazie che il Mio amore ha loro destinato. La Mia grazia non va perduta; se l’anima alla quale è destinata non l’accetta, la prende un’altra anima”. Sia alle singole persone sia ad intere comunità regala le grazie salvifiche, elargisce benefici terreni e protezione Divina: “ Le anime che diffondono il culto della Mia Misericordia, le proteggo per tutta la vita, come una tenera madre protegge il suo bimbo ancora lattante e nell’ora della morte non sarò per loro Giudice, ma Salvatore misericordioso”

25 suor faustina

Con un saluto speciale e come ricorda papa Francesco I:

Pietà e tenerezza è il Signore, il quale per il grande amore con il quale ci ha amati, ci ha donato con indicibile bontà il suo unico Figlio, nostro Redentore, affinché attraverso la sua morte e risurrezione aprisse al genere umano le porte della vita eterna, e affinché, accogliendo la sua misericordia dentro il suo tempio, i figli dell’adozione esaltassero la sua gloria fino ai confini della terra”

auguro buona serata a tutti!

bydif

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Giorno della Libertà

25 aprile

A rigor di logica il 25 Aprile, giorno commemorativo della Liberazione dal giogo di belligeranza cruenta, dolorosa dispotica, fagociatrice di anime e corpi inermi, sterminatrice di vite, portatrice di ingiustizie, persecuzioni di donne, uomini, bambini, lacrime di madri, obbrobri umanitari irripetibili, dovrebbe essere la festa Nazionale che unisce tutti gli italiani. Ma… ogni anno per memorie corte o troppo impegnate a lustrarsi gli scarpini con la vita altrui o imbottite di idiozie assume contorni strumentali indecorosi che screditano un giorno fondamentale della storia d’Italia, soprattutto disonorano proprio la Memoria di coloro che generosamente han dato la vita per la libertà. Una libertà che nessuno di loro nel combattere ha inteso conquistarla per una pezzo di paese o per una cerchia specifica di italiani, e neppure nel morire ha rivestito di colori faziosi, distinguo, esclusivismi. Ognuno di loro ha combattuto con l’animo, la mente, il cuore con un solo fine: sgombrare dal suolo italiano gli orrori di una guerra amara e brutale. Ognuno ha mirato, sparato, pianto, pregato per riprendersi l’ autonomia di pensiero e azione. Ognuno ha agito, offerto, vita, sacrificio, dolore con la speranza di costruire un futuro pluralista, per tutti libero da soverchiatori. Oggi, polemizzare è confondere gli intenti primari di tutti quei valorosi, frazionare le azioni della resistenza per convincimenti politici. Soprattutto è tradire lo spirito originario, quel sussulto spontaneo che ha unito donne e uomini di ogni età, cultura, credo, aggregato aldilà di criteri egoisti per liberarsi da gioghi dittatoriali e guadagnare l’indipendenza. I diritti sanciti dalla Costituzione che oggi godiamo e ci permettono di decidere, fare, scegliere non provengono dal nulla ma dal sangue, da una cultura di solidarietà, di entusiasmo comunitario, di costruzione al dialogo, di partecipazione stimolante, di difesa quotidiana delle proprie radici e della dignità nazionale. Nobili e civili criteri che a ben valutare nel groviglio di tante polemiche, a torto o a ragione, oggi sono difficili da reperire. Nel mentre, per come vanno le cose attualmente, il buon senso vorrebbe che fossero in prima linea. Oggi, tutti dovrebbero, dovremmo riflettere sul merito complessivo della resistenza e smetterla di disputare una ragione aprioristica che quando non fa danno lascia il tempo che trova. Riflettere che la Resistenza è un realizzato concreto di storia del nostro paese. E’ una forma di lotta civile di Liberazione da ogni tipo di oppressione, valida per ieri, l’oggi e il domani. Riflettere che i valori ispiratori della Resistenza sono l’essenza della libertà che oggi ognuno gode per cui è necessario averli in memoria e tramandare senza se e senza ma. Riflettere che “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare” per cui è bene…stare all’erta. Riflettere che in ogni tempo, per reagire a uno stato di fatto che giornata dopo giornata tiene prigionieri di paure, angosce terroristiche, rende apatici spettatori di manovre e contromanovre assurde , arroganti, indiscutibilmente allettate da un profit individuale, serve educazione alla autonomia mentale, alla dignità personale, all’aggregazione a un fine comunitario di indipendenza, al rifiuto all’abominio, alla ghettizzazione, all’ingiustizia. Son certa che a più riflettere e meno parlucchiare, magicamente il giorno della liberazione, prodotto altruistico, generoso della Resistenza di tanti donne e uomini coraggiosi oblativi, finirebbe di essere il memore da sciorinare a rintuzzo di polemiche rivendicative idiote. E, finalmente sarebbe un giorno di festa veritiero da restituire onore  a quei tantissimi donne e uomini, che ovunque c’era da opporsi e ricusare un sistema insopportabile miravano a resistere e resistere non per incensarsi in sfilate lottizzate ma per dar luce a una esistenza libera. 

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Buona serata
bydif

 

Lunedì dell’Angelo

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Il lunedì dell’Angelo, più noto come la pasquetta tradizionalmente ormai è il giorno della gita fuori porta, del relax all’aria aperta del divertimento condiviso con picnic, grigliate, mangerini fatti in casa da gustare fuori dalle oppressive 4 mura . Un giorno da vivere con spensierata informalità oltre il solito proprio recinto, in uno scenario naturale più ampio, meno costrittivo, rifocillante corpo e umore e dai colori freschi e vivaci che solo la primavera regala, il profumo intenso della terra, dei boschi, del mare, il chiacchiericcio allegro di amici e parenti, le corse, le capriole, i giochi e pure i bisticci e gli accaloramenti di grandi e piccoli per questioni futili. Certo, oggi , visto il tempo,  per alcuni  pasquettari è stata dura godersi una giornata senza imprevisti di fuggi fuggi per scampare un acquazzone con forzata conclusiva del beneamato relax all’aria aperta in un mesto rinfuso raccogliticcio di cose e anticipato ritorno con probabile slalom infernale sotto un tettuccio di un abitacolo di lamiere motorizzate!

Ma… fatta salva la popolar usanza, che invero un fondamento evangelico dell’andare fuori porta ce lo ha, il lunedì dell’angelo, ha un significato collegato al mistero pasquale della morte e resurrezione di Cristo. Come narra Marco:

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“Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù.  Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole.  Esse dicevano tra loro: Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?.  Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande.  Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura.  Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto.  Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto.  Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.

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Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni.  Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto.  Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere.

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Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna.  Anch’essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere.

Cena-in-Emmaus-Caravaggio-Londra-Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato.

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Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato.

AscensioneE questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno. Il Signore Gesù dunque, dopo aver loro parlato, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. E quelli se ne andarono a predicare dappertutto e il Signore operava con loro confermando la Parola con i segni che l’accompagnavano.” Marco 16,1-11

padova
In conclusione, il lunedì successivo alla S. Pasqua per quanto riguarda l’Angelo, messaggia lo stretto rapporto  che c’è tra gli angeli e Dio. Infatti, sono il tramite tra cielo e terra e a loro Dio affida il ruolo di intermediari della Sua volontà.  L’angelo del sepolcro che appare alle Pie donne come anche quello che appare alla Vergine Maria sono i messaggeri mandati  ad “annunziare agli uomini i voleri e le promesse di Dio, come anche per interpretare le sue visioni (Dan., VIII, 16; Zac., I-III); i suoi disegni nel governo del mondo; o a perlustrare la terra per informarsi della condotta, soprattutto morale e religiosa, degli uomini (Gen., XVIII, 20-22; Giobbe, I, 7 . Quindi le loro apparizioni in un luogo o a delle persone hanno in se un adempimento ben preciso che può essere di palesare,  spiegare, avvertire  il volere Divino.

passeggiata familiare

Nel mentre per quanto concerne la pasquetta, beh.. il nesso popolare di una passeggiata o una scampagnata “fuori le mura” o “fuori porta” probabilmente c’è nel ricordare Gesù che appare a due discepoli in cammino verso Emmaus a pochi chilometri da Gerusalemme. Certo, oggi , visto il tempo, il fuori porta non era ideale e per alcuni  pasquettari è stata dura godersi una giornata senza imprevisti di fuggi fuggi per scampare un acquazzone. Per i più, il beneamato relax all’aria aperta si è concluso  in un mesto rinfuso raccogliticcio di cose  con anticipato ritorno alle 4 mura con  slalom infernale sotto un tettuccio di un abitacolo di lamiere motorizzate!

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buona serata in spirito angelico di pace, amore fraterno e letizia umana!

Bydif

Domenica Santa:

Sui passi di Gesù dalle palme alla Resurrezione:

Domenica Santa: Giorno della vita, del riscatto, della gioia

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nacque da Maria Vergine,
patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso,
mori e fu sepolto; discese agli inferi;
il terzo giorno risuscitò da morte;
salì al cielo, siede alla destra
di Dio Padre onnipotente:
di là verrà a giudicare i vivi e i morti.

pasqua

Seguendo i passi di Gesù nel mistero pasquale…

con la  morte  libera dal peccato

con la  Risurrezione  dà accesso ad una nuova vita

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Gesù è risorto. Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra

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FELICISSIMA SANTA PASQUA IN LUCE SPIRITO E GIOIA A TUTTI !

magritte

bydif

Sabato Santo

Sui passi di Gesù dalla palme alla Resurrezione

Sabato Santo:Giorno dell’assoluto,  del mistero, della riflessione.

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” Oggi sulla terra c’è grande silenzio, gran silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace, perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo, egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuol scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della Croce” (da un antico breviario romano)

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Tutto si è compiuto secondo la “parola”.

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Il silenzio è tombale  ma eca da monte a valle  così assordante che scuote le viscere. Non potrebbe essere altrimenti! Tacciono i potenti, tace giuda impiccatosi, tace la folla, tacciono gli apostoli,  ma un cuore di madre può mai tacere l’oltraggio vile a un figlio? Giammai! E il muto “PIANTO DI MARIA” è schiacciante:

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O figlio, figlio, figlio,
figlio, amoroso giglio,
o figlio, chi dà consiglio
al cor mio angustiato?
Figlio, occhi giocondi,
figlio, che non rispondi,
figlio, l’alma t’è uscita,
figlio della smarrita.
Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio,
figlio bianco e biondo,

figlio, volto giocondo,
figlio, perchè t’ha il mondo,
figlio, così spezzato?
Figlio, dolce e piacente,
figlio della dolente,
figlio, che ti ha la gente
malamente trattato!

 Jacopone da Todi

Pietà - Michelangelo

Il Sabato Santo è il giorno  aliturgico della veglia silenziosa ma è anche il sabato di Maria, la madre divina addolorata, in lacrime che vive l’attesa con forza d’animo e sorregge la speranza dei “figli” disorientati della promessa  divina che riporta la vita.

magritte

bydif

Venerdì Santo

sui passi di Gesù dalle palme alla resurrezione nei 3 giorni Santi

:Venerdì Santo: Giorno del sacrificio, della misericordia, del perdono.

crocifissione

Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. Gesù gli rispose: “Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto.

CaravaggioEcceHomoAppena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: Così rispondi al sommo sacerdote?». Gli rispose Gesù: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.

38 duccio rinnegamento san pietro

Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.

duccio da boninsegna

Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: Che accusa portate contro quest’uomo?. Gli risposero: Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato. Allora Pilato disse loro: Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!. Gli risposero i Giudei: A noi non è consentito mettere a morte nessuno. Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.

duccio

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: Sei tu il re dei Giudei?. Gesù rispose: “Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?”. Pilato disse: Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?. Rispose Gesù: Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù. Allora Pilato gli disse: Dunque tu sei re?. Rispose Gesù: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Gli dice Pilato: Che cos’è la verità?. E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: Io non trovo in lui colpa alcuna. Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: Non costui, ma Barabba!. Barabba era un brigante.

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Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora.

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Poi gli si avvicinavano e dicevano: Salve, re dei Giudei!. E gli davano schiaffi.

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Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna. Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: Ecco l’uomo! 

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Come lo videro, i capi dei sacerdotie le guardie gridarono: Crocifiggilo! Crocifiggilo!.

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Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa. Gli risposero i Giudei: Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio. All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura. Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: Di dove sei tu?. Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Gli rispose Gesù: “Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande”.

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Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare. Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parascève della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: Ecco il vostro re!. Ma quelli gridarono: Via! Via! Crocifiggilo!. Disse loro Pilato: Metterò in croce il vostro re?. Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare. Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

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Essi presero Gesù ed egli, portando la croce,

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si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota

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dove lo crocifissero

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e con lui altri due,

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uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: Gesù il Nazareno, il re dei Giudei.

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Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». Rispose Pilato: Quel che ho scritto, ho scritto.

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I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato –, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: «Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte». E i soldati fecero così.

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Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco tuo figlio!. Poi disse al discepolo: Ecco tua madre! E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: Ho sete. Vi era lì un vaso pieno diaceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

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Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.

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Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di áloe.

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Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura.

Peterzano

Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto.

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Là dunque, poiché era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù. Vangelo Giovanni 18,1 – 19,42 . 

bellini giovanni pietà E’ in questo giorno che si rivela la Grandezza del Divino!

“Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

Chi mai potrebbe essere così altruista verso chi lo umilia, accusa igiustamente, lo crocifigge? Solo chi ha un amore sconfinato verso l’altro! Come ha detto: se voi amate soltanto quelli che vi amano, che merito avete? Anche i malvagi si comportano così!” (Mt 5,46).

In  spirito di luce e sofferenza umana.

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