Non So

2- 2

Volto

Aura

Essenza

Se Vieni Dal Mio Passato

Non So

Se Vieni Dal Mio Futuro

Non So

Se

Sei

Presente Animato

Di Mondo Parallelo

Di Certo

Sei Cantore Lirico

D’un Tempo

Rimatore

Iridio Di Pensiero

Mantra

Esploratore

In Attinenza

Al Sogno Karmico

Tasto Orbitato

Novellato

Amico

Cyber Sidereo

Che Esporta Genio

Antropo

Gioca Col Vento

Il Sole Il Tempo

Impressioni Valigia

Arcobalena

Tastiera Messaggera

Anima

Dolce Blogsfera

Volto

Aura

Essenza

Per Me

Nik Name

Duplicata Anima

Senza Frontiera

Sei

Persona Vera

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e.r.

Il mio magico Luglio

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Il primo mese della seconda parte dell’anno, il secondo dell’estate nell’emisfero boreale, dell’inverno in quello australe, ai tempi di Romolo si chiamava Quintile mutato in Iulius, Luglio, in onore di Cesare che vi era nato forse il 13. Nel calendario gregoriano luglio è l’anonimo settimo mese dell’anno di 31 giorni, mentre per lo scrittore di fantascienza Frederick Pohl ne ha 32 uno in più. e per gli Squallor, un gruppo musicale demenziale degli anni 70, ne ha almeno 38. Beh, 31 , 32, 38 che sian i giorni, fantascientifico, fresco o torrido, il mio pensiero non varia, luglio è il “mio magico luglio” e non può essere altrimenti. Perché? Perché è il mese nel quale mi sento pienamente a mio agio, anche se nell’afa delle valli padane a dire il vero in certi giorni boccheggio e mi sento lessa come una soglioletta è in questo mese che posso ritrovare il mio contatto ancestrale, ricaricarmi di quelle energie cosmiche che la vita quotidiana mi ha inghiottito e posso ripulire il mio ego buttando alle ortiche le “infrastrutture” inutili suggerite dai desideri umani. Legittime per questa dimensione ma lontane anni luce da quella in cui vibra la mia entità migliore, quella nella quale lo spirito trova nutrimento essenziale, senza subire pressioni voluttuarie temporali. In un certo senso nel “mio luglio ” mi sembra che magicamente posso riplasmarmi esteriormente. Attingere dall’incorporeo per verticalizzare le aspirazioni del tangibile! Di solito a inizio mese profitto d’ogni occasione per riunire quelle parti di me che nel tran tran dei mesi precedenti si sono un po’ “scollate” Come un bravo artigiano restauratore appiccico i pezzi pendenti del mio involucro esteriore poi li lustro perbenino in modo da sentirmi fresca e rimessa a nuovo, pronta a sostenere le sfide esistenziali che ripartono dal giorno che son scesa su questo pianeta. Rielaborata materialmente dedico più tempo alla parte asceta. Rispolvero quei libri essenziali a farmi riflettere sul trascendente. Mi soffermo in solitudine a considerare quali progressi ho fatto per avvicinarmi alle vette nelle quali dimora l’essere divino, quello a cui devo l’esistenza in questa e nell’altra realtà. Cerco di riallineare lo spirito al mio ideale di perfezione metafisica, di entrare in comunione con l’assoluto che mi conforta e sprona in ogni situazione, consiglia quando ho una perplessità umana, ridona entusiasmo integrale per districarmi nelle vicissitudini. In ultimo mi prendo una bella vacanza, possibilmente al mare in luoghi pochi affollati, ancora incontaminati o in montagna dove ci sono cascate e torrenti, comunque dove posso passeggiare e stare a contatto con la natura e il mio elemento naturale: l’acqua. In realtà, sentire il suo rumore, vederla scorrere, giocarci mi rinvigorisce come niente altro è in grado di fare, soprattutto quieta i miei bollenti spiriti di donna un po’ guerriera e determinata un po’ tenera e bizzarra.

In poche parole il “mio luglio magico ” in primis è  il mese che numera il tempo del percorrere esistenziale e stabilisce la ripartenza per una nuova avventura, e comunque è il tempo dell’anno che congiunge passato presente e futuro e prodigiosamente fa sparire “l’anticaglia” e apparire  la novità. Con la mia eccentricità fantasiosa e un po’ lunatica per caricarmi la mente di luce positiva lo ritengo  esclusivo. Tuttavia,  soprattutto  fatato. Si fatato come se  concede a tutti un giorno o più per scapricciarsi a piacere e perfino entrare oggettivamente nel suo habitat ideale per vivere un 32esimo giorno mitico e perché no anche un 38ettesimo un po’ “demenziale” per scollegare la logica da un trito maciullante pragmatismo che troppe volte tarpa le ali verticalizzanti dell’ essenza naturale e  spiaccica la freschezza interiore bambina giocosa.

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Delizioso mese di luce, calore e rigenerazione!

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Pietro e Paolo, distinti e identici.

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Pietro il pescatore e paolo l’illuminato. Due uomini differenti uniti da una convinzione. Due apostoli con missione terrena diversa eppur divina identica. Due pietre miliari del cristianesimo e della comunità cristiana. Due santi che tutto il mondo il 29 giugno celebra il trionfo trascendentale con uguale onore e venerazione. Pietro e paolo, due carismatici simbolo di percorsi di vita e fede diversi nondimeno equivalenti nell’essenza estrema.

Simone di Cafarnao, poi ribattezzato da Gesù Pietro, l’umile pescatore, rozzo, dal carattere impetuoso, verace, a volte fragile ma che ispirato dallo spirito santo per primo riconosce la natura soprannaturale di Gesù.“io credo signore che tu sei il cristo, il figlio del Dio vivente”. Pietro, scelto a farsi pescatore di anime, ad assumersi il ruolo difficile di rappresentare Dio in terra, a reggere il primato della universalità della chiesa ” E io ti dico che sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Ti darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto”.

Saulo di Tarso, poi Paolo, bello, raffinato, istruito, dal carattere determinato, inflessibile, ammirato e considerato oratore, feroce persecutore dei cristiani, “fulminato” sulla via di Damasco. Paolo, l’apostolo che da fanatico cacciatore soverchiatore di fede che cadendo da cavallo improvvisamente cambia completamente punto di vista e vita. Paolo, animato da una nuova certezza per me cristo è vivere” con la stessa determinazione, instancabilità del persecutore della fede in cristo, si fa apostolo evangelico universale di Cristo. Paolo, l’ apostolo delle genti.

Pietro e paolo, due uomini molto diversi con percorsi umani e spirituali altrettanto diversi ma al contempo convergenti in un unico punto, quello dell’amore certo e fedele a Cristo. Due uomini saldi e consapevoli di una via assegnata complessa e pur tuttavia ostinati a seguirne tutte le variabili per un fine: una chiesa plurale e unita.

La ricorrenza della solennità dei Santi Pietro e Paolo patroni di Roma nasce dalla tradizione che vuole i due giunti dalla Giudea a Roma nello stesso periodo e martirizzati lo stesso giorno, anche se in luoghi diversi.

Due santi distinti accomunati dal destino nel martirio, anche se alcuni storici ritengono che i due Santi non vennero martirizzati ne lo stesso giorno ne contemporaneamente e la scelta del 29 giugno si rifà all’antica festa divinatoria romana del Quirino celebrante i due gemelli Remo e Romolo.

Pietro arrestato, quale cristiano, portato sul colle vaticano condannato alla crocifissione, sentendosi indegno di morire come il suo amato Maestro chiese di essere crocifisso a testa in giù. Secondo una leggenda popolare il giorno del suo martirio i pescatori che escono in mare si imbattono nel diavolo che per rabbia scatena una tempesta terribile. Scaramanticamente il 29 giugno è difficile che un pescatore esca in mare. Tuttavia “ogni pescatore buono ha San Pietro per patrono”!

San Pietro è il santo patrono di muratori, ciabattini, orologiai, pescatori e per via delle chiavi dei portieri.

Paolo arrestato e condannato a morte, in quanto cittadino romano ebbe, si fa per dire, l’onore della spada, cioè essere decapitato nei pressi delle “acque salvie”. Si narra che la sua testa mozzata ruzzolando fece tre rimbalzi da cui scaturirono tre fontane.

San Paolo  è patrono dei cordai, teologi, panierai, cestai, di chi si occupa di stampa, viene invocato per allontanare le tempeste, a salvaguardia di pericoli dei morsi di animali velenosi. San Paolo ha anche fama di “esorcista” o guaritore dei tarantolati.

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Due santi da cui trarre una grande ispirazione di vita quotidiana, san Pietro per  tutte le sue fragilità che comunque non gli hanno impedito di riconoscere la debolezza e
“saper far marcia indietro. ” Quo vadis, Domine?” “Torno a Roma per essere crocifisso di nuovo! San Paolo perchè anche inciampando si può scoprire che nulla vieta aprire gli occhi e cambiare stile di vita.

Felice serata!

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Il “soffio” magico di San Pietro

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In questa notte che precede la solenne festa dei santissimi Pietro e Paolo in molti paesi, persiste l’antica tradizione credenza del ” soffio” magico di san Pietro.

Cos’è? Secondo una antica leggenda è un prodigio di San Pietro nel suo passaggio sulla terra da cui si trae una previsione annuale come dire un oracolo per intervento “magico”di San Pietro!

Come si realizza ? Con il soffio di san Pietro!

Quando? Durante la notte di vigilia della festa dei santi Pietro e Paolo poichè come narra tradizione San Pietro accompagnato da San Paolo passa sulla terra e per esprimere vicinanza ai fedeli compie la magia.

Cioè? Cioè soffia e…e fa apparire la sua barca !

Ovvero è credenza radicata che con un soffio San Pietro trasforma una chiara d’uovo in barca o  veliero che a seconda di come al mattino apparirà all’occhio svelerà se in arrivo ci sono tempi buoni o meno!

La narrazione tradizionale spiega che se la vigilia della festa dei Santi Apostoli, Pietro e Paolo, in un contenitore di vetro, bottiglia, caraffa, vaso, si versa, fino a metà, dell’acqua, si fa scivolare dolcemente la chiara di un uovo, si mette il recipiente all’aperto, sotto una pianta, sul davanzale di una finestra o un balcone, si lascia ai raggi della luna e alla guazza, al mattino, secondo la descrizione popolare dentro il contenitore magicamente si vedrà la barca di San Pietro!

Chiaramente è credenza che in base di come il soffio dell’Apostolo Pescatore forma la barca e le vele si ha l’indicazione oracolare sul futuro anno degli affari di tutta la famiglia compreso salute, abbondanza, lavoro, amori, fortuna.

Ovviamente la barca o veliero di san Pietro va interpretata. E qui sta il difficile. In generale più il veliero sarà bello e ben riconoscibile, avrà tante vele aperte e più promette una situazione generale ottima, con giornate di sole e piene d’ottimismo, piogge scarse. Un tantino meno distinguibile, con meno vele aperte assicurerà un annata discreta, con qualche imprevisto risolvibile, meno sole e più pioggia. Se apparirà un po confuso e con vele strette l’annata sarà assai piovosa e la situazione generale rimarrà più o meno la stessa. Se non si noterà affatto una barca allora si faticherà molto e si raccoglierà poco. Attenzione però, Il veliero a mezzogiorno inizierà a scomparire per cui “la sua lettura rivelatrice ” dopo non sarà più possibile.

Realmente com’è che un albume forma la barca di san Pietro? Per un fenomeno di cambio di temperatura!

L’albume, che ha una densità maggiore dell’acqua prima tende ad affondare; durante la notte con l’aria più fresca, l’attrazione della luna e la rugiada la chiara crea tanti filamenti e allo spuntar del sole, a mano a mano che l’acqua si scalda il bianco d’uovo filamentoso sale verso l’alto e nel risalire si apre a mo di vele.

il “soffio” magico di San Pietro in alcuni luoghi è più conosciuto come la “barca” in altri come barchetta o  Il “ veliero” di San Pietro.

Certo con la scienza si spiega il fenomeno ma…ma vuoi mettere la differenza di fascino che c’è tra prosaico e magico? È abissale. Eppoi se da tanti secoli resiste “l’è vero, l’è vero l’è arivà San Piero. L’è vero, l’è vero l’è arivà la barca de’ san Piero” un fondo di verità c’è.

Intanto che la notte avanza, San Pietro e Paolo passano e Pietro “soffia” la magia si forma,  a tutti auguro una notte di sogni fatati!

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Pietro e Paolo. Un po’ di storia:

La ricorrenza della solennità dei Santi Pietro e Paolo patroni di Roma nasce dalla tradizione che vuole i due giunti dalla Giudea a Roma nello stesso periodo e martirizzati lo stesso giorno, anche se in luoghi diversi. Pietro, il cui nome deriva dall’aramaico “kephà”, tradotto in greco “pétros” e significa “saldo come una pietra, roccia”. Pescatore diventato Apostolo di Gesù fu scelto come “roccia”su cui gettare le fondamenta della chiesa, di cui fu il primo papa. E’ il santo patrono di muratori, ciabattini, orologiai, pescatori e per via delle chiavi dei portieri. Secondo la narrazione l ‘ venne crocefisso a testa in giù presso il circo di Caligola in Vaticano.

Secondo una antichissima leggenda popolare i pescatori che vanno in mare a pescare nel giorno della sua festa si imbattono nel diavolo che scatena una tempesta, per questo scaramanticamente molti pescatori il 29 giugno non escono in barca. Si dice anche che San Pé u ne veu un pe lê  – San pietro ne vuole uno per seo “ I temporali di San Pietro fanno tremare”. Tuttavia “ Ogni pescatore buono ha san Pietro per patrono” infatti lo invoca per “esorcizzare” trombe marine o battute di pesca tumultuose.

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San Paolo originario di Tarso , il cui nome Paolo invece deriva dal latino volgare paulus “piccolo” fu prima persecutore dei cristiani poi incontrò Gesù Risorto sulla via tra Gerusalemme e Damasco si convertì e predicò ai Giudei e ai Greci Cristo crocifisso. È da ciò che nasce il detto “fulminato” sulla via di Damasco. In base ai tramandi orali fu invece decapitato alle Acque Salvie all’Ostiense. Si racconta che il suo capo mozzato fece tre rimbalzi da cui sgorgarono tre fonti e successivamente vi vennero edificate tre chiese. Detto l’apostolo delle genti, è patrono dei cordai, teologi, panierai, cestai, di chi si occupa di stampa, viene invocato per allontanare le tempeste, a salvaguardia di pericoli dei morsi di animali velenosi. San Paolo ha anche fama di “esorcista” o guaritore dei tarantolati.

 Se il giorno di san Paolo è sereno godrem l’annata e l’abbondanza in seno. Ma se fa freddo guerra avremo ria e se nevica o piova carestia”

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Pietro il “pescatore” e Paolo l’illuminato. Due Santi, due pietre miliari del cristianesimo. Il 29 giugno con uguale onore e venerazione tutto il mondo celebra il loro trionfo trscendentle.

Alcuni storici però ritengono che i due Santi non furono ne martirizzati il 29 giugno ne contemporaneamente e che in realtà la scelta del 29 giugno è legata all’antica festa divinatoria romana del Quirino, celebrante i due gemelli Remo e Romolo.

Alcuni detti sui due Santi:

Chi loda San Pietro, non biasima San Paolo” tradotto “Chi ti loda in presenza, ti biasima in assenza”

Se piove a San Paolo e Piero piove par on ano intìero”

 

 

L’acqua odorosa di San Giovanni e…

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Ovunque la vita mi trasporta, la sera del 23 giugno, vigilia della festa di S. Giovanni Battista, notte magica per eccellenza dal tempo dei tempi in tante culture, non posso fare a meno di mantenere due usanze della mia terra d’origine, cioè in primis quella  dell’acqua odorosa  e quella  del falò. Per la seconda è facile, basta accartocciare qualche foglio di carta ai margini d’una strada, buttarci un cerino acceso e subito come recita la tradizione “ lingue di fuoco s’innalzano dal piccolo falò a rischiarar la notte fugando le ombre malefiche c’oscuran l’avanzar del  benigno dì ” Salto il falo’ tre volte per esprimere un desiderio o pensare ad un problema che mi assilla. Di solito si realizza entro il solstizio invernale, purché l’uno o l’altro non siano per scopi egoistici o vanitosi altrimenti accade esattamente il contrario. Come si dice “San Giovanni non vuole inganni”…

La prima usanza, quella dell’acqua odorosa non sempre è facile rispettarla, specie se sono in qualche località arida come il deserto. anche se  ho scoperto  che i Berberi celebrano questa notte. Perchè? Perchè occorre reperire petali di fiori e foglie d’erbe aromatiche fresche, sempre in numero dispari, depositarle in una caraffa con dell’acqua, esporle fino all’alba ai raggi lunari per far assorbire quelle energie positive del cosmo che solo al solstizio d’estate si propagano quando, il sole sposa la luna, il principio maschile feconda il femminile, l’elemento fuoco si allea all’elemento acqua, tutto il cosmo irradia energia annullando ogni maltempo”   e per raccogliere “le   lacrime di S. Giovanni ” chiamate guazza o anche perle. Ossia  la rugiada che si forma nella notte.

Al mattino, meglio se al momento dell’aurora, si immergono le mani nell’acqua profumata, si sfiora la pelle di tutto il corpo bagnandola partendo dalla fronte rivolta ad est in modo che i raggi solari la sfiorano, si ripete l’operazione per tre volte. Tale rituale, nell’immaginario popolare della mia terra, ha una grande importanza perché custodisce segreti effetti benefici:

Purifica liberando corpo e spirito da scorie negative accumulate nelle lunghe notti invernali – allegoricamente richiama il battesimo nell’acque del Giordano –

Ridona energia al fisico e alla mente, allontana pesantezza e affaticamento dovuti allo stress del quotidiano – esprime il vigore ardente della fede del Santo –

Elimina le impurità della pelle, rimuove i malesseri di testa e stomaco dovuti a cause nervose o imprecisate. – a S. Giovanni fu mozzata la testa-

Protegge da invidie e gelosie di avversari e concorrenti fino al prossimo solstizio. – riporta alla condanna del  Santo dovuta alla perfidia di Salomè

Nella tradizione più pagana, oltre a ciò, si coltiva la credenza che nell’acqua, scansando fiori e foglie prima di iniziare il rito del bagno, si vede il volto del futuro compagno di vita.

Esaurito il rito mattiniero, l’acqua profumata non va buttata ma filtrata e custodita in una bottiglia perché ha virtù lenitrici, eccezionali nei disturbi dovuti a infiammazioni e sfoghi cutanei come il fuoco di S. Antonio. Inoltre si conserva a scopo beneaugurante per la salute. – “ L’aqua de’ San Giuagne te proteije d’ognie malannje

Di solito l’acqua la conservo e l’uso una volta al mese per scaricare l’accumulo di energie sfibranti e per mantenere la pelle sana e levigata. Quasi tutte le mie amiche, anche le scettiche, fanno e usano l’acqua di San Giovanni.

A queste due usanze non ci rinuncio, forse per non perdere il legame atavico o forse… per quel” Sogno di una notte di mezza estate “ narrato da Shakespeare.

Comunque per onorare la terra che mi ha accolto con tanta generosità, e sentirmi vicina a un amico che oggi non c’è più, a queste due usanze umbre, ho aggiunto il rito indiano “Yakima” appreso in un corso di sopravvivenza in Pennsylvania, da indiani yankee, discendenti proprio della stirpe Yakima. Secondo il pensiero di questi nativi americani il piede esprime il legame con le cose e le situazioni quotidiane ed è la “centralina” del benessere psicofisico, per cui il rito si basa sul principio di scaricare l’elettricità negativa accumulatasi nella centralina energetica del sistema circolatorio che si trova nei piedi. In breve si tratta di far scorrere le cariche negative ammassate nel fisico da ansia, stress affaticamento ecc. in basso attraverso un atteggiamento posturale rilassato in modo da trasferirle nell’acqua o sul suolo, meglio se erboso. Ciò che rende più balsamico e vantaggioso il “ pediluvio” secondo la credenza è la sinergia > sole luna erbe acqua < combinata dalle onde planetarie che hanno depositato il carisma occulto nell’acqua o sul suolo erboso durante l’esposizione, notturna e diurna. Per inciso va detto che il piede al suo interno ha un groviglio di fili venosi e in oriente la “centralina” è chiamata secondo cuore o cuore perifericoin riflessologia plantare “spugna di Lejart ” mentre in psicosomatica rappresenta il nostro modo di reggersi nel mondo e di proiettarci nella realtà. Pertanto lo “Yakima” è più di un rito magico-esoterico, è una sapienza medica  riequilibrante  benefica all’essere. Certo vi sono tantissime altre usanze, tradizioni sacre e profane e superstizioni legate alla vigilia della festa di san Giovanni Battista, talune anche legate ai sabba e alla stregoneria, di cui si potrebbe dire molto anche se in gran parte le ho già postate.

Per concludere, in questa notte la magia di san Giovanni funziona come un capodanno, il cosmo si rinnova e ricrea dopo un capovolgimento caotico attraverso gli elementi primordiali GUAZZA – FALO’, acqua e fuoco,  simboli di purificazione e rigenerazione per eccellenza. Anche nel mio paese attuale giovani e meno si radunano all’oratorio e dopo mezzanotte vanno scalzi nei prati per sentire la guazza, accendono fuochi e festeggiano fino all’alba per non perdere il “ battesimo” del sole nascente. Mi associo.

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Buona “guazzata” magica e...e per assicurarsi da acqua e fuoco risultati positivi di luce irraggiante e beneficio ristrutturante basta crederci !

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Al sole

al sole

Al sole mattutino
il cuor dilata
alla sorpresa
gli occhi empi
di bellezza
sull’ali magnetiche
del sogno
splendono adamantini
gioia e emozione
coccolano fantasia
nel pensiero
reminiscenza vestale
guizza energia
lo sguardo amabile
carezza respira
al nostro appuntamento
agognato
violenta passione
sprofonda negli abissi
al sole mattutino
redento singhiozzo
oscura da distanza
la vista fino a sera
e.r.

Pentecoste: la discesa dello Spirito Santo

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“Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi“. Atti degli Apostoli, 2.

La Pentecoste è una festa solenne che nel 50° g. dopo Pasqua celebra la discesa dello Spirito Santo su Maria e gli apostoli riuniti insieme nel Cenacolo.

Ma cos’è lo Spirito Santo? E’ la luce di verità, la guida del cammino nell’amore in Cristo.

Come disse Gesù : “Quando verrà lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà” . Gv

E’ la Terza Persona della Santissima Trinità che procede dal Padre e dal Figlio, come  un solo principio reciproco di  Amore. E’ ill maestro inviato per via di missione nel mondo.

E’ ’Amore Divino, lo Spirito Santo che scaturisce dal Cuore di Cristo.

E’ la “roccia spirituale” che come nell’ Esodo accompagna il popolo di Dio nel deserto, perché attingendone l’acqua viva possa dissetarsi lungo il cammino.

E’ l’nesauribile elargitore di doni. Secondo il profeta Isaia i più preziosi sono sette: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio. Sono  i sette doni dati con la grazia del Battesimo e  riconfermati dal sacramento della Cresima o Confermazione.

E ‘ lo Spirito consolatore, il paraclito, ospite perfetto dell’anima, : “Io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Paraclito, un altro Consolatore, che rimarrà eternamente con voi -Gv 14-
E’ il dolcissimo sollievo “Nella fatica, riposo, nella calura, riparo,nel pianto conforto. Lava ciò che è sordido,bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido,scalda ciò che è gelido”

E’ il Soffio, la forza incarnatrice di vita.

E’ la lingua di fuoco simbolo di forza e rigenerazione, Paradossalmente di morte.

E’ lo Spirito che nella creazione dell’uomo cooperò col Padre e il Figlio a infondere la vita, nella passione e morte del Figlio cooperò col Padre alla preparazione salvifica attraverso la santa Vergine Maria, e così pure nella redenzione cooperò a vivificare, sostenere e santificare le anime messianiche radunate nel Cenacolo con la madre di Cristo, Maria.

E’ lo Spirito Santo concesso a tutti i battezzati che fonda l’uguale dignità di tutti i credenti, nello stesso tempo, in quanto conferisce carismi e ministeri diversi: l’unico Spirito costruisce la Chiesa con l’apporto di una molteplicità di doni -1Corinzi, 12,13-

Duccio da boninsegnaLa Pentecoste non è un giorno di festa cristiana qualunque. E’ il giorno in cui lo Lo Spirito Santo con la sua discesa sugli Apostoli e Maria completa l’opera dell’Incarnazione di Dio. – Nella sua prima discesa, aveva compiuto nella santa Vergine l’Incarnazione del Verbo, così che il Verbo divenisse, nel suo corpo, il Dio-Uomo, per esserlo nell’eternità. A Pentecoste, seconda discesa, invece lo Spirito Santo discende per dimorare nel Suo corpo cioè la Chiesa. Chiesa, come universatilità del Risorto in cui gli Apostoli sono rivestiti di Spirito Santo e annunciano al mondo quel Verbo eterno, crocifisso e risorto che Maria ha generato nella carne. Essi proclamano, lei convalida. Loro annunciano, a lei è stato annunciato. Essi diffondono la Parola di Vita, lei ha dato vita alla Parola. lo Spirito Santo è infatti perennemente presente in essa, in quanto forza vivificante e immortale, che vive nell’uomo che lo accoglie, raduna tutti i popoli e ricompone nell’armonia la dispersione causata dal peccato e pone nella storia il segno della creazione nuova che riprende il suo dominio , in cui per puro dono divino, l’uomo ritrova l’unità in se stesso e con gli altri. –
E’ un giorno di luce divina che illumina i cuori donata a ogni uomo del mondo per renderlo migliore!

download (7)Buona festa in spirito di “fuoco” a tutti!

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……

per la cronaca: Inizialmente lo scopo primitivo della festa di Pentecoste era agricolo. Una lieta festa chiamata “festa della mietitura”o “dei primi frutti”. Si celebrava il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua in ringraziamento a Dio per i frutti della terra.In altri passi era nota come “festa dello Shavuot, cioè delle Settimane poiché cadeva sette settimane dopo la Pasqua. Presso gli ebrei indicava anche l’inizio della mietitura del grano. Ma, a poco a poco , gli Ebrei le diedero un significato nuovo tant’è che la Pentecoste divenne “il giorno del dono della Legge” e alla vigilia della festa a ogni israelita era fatto obbligo di passarlo a leggere la Legge. tuttavia, la Pentecoste era una delle tre festività, dette Shalosh regalim, feste del pellegrinaggio. a Gerusalemme di tutti gli uomini. comportava l’astensione totale da qualsiasi lavoro,. un pellegrinaggio a Gerusalemme di tutti gli uomini, un’adunanza sacra ‘asereth o ‘asartha e particolari sacrifici.
La Pentecoste cristiana viene celebrata già nel periodo apostolico .Tertulliano è il primo a parlarne, come di una festa già ben definita, in onore dello Spirito Santo. Nell’iconografia descrittiva difficilmente Lo Spirito Santo è stato raffigurato sotto forma umana. Nell’Annunciazione e nel Battesimo di Gesù è presente sotto forma di colomba e nella Trasfigurazione come nube luminosa. Sebbene più volte preannunciato nei Vangeli da Gesù, è nel Nuovo Testamento che viene rivelata la personalità della divinità dello Spirito Santo.
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Test della ciliegia: genio o minchione?

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Secondo alcuni ricercatori per scoprire chi è genio e chi minchione basta un semplice test.

Come? Semplicissimo!

Basta avere una ciliegia e una tazzina o altro purché non trasparente.

A due persone prese a caso e disponibili alla prova si fa vedere la ciliegia. In altra stanza si mette la ciliegia sotto la tazza. Si fanno entrare e sedere uno per volta davanti alla tazzina, gli si chiede di aspettare 60 secondi prima di alzarla per scoprire cosa nasconde, prenderla e tenersela. Si cronometra il tempo dell’uno e dell’altro. Si confrontano i tempi e…e si ha il risultato del test!

È minchione il primo che ha alzato la tazzina, è genio chi ha atteso i 60 secondi, se poi li ha superati è genio poliedrico. Si potrebbe dire un altro Leonardo da Vinci!

Dunque, secondo i ricercatori, è maggiormente dotato di intelletto chi sottoposto a uno stimolo sa autogestire la volontà, resiste agli impulsi interni ed esterni del richiamo, ha controllo di sé e non cede ad allettamenti.

In concreto il test si basa sul resistere alla tentazione. Cioè è una prova in cui si chiede a un essere libero di compiere un azione sottostando a un criterio di attesa preciso che reprime la sollecitazione del desiderio.

Ovviamente la tesi avanzata dagli studiosi è stata comprovata con anni di studi e verifiche del test, prima sottoponendo vari soggetti presi a caso al test in giovane età e successivamente seguendoli nel tempo per constatarne l’ esattezza in base alle loro personali performance nella vita pratica. Nell’iter di analisi sui soggetti sottoposti alla prova e poi tenuti sotto osservazione, l’esito, a sostegno o meno dei ricercatori, arguito è stato : sempre brillanti e sopra la media le prestazioni e i risultati ottenuti in ogni campo dai soggetti testati e identificati come “genio”; sempre frustranti, scarsi o appena passabili quelli certificati dal test come “minchioni”.

Ho provato il test con amici di cui conosco le personali doti o i successi e insuccessi nella vita. Con sorpresa ho constatato che è piuttosto affidabile.

Poi ho voluto sperimentarlo su certi politici. Ovviamente non con la ciliegia sotto la tazzina, ma attraverso la capacità di resistere 60 secondi a controbattere a un pungolo di un avversario o di un qualsiasi interpellante. Beh la quota di geni è risultata pressoché scarsa, quella dei minchioni altissima. Comunque per constatarlo basta seguire la velocità di reazione in una qualsiasi performance pubblica, sovrapporla l’un l’altra e…e rendersi conto che la velocità è talmente alta da non comprendere un tubo di quel che dicono e….e non aver dubbi!
test uvettaBuon weekhend!

bydif

Giallino e Verdino. Favoletta dal mondo di origine antica adattabile a ogni tempo

calabrone e serpente.

 Il calabrone Verdino e il serpentello Giallino:

Un giorno, un serpentello del quartiere onestino di nome Giallino, nomato saputo furbino, convinto d’esser er meglio che se potesse ammirà nel quartiere e col su fascino irresistibile de potè conquistà chiunque gli andasse a genialità, mentre si scrogiolava al sole avvistò un bel calabrone che in compagnia di amici frullettava pimpante e determinato da attirar l’attenzione de più spregiudicati concittadini. Ueh pensò Giallio: potrei farmelo amico. Col su ronzio potrei attirar più considerazione e simpatie e con il mio fascino irresistibile riuscì a fammè consacrà er serpente più audace che ce sia in tutto il paese. Giallino se stette un attimo a interrogà su l’ideuzza. La trovò geniale, anzi sorprendente per spiazzà i chiacchieroni e togliese lo sfizio de fa sgomitolà l’ invidiosi nei scantinati. Concluse che un insetto che ronzava ronzava niente accalappiava per cu era l’ amico ideale pe’ aumentà la su fama e fasse un cerchio de fan. Così si stese in tutta la su lunghezza da potè falle intuì che ce potesse guadagnà in prestigio e chiese al calabrone di diventà amici. Il calabrone sorpreso dalla richiesta, lo guardò perplesso e non rispose con prontezza. Continuò a ronzare nel quartiere come a vole glie dì ma che te salta in lingua. Un amicizia così non s’è mai vista. Intanto però scrutava il quartiere per fasse un idea se la richiesta era un tranello o un segno de intento fraterno. Non gli parve ravvisà nel quartiere onestino movimenti strani da fallo dubità che fosse un imbroglio e ritenne che l’interesse de fa comunella era inusuale ma sincero. Tuttavia glie parve sensato non agì d’impulso e consultà l’altri calabroni amici , se faceva bene a diventà amico del serpente Giallino del quartiere onestino. Sei pazzo amico gli risposero. Quello di sicuro ha una trama, minimo de sfruttà la tu bellezza ronzàrina per attirà l’ammirazione de sui compagnucci e conquistasse più potere nel su quartiere. Eppoi sentenziò il più saggio del villaggio, l’amicizia tra un calabrone e un serpente sa di strano, forse è meglio rifiutare e stargli lontano. Il calabrone che de nome faceva Verdino ma tutti lo chiamavano scalpitino per il su modo de ronzà e ronzà senza mai stancasse, ascoltò, pensò e ripensò ma stuzzicato e lusingato dalla richiesta si convinse che era ingiusto aver pregiudizi. Ronzò sul capetto de Giallino e glie disse: L’idea di stringere un patto d’amicizia mi piace assai. Però t’avverto e ricordati bene, caro serpente che io sono un soggetto corretto che ha un cuore solo, non due o tre come cert’altri. Quando parlo, dico ciò che ho dentro, non dico mai una cosa diversa da quella che penso, e non cambio mai ciò che ho detto. Tu mi capisci vero? Certo che si! Anch’io ho un solo un cuore e una sola parola, s’ affrettò a rispondere il serpente Giallino. Anzi, ti dirò di più, l’onestà di parola è la mia bandiera, la lealtà la mia integerrima stella, la correttezza etica la mia appaiata di vita e senza alcuna incertezza, se vuoi lo scrivo e sottoscrivo davanti a gufo notarino del villaggio vicino. Il calabrone, colpito da tanta sicurezza nell’affermare che aveva un solo cuore e dichiarava principi di tale qualità morale e civile d’esser pronto a metter per iscritto lo guardò compiaciuto. Persuaso con tanta generosa esposizione di parola di sua indubbia intenzione da offrire una carta che Verdino poteva esibire per rassicurare scettici e contrari, con un gran sorriso disse: mi hai soddisfatto. Poiché la pensi come me ok , da oggi Giallino sarò tuo amico e tra una folla incredula e perplessa gli porse la zampetta. Il Giallino gongolò e avrebbe fatto una piroetta da strabilià ma preferì di: te ringrazio. Tu si che s’è un insetto intelligente e senza pregiudizi. Strusciò su la zampetta in segno de affiatamento. Entrambi felici, festeggiarono l’avvenimento.

Dopo aver stretto amicizia, sebbene il fattaccio, come l’appellava un pavoncino contrariato per avé perso la su ruota, aveva sollevato un clamore ridondante in mezzo pianeta animale e suscitato tanti ambigui sorrisetti da una parte e dall’altra nei quartierini di appartenenza, sembrava che niente potesse turbare quell’insolito connubio tra il serpente Giallino e il calabrone Verdino.

Mentre il tempo scorreva in letizia reciproca, e tutto filava a meraviglia con scambio di cortesie, tante pubbliche manifestazioni di stima e rispetto da fa torciglià le budella di invidia, un giorno il serpente si accorse che il su proposito di amicizia per attirà ammirazione e aumentà i fan traballava tanto che era l’amico a spopolà sui social e ovunque a fasse applaudì dai fan. Allarmato se sussurrò: quell’insetto ronzante da stordì nun po piacé . Che brogli sta a fa mi danno?. Ben determinato a raggiungere i su fini disse al calabrone: amico caro, giacché abbiamo fatto amicizia dobbiamo stare più in compagnia, dirci tutto con sincerità e da oggi condividere, con i tuoi e i miei, il nostro rapporto. Son d’accordo rispose il calabrone. Ormai sai che la mia lealtà, di comprovata nomea in chi già mi conosceva, non verrà mai meno. Bene, bene si disse fra se il serpente Giallino, è proprio quello che me aspettavo de sentì da sfruttare a mio favore e siccome coi sui ronzii me sta oscurando me pare giunto il momento de neutraulizzalo. Poi gli fece la proposta di rafforzare l’accordo agli occhi del mondo offrendo un gran banchetto a casa sua. Il calabrone, prese la proposta come un atto di onore. Strafelice di tanta considerazione, accettò l’autoinvito di Giallino e subito volò al suo villaggio a preparare un ricevimento degno dell’amico. Poiché era orgoglioso e non voleva dar adito a malelingue impegnò tutti i calabroni del villaggio a lui affezionati a darsi da fare per accoglierlo. Sotto, sotto, non tutti i calabroni erano contenti di questa amicizia e consideravano di buon auspicio banchettare in compagnia del serpente, di un quartiere di cui sapevano poco o niente ma si vociferava fosse un covo di velenosi rettili scansafatiche camuffati da censori di costumatezza. Però, per rispetto a Verdino prepararono vivande d’ogni qualità, e tanti dolci che avevan saputo essere assai graditi al palato del serpente Giallino. Quando Giallino giunse in paese tutti i calabroni accolsero l’ospite con grande strombazzi e lo accompagnarono a casa di Verdino dove fino a sera fra canti, danze, rulli di tamburi banchettarono come fossero amici per la pelle da sempre. Quando il sole tramontò e il buio avanzazava il serpente chiese al calabrone: dove dormirò amico stanotte?. Weh, amico mio, ho preparato un letto soffice soffice proprio adatto a te! Un letto? Non mi piace nessun letto, voglio dormire nel tuo ventre, fece eco Giallino! Verdino stralunò gli occhi per lo stupore, dormire nel mio pancino, mi pare un tantino impossibile, vedi ben che io da insetto, son assai più piccolino di te! Su, su. Non mi contrariar. Non è poi tanto difficile amico mio entrar nel tuo pancino. Se non vuoi…me ne torno a casa! Macchè, macchè. Ti ho detto che io ho un cuore solo. Giammai per una simil cosuccia rovinerei la nostra amicizia. Dai proviamo! Ciò detto, Verdino spalancò la bocca a più non posso e il serpente con un sorprendente guizzo strisciò nel pancino del calabrone. Arrivato fino in fondo, si arrotolò, guardò da ogni parte e vide che aveva proprio un cuore solo. Soddisfatto s’addormentò. Giunto il mattino Verdino spalancò la bocca e Giallino pimpante e ben riposato uscì fuori e disse all’amico: Hai detto la verità. Hai proprio un cuore solo! Ti ringrazio per la magnifica accoglienza e l’ospitalità, ora torno dai miei ma tu verrai da me? Il calabrone, col morale alle stelle per le parole e l’invito promise subito a Giallino di contraccambiare la visita. Il giorno stabilito si recò al villaggio dell’amico, fu accolto con grande allegria. Ricevette cibi e bevande a volontà e passò ore veramente gaudenti da scordà ogni pena de dovè ronzà dalla mattina alla sera per agguadagnasse la pagnotta. Giunta la notte, stanco e un tantino sbronzello per i cin cin di buon auspicio profusi a volontà dall’amico, domandò : Dove posso dormire questa notte? Carissimo sii serenissimo. Ho preparato una stanza con un letto caldo che riposerai come un re, rispose il serpente. Eh no!. Obiettò il calabrone. Anch’io voglio dormire nel tuo pancino come tu hai fatto con me! Uhm… Tu, con quel pungiglione là, dormire nel mio pancino? Mi pare rischioso. Potresti ferirmi e farmi morire, disse il serpente accigliato. Ma che te vai a pensà Giallino, io ferirti. Siamo o non siamo amici?. Ribatté serio Verdino. Eppoi tu sei stato nella mia pancia e mica mi hai iniettato il tuo veleno! Il serpente a tanta puntuale esposizione dell’amichetto non trovò ragione da schivare la richiesta e si rassegnò a far dormì il calabrone nel pancino. Così spalancò le fauci e il calabrone ronzando entrò. Appena Verdino ebbe passata la gola di Giallino trovò un cuore. Bene pensò, è veritiero come credevo. Ma volando più giù ne incontrò un altro. Oilà esclamò che ce sta a fa quest’altro cuore? Scendendo più giù ne incontrò un altro e poi ancora un altro. Alla fine ne contò sette. Caspita, se disse il calabrone, sette cuori me paion davvero troppi. Spero d’aver avuto le traveggole altrimenti l’amichetto m’ha buggerato. Un tantino allarmato, si rifugiò in un angolo. Quando stava per addormentarsi vide i cuori del serpente radunarsi e poi iniziare a discutere. Sentì uno dir: Come mai quell’insetto è entrato qua?. Non mi piace, tagliamolo a fettine e mangiamolo! No, disse un altro. L’ insetto al momento è nostro amico. Non è giusto fare quel che dici. Aggiunse un terzo, ancor ci fa comodo. Bisogna lasciarlo stare. Intervenne un quarto, vabbò. Per ora lasciamo che l’insetto stia qua, se la dorma tranquillo e al sorger del sole esca incolume. Se torna però… con tale sospeso tutti in coro conclusero, tanto sta nei paraggi, avremo l’occasione di iniettargli assai veleno in corpo da papparcelo indisturbati! Il calabrone che di istinto s’era scrollato la sbornietta capì molto bene i loro discorsi e rabbrividì. Meravigliato e offeso, rimuginò: dunque, dunque, il mio amico Giallino ha mentito. Ha tanti cuori e quel che è grave ognuno la pensa in modo diverso e mira a toglieme de mezzo. Oibò temo assai che questi prima o poi troveranno un appiglio e mi uccideranno. Intanto il sole sorgeva. Il serpente Giallino spalancò la bocca e il calabrone ancor scosso dalla scoperta lesto uscì. Svolacchiando furibondo guardò il serpente dritto negli occhietti e disse: Caro serpente, ho scoperto che sei un bugiardo e i tuoi pensieri cambiano come il vento. Quando tu hai dormito nel mio ventre hai trovato un cuore solo Io invece nel tuo… altro che un solo cuore ne ho trovati assai più. Molti di più e tutti infingardi. Alcuni volevano ammazzarmi. Uno decise di lasciarmi vivacchiare ma col proposito di farmi fuori se sto nei paraggi. Un altro di stecchirmi comunque spruzzando di continuo veleno. E un altro di farmi a fettine appena metto un aluccia alla tua porta. La tua amicizia è una finzione. Sono più che triste a doverlo ammettere, stanotte ho afferrato che chi ha più cuori e cerca l’amicizia ha intenzioni fraudolente. Da questo momento è finita. Un amico sincero ha un cuore solo e una sola parola. Torno dai miei. Per sempre me ne guarderò da chi vuol esser amico mio! Il serpente Giallino, fattosi nero di rabbia, tentò con veemenza di negare che aveva più cuori e cercò di addossare a Verdino la menzogna alludendo che era tanto sbronzo da aver vista e testa in confusione e che la molteplicità cuori eran una sua invenzione, un pretesto per rompere l’amicizia. Tanto disse e tanto confutò a sua onesta intenzione che richiamò tutto il vicinato. Uscì pure il suo avvocato, ma a Giallino niuno valse. Il calabrone sicurissimo della falsità d’intenzione, non cambiò opinione. Infastidito della sua manfrina onestina onestina riconfermò al Giallino che l’amicizia era una finta, ben altri scopi nascondeva e uno era quello di accopparlo.

Detto ciò, con un ronzio ultrasonico e senza salutare lo abbandonò.

Rammiricato di essersi fidato volò al suo villaggio promettendosi che mai più sarebbe cascato in simil tranello, specie se certificato. Bensì la questione non finì li. Siccome gli amici del villaggio l’avevano sconsigliato di non fidarsi d’uno tanto diverso dal suo habitat naturale Verdino fu portato davanti agli anziani. Questi si consultarono e convocarono i due litiganti in tribunale. Il calabrone raccontò di come si era fidato della parola del serpente, di come avesse scoperto con tristezza che gli aveva mentito affermando di avere un solo cuore mentre invece ne aveva tanti, tutti tra loro diversi e in combutta per liquidarlo senza tanti preamboli. Il serpente strisciando da questo a quel giurato invece giurava che era onesto, onestissimo, lui aveva un solo cuore e mai ne aveva avuto un altro che la pensava diversamente, aveva chiesto d’esser amico di Verdino in modo disinteressato, attratto solo dalla sua bellezza. Il calabrone era una astuto, falso, prepotente e svergognato, camuffava la verità dei fatti per rompere un patto d’amicizia probabilmente per farsi gli affari suoi con altri insetti. A tutti giurava che quelli si che eran tanto infidi, facili a lasciarsi corrompere con qualche promessa di regalucci mentre lui era incorruttibile e mai e poi mai i suoi cuor avevan tramato di sfruttare l’amicizia per conquistare simpatie, allargare la popolarità per dominare nel su e altrui quartiere e poi distruggere il calabrone. Ma ascoltate le due versioni il calabrone, vinse la causa e il serpente fu dichiarato un essere infido e traditore dal quale ognun con senno era bene stesse lontano. Non contento della sentenza il Giallino se la prese col su avvocato che aveva profumatamente pagato per attestà che Verdino era un bullo impostore, s’appellò a giudici e stampa, si mise a sputà veleno da sembrà un vulcano in eruzione. Ma il popolino accorso per curiosità si mise a ridere e gli strillò che di grulli imbroglioni ce ne è pieno il mondo.

Nella foga il giallino s’era tradito, più volte aveva ripetuto che “ i suoi cuor mai avevan tramato a scopo raggiunto di distruggere il calabrone ” e tutti avevan ben capito che per convincere Verdino a diventar suo amico aveva con proposito mentito.

Nel chiudere la querelle il saggio più anziano sussurrò: il final della storia era assiomatico. L’amicizia così strana solo tra gli uomini funziona! Un coleottero giovincello che gli stava vicino sentì e rimuginò: se pure mio nonno ogni giorno lo ripete deve esser vero.

bydif

Si sa, le favole non hanno  tempo e realtà ma a leggerle …da ovunque provengono ..son sorprendenti!

A mamma che…

festa mamma

A mamma che lustri or sono, giovanissima donna, sentì il mio primo vagito, con quella semplice gioia che sgorga da un cuore protettivo subito mi fasciò con tenerezza, mi allattò con generosa amorevolezza, mi cullò con dolcezza e come una bimba che mai ebbe una bambola da stringere, carezzare, abbigliare, dedicare tempo, sbizzarrire fantasia e sogni, nel giorno della mamma vorrei tanto, ma proprio tanto farle arrivare un immenso mazzo di papaveri, margherite e fiordalisi. Un mazzo di quei fiori spontanei, dai profumi intensi e delicati dai colori allegri e al tempo stesso invitanti a una giocosità meditativa di candore, passione, celeste visione, tanto difficili da reperire da un fioraio quanto semplice trovar disseminati nei nostri prati, sulle colline, nei campi di grano, ai bordi delle strade e che tanto, in questo mese di maggio, a mamma che mi strinse forte a se Le piaceva raccogliere per abbellire la tavola e adornare la sua “adorata madonnina”, per dirle: grazie mamma. Un grazie mamma che non ho mai saputo esprimere con quella intensità, quella affettuosità profonda da lacerar le viscere, quel sentimento caloroso che penetra l’essenziale, abbraccia anima e cuore e trasmette amore e riconoscimento a anni e anni di dedizione, comprensione, soprattutto duri sacrifici, morali e materiali vissuti e fatti vivere con tantissima leggerezza di spirito da non inibire nel cammino della vita personale desideri, prospettive, scelte e convinzioni. Un grazie di fragranze genuine, come il suo animo rimasto sempre gentile un po’ bambino, gaio, aperto alla meraviglia, alla freschezza entusiastica, saporoso di coraggio, altruismo e un tantino di riserbo riflessivo. Un grazie mamma radioso come il suo amore incondizionato, abbagliante come il suo sorriso affascinante, prezioso come il suo abbraccio rasserenante.

Vorrei tanto, oggi, festa della mamma, riempire di fiori di campo l’infinito per esprimere alla mia che i suoi “fiori” d’amore, sbocciati tanti lustri fa, nel suo cuore, giammai sfioriscono e ogni giorno sempre più riempono  e profumano il mio.

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Grazie mamma!

Grazie a tutti i cuori di mamma che ti fanno compagnia! 

bydif tua figlia