Una domenica sul… Monte

monte tabor

Già su quel pulmino, in compagnia di volti sconosciuti che si inerpicava, ebbi la sensazione che lo scenario di quel Monte aveva qualcosa di differente da renderlo affascinante e in quel salire a brivido sui tornanti c’era qualcosa in più del recarsi a visitare un luogo turistico.

Oltrepassata la “porta del vento” che con le sue pietre grige, sembra dir son qui a testimoniar la storia, sotto un cielo turchino, metto piede su una radura sassosa, contornata da alberi con a ovest una vista magnifica sulla pianura lussureggiante di campi verdi, delineati da forme variabili, incredibilmente perfette, dal rotondo al quadrato, illuminati da un sole splendente. A est, mura dirute scorrono in un lungo viale di cipressi e pini. A ruota del gruppo multietnico l’imbrocco e mi incammino per il mio giro di visita e conoscenza a luogo e monumenti. A fine viale, la natura s’apre a una incredibile prospettiva di fiori e verde. Varco un cancello. M’accoglie un giardino dalla vista e dai profumi attraenti con cactus giganteschi da sembrar quasi finti da quanto sono particolari, cascate di boungaville, di bianchi gelsomini, olivi, pini, querce d’un verde intenso, una varietà di colori che iridano l’occhio e dirigono i pensieri all’astratto solitario. Sorpresa dallo spettacolo mi incammino per giungere alla cima del Monte, punto focale del mio essere li. Mentre attraverso quella rigogliosa oasi con sole che macchia le foglie, delinea percorsi, tinge di rosa le vesti mi par che… Che le mie le scalda, le ribolle tanto che cerco un posto in ombra per refrigerarle. Trovo un angolo, mi siedo a ridosso di un muretto da cui sporge un cespuglio al culmine di una fioritura di un intenso fucsia e vermiglio da espandere un senso di chiarore all’animo esitante e scrutatore, finito in quel bollore per un impulso errante assetato di incontrare, conoscere, trovare, nutrirsi di bellezza e al contempo svuotarsi di quella consumata. Rimesto nella sacca-zaino in cerca del ventaglio ma il riverbero d’un raggio mi colpisce in fronte, mi blocca la mano, mi sfoca il pensiero, rende senza tempo lo sguardo e..e percepisco. Intuisco che il bollore delle vesti che mi ha arenato sotto quel cespuglio non è altri che un ribollir intimo. Poi, come per malia, quel riflesso ne snocciola il senso, l’origine, e in tutta la sua crudità svela la mia viaggiante pena. L’impatto è forte, tento di sollevarmi per disfarmi da calore e vista. Inutile. La cognizione mi sovrasta. Si accende e riarde sotto le vesti da scuotermi la terra arida a vulcano da farmi schizzare oltre quell’oasi sul Monte per depositarmi alla foce  di un fiume lunghissimo per esplicitarmi il suo gorgare diramante fino all’estuario. Ravviso egoismo e un tantino di terrore. Formarsi l’inquetudine. Presentarsi all’ego con passo smorzato. Infilarsi nei ribelli turbamenti intimi. Insediarsi col suo fluire nervoso negli incofessi desideri di rifiuto. Mettersi in azione dirompente la stabilità interiore nel momento ostinato di un no al Monte egotico.

Fu un giorno garbuglio.

Presa dal panico feci del tutto per abortire il Monte dal mio quotidiano temporale.

Anche se v’ero salita tante volte, anche se migliaia di altre avevo detto lo accetto, salgo. La verità nel profondo era altra. Ogni volta vi ero salita non per accettazione ma per aspettativa che il pendio si trasformasse in pianura. Purtroppo ogni volta era sempre Monte e assai arduo da scalare. Così, quel giorno, lo rifiutai a priori alla mia oggettività. Con cocciutaggine dissi: non lo voglio più nella mia vita come una condizione di eventi perfettibili e quindi di sofferenza trasfigurante atti e pensieri. Semmai che si presenta e debba inerpicarmi voglio, pretendo, sia un Monte temporaneo e per ogni salita indietro ambisco cose come soldi, contentezza, certezza di costruire senza subire crolli. Soprattutto rivendico  un diritto di gratificazione a profitto dei miei figli. Insomma ogni arrampicata obbligatami dalle circostanze, leggera o ostica, deve darmi la contropartita certa  che giammai i miei figli saliranno a un Monte. All’opposto mio, nella vita avranno tutto. La felicità in ogni sua accezione.

Che asineria il mio rifiuto e che utopia il mio esigere!

Anelavo, volevo.. ? Beh, ho avuto… abbondanza di stress fisico e mentale!

Difatto, rifiutarmi patteggiando un corrispettivo non ha eliminato i Monti da rampicarsi. Solo peggiorato le condizioni nell’affrontarli .

Invero quel rifiuto ha instaurato un meccanismo intimo di irrequietezza persistente che a mano a mano che constatavo il non ottenimento ambito, cresceva, cresceva e poi sprofondava nell’ interiore da rendere sempre più difficile mantenere il controllo da impedire di diventare insopportabile compagna di ogni parametro della realtà. La conseguenza del categorico rifiuto era logica ma sopraffatta dall’ego cieco non avevo saputo discernerla. D’altronde come potevo se mi ero ficcata in testa il tarlo fisso che a un certo punto della vita volevo essere una privilegiata, anzi una specialissima. Se, consideravo un diritto divino che la vita mi premiasse. Anche perchè ero straconvinta che quel Qualcuno di soprannaturale in cui credevo, se non prima almeno poi, doveva intervenire. Per meglio dire dall’Alto della sua giustizia doveva calare a tutti i costi la mano benigna della ricompensa sotto forma di beni materiali, guadagnati accettando il Monte e soffrendo ogni genere di traversia nell’ arrampicata?

Nel mentre quel riverbero frondava obliquamente i giganteschi cactus e mi dipanava l’origine dell’ inquetudine incessante che da anni trapanava l’intimo, e bruciava le carni, sento un frescore. sfiorarmi e quel bollore che mi ha arenata in quell’angolo sparisce. Riprendo il percorso del mio giro. Tra un mare di aromi, un multicolore variegar di forme fiorite, di verde, cocci, ruderi, oltrechè un accogliente ristoro con dei giovani sorridenti, un via vai di gente, di scatti fotografici, arrivo al punto alto, alla spianata del monte. Alla Basilica.

L’impatto visivo è notevole. L’architettura, di robusto vagheggio gotico, con le due torri campanarie protese verso l’Alto, si staglia nel cielo di un azzurro trasparente, come a chiudere all’occhio ogni visuale che disloca l’attenzione verso il basso per inquadrarla su un panorama ascendente indemarcabile. Ma ancor più significativo lo è quello dell’ingresso. La magnificenza policroma, le pietre pregiate, i marmi, le finestre, gli alabastri, le capriate, le figurazioni, il pavimento che a tre quarti della navata, con una ventina di gradini, sprofonda in una cripta che nasconde i resti di preesistenti fabbricati e in fondo culmina l’incanto nello sfoggio di un presbiterio, con uno splendore di mosaici di fattura italiana, d’insistente luccichio da ammaliar occhi e anima e parer inoltrarsi nel cielo. Affascinata dallo sfolgorio di bianco, blu, oro che riempe le curve pareti, mi siedo sulla panca sinistra del presbiterio. In silenzio miro e rimiro le tessere mosaicali e cerco di carpire ogni dettaglio delle immagini per fissarle nella mente. Quel guardare, nel suo insieme, mi estasia e come Matteo mi vien da esclamare : “è bello stare qui” .

Tanto bello da perdermi ogni cognizione del tempo e del contesto.

Nel mentre sto imbambolata con l’occhio fisso, su uno dei mosaici un brusio di un folto gruppo di visitatori s’approccia all’orecchio. Intuisco che l’atmosfera cambia e sta per iniziare la messa ma il mio muto imbambolamento non cambia. Un rincorrere di impressioni fortissime estrania la mente e tiene l’occhio inchiodato sui mosaici da non riuscire a seguire attivamente la messa che officia don Carlo.

A un tratto una dolcissima soave melodia si diffonde, cheta, avvolge, trasporta in uno scenario di luce. Tanta luce. Amore. Tanto amore. Mi par avvertire un respiro immenso. Forse è il fiato unisono della folla, penso. Riconcentro lo sguardo su tutta quella magnificenza artistica che mi circonda e.. E poi, che strana sensazione provo guardando i mosaici innanzi a me. È come se qualcuno dalle spalle mi sfila un sacco pesante!

Con una fugace riflessione mi dico: m’è parso che qualcuno mi ha tolto un carico.

Boh, non so capacitarmi dell’impressione ma mi sento alleggerita.

Ne incredula ne convinta seguito a guardare e poi domando: cosa c’era dentro, nel sacco, di così pesante? Anche se, a volte, mi dibattevo per togliermi qualcosa di fastidioso che mi piombava su un punto morto, rendendo il sorriso da spontaneo a greve in ogni gesto della vita, a essere sincera non mi pareva di avere un carico sulle spalle! Però.. devono essere state tante le cose che avevo infilato nel sacco se quando Qualcuno me l’ha sfilato ho provato un senso enorme di sollievo. Una leggerezza da sentirmi libellula e una beatitudine che mi trasportava oltre le pareti, fin in cima a una cascata d’acqua cristallina che depurava d’ogni scoria umana!

Perplessa dalla sensazione mi alieno dall’ insieme della folla.

Mille domande si affollano nell’intimo pensiero.

Non so darmi una logica.

Attonito lo sguardo fugge lontano. In silenzio guardo, non prego, o forse si. So che guardo, guardo e mi alleggerisco, guardo e mi libero. Una luce radiosa penetra dalla vetrata m’invade d’un ardore come da lunghissimo tempo non provavo.

Ohohoh.. Sono libera, libera, libera.

Libera da che? Non lo so ancora!

Strano.

Mentalmente ripeto un ritornello: i pesi si sono alzati, qualcuno li ha sollevati, finito il passato, si apre il futuro. Aria di Cristo ho respirato, pace e gioia mi ha toccato. Aria di misericordia fraterna mi ha circondato, il cammino è avviato, dove condurrà non ho da saperlo, oggi basta crederlo. Confido, spero, credo e spero che …che il tempo poi… non sia spietato con me! Guardo ..non prego..o forse si…

Una mano mi scuote. Una voce mi chiama. Passi mi tronano ma non mi distacco. Arriva don Carlo, perentorio mi intima di uscire e riaggregarmi al gruppo. Controvoglia mi alzo e lo seguo. Una luce accecante mi onublia la vista. A orecchio seguo il gruppo. Ripercorro il viale di pini e cipressi fino alla radura. Come un automa salgo sul pulmino che riporta a valle. A poco a poco riacquisto cognizione visiva. Rioltrepasso la porta del vento, un radioso chiarore m’invade d’un ardore come da lunghissimo tempo non provavo. In un attimo mi par chiaro il perché da un po’ camminavo con passo angoscioso, da un po, come impedito da una pigrizia cronica, insolita per me,il sorriso spento e atrofico non affiorava più sulle mie labbra. Ballenzolando su quei tornanti scoscesi guardo lo spettacolo naturale di quella terra che mi sfila fuggevole come il vento con predisposizione nuova, come a carpire una comunicazione, un linguaggio,un espressione da portarmi in aggiunta al momento vissuto e mi si apre un oltre di sensazioni extra luogo che non so descrivere. 

Non so, cosa sia avvenuto sul Monte, luogo di silenzio, ascolto, preghiera e contemplazione. Luogo spirituale, meta di continuo pellegrinaggio. So che tornata mi ha schiodato il c.. dal divano. La paura di affrontare il monte è scomparsa. Anzi, se si presenta mi par un pendio su cui inoltrarsi è camminare tra rose e fiori, tanto  piacevole da arrivare in cima senza fiatone e con una sensazione di vittoria, di completezza intima ineguagliabile da farmi gustare la vista panoramica che mi si presenta comunque sia.

Effetto montagna trasfigurazione? Boh, Mistero!

Buona domenica a tutti e… se vi capita o decidete di passarla inerpicandovi su un monte osservate bene il panorama per cogliere l’ oltre campo visivo. E’ meraviglioso!

bydif

la porta del v

.. Ci son tornata per scoprirlo. Solitaria il Monte mi ha accolto. In silenzio ho meditato. Forse l’importanza del luogo mi ha mutato ma  forse no..Forse ho pregato ma anche no…forse ho ringraziato ma anche no…ma di certo ora  so…Nel mondo sei invitata a essere il riflesso di ciò che vivi sul monte..Perchè? Se ben ascolti e guardi  Lui sul Tabor c’è.  Eccome se c’è!

Amica mia

africa 2

VORREI

AMICA MIA

NON PARTIRE

VORREI

AVVINGHIARMI ALLA TUA MALIA

UBRIACARMI DEL CALORE CHE T’AVVAMPA

SPOGLIARMI

SVOLAZZARE SINUOSA

RAMPICARE LA CORRENTE RITROSA

VORREI

TUFFARMI

NELL’ACQUE SPIROSE

AVVOLGERMI

NEL VENTO SALIENTE DALLE CAVITA’ VITROSE

ALEGGIATO

IN VERDI SCIACQUII

DA UN OCEANO INDIANO FATATO

VORREI

NON SPRECARE ATTIMI PREZIOSI

EMPIRE L’ANIMA MIA DI SUONI IMPETUOSI

SOPORIRE

I VAPORI VOLUTTUOSI DELL’ ATALANTINO

IN CIMA ALLO SPERONE PALADINO

GRIDARE ALL’ECO

TRASLOCA IL MULINO

DEL CUORE

NEL REGNO FORASTIO DEL DESIO

VORREI

ROTANDO LO SGUARDO

ABBRACCIARE LA FORESTA LUSSURIOSA

VALICARE

I CANCELLI DELL’ORDINARIO

INEBRIARMI

DÌ VITA ANTICA MISTERIOSA

PELLE FUMIGATA DA SOLI COCENTI

SUDORI ARDENTI SPALMATI IN DIAMANTI

PIOGGE VELIERE

SERRATE TRA ROSACEE SCOGLIERE

VORREI

ESPLORARE LE VISCERE VULCANE

INCONTRARE L’IGNOTO UMANDIO

LASCIARTI SENZA ADDIO

VORREI

CIRCUNNAVIGARE IL MARE CHE T’ABBIGLIA

CARPIRE L ’ENERGIA DI TERRA AMICA

CHIUSA

IN SUOLO OCARINO DÌ FATICA

SFERZATA DA RUGGITO D’ONORATO CRINIERO

BARRITO TONANTE MORZO D’ AVVENTURIERO

SFIORATA

DA PETALI DI FRONDE NERE

BAMBINI BALZELLANTI SU GRANI STRANIERI

SCROSCIATI DA INSODATI SENTIERI

QUAL FIORI SINGOLARI D’ABBAGLI SENSUALI

GIUNTI DA PARADISI ANCESTRALI

VORREI AMICA MIA

ANDARE LONTANO SENZA MALINCONIA

CAVALCANDO I TRAMONTI INFERINI

ARCHETIPI FUOCHI USURPATI A DEI ALATI

INFIAMMATI DA CIELI SCATENATI

VORREI

IN TUA COMPAGNIA

SALTARE NEI PRATI SCONFINATI

SAZIARE I DESERTI DESOLATI

PIANTARE UN FIORE NUOVO D’ARMONIA

LASCIARE UN PIZZICO D’ANIMA MIA

VORREI

PORTAR CON ME LA TUA MAGIA

CULLARLA OGNI MATTINA

DESTARLA

SUL PETTO ANSANTE D’AMORE E MERAVIGLIA

BLOCCARLA NEL PUGNO

SCOLPIRLA NELL’OCCHIO

RITROVARLA

NEI CASSETTI DELLA MEMORIA FRESCA DÌ SAPORE

SCORRAZZARLA IN OGNI DOVE

FIN QUANDO

EVAPORANDO IN STELLA

RICADRO’

LUCCICANDO SU LINFA DI FOGLIA

SDEBITANDO’ IL FAVORE CON VIRTU’ DI CIGLIA

AD AMICA PRODIGA CHE M’EMPI’ DI GIOIA

e.r

africa

Grazie Lucy!

dif

Un pomeriggio libero.

f. rossi

C’è silenzio in questo pomeriggio.

Seduta sul tronco d’un vecchio albero, guardo il cielo. Le macchie di azzurro intenso, fra le chiome degli olivi, sembrano oblò da cui poter carpire la visione di un scenario sconosciuto da fissare nella mente. All’intorno, un silenzio avvolgente crea una atmosfera senza tempo ma non irreale. Piuttosto di estraniamento da quel tic tac che ti scandisce e condiziona, t’incalza continuamente al fare senza sosta. Un profumo particolare, energico sale alle narici, prepotentemente invade ogni fibra, scuote e poi, come balsamo magico, sgombra dal cervello qualsiasi cosa lo molesta. Fisso lo sguardo su le merlature delle mura antiche. Le cupole, l’oro, i cipressi, i sassi, i fiori, le stradine, la piazza dei bus in sosta, i soldati in gruppo m’apparono tutti statici. Poltriscono nell’afa pomeridiana come in migliaia di altre città sparse nel mondo in attesa di brezza che li mobiliti. Nessun pensiero mi si affolla. Non prego. Muto lo sguardo vaga per comprendere come in un posto tanto carico di tensioni ataviche tutto si mostri così pacato, flemmatico, distaccato. Perché non avverto divisioni, discordie, rivendicazioni, turbamenti? Eppure dovrei percepirle. Invece è come se una forza millenaria mi ricordasse che i secoli, gli anni qui non circolano come nel resto del pianeta. Qui tutto defluisce senza angustiare e pressare. Qui tutto è predisposto per ascoltare, aspirare, immagazzinare senza preconcetti. Silenzio e placidezza mi distraggono l’occhio. Una lieve brezza mi accarezza. Un fiore rosso porpora mi sfiora. Quassù,la vista è magnifica. Ho avuto fortuna. Inoltrarmi tra cactus, palme e rosmarino posto migliore di questo non potevo trovare per gustarmi questo pomeriggio libero. Tutto sembra magico e perfino il tronco su cui son seduta assomiglia a un morbido divano. É proprio vero che basta aprire gli occhi al mondo per trasfigurare l’intorno! Intanto, una silenziosità trascendente impregna l’aria e rende ogni cosa coinvolgente, voluttuosamente morbida come una coperta di cachemire. Che sensazione! Un brivido sprofonda, risale, divide e mi esplora l’anima. In quest’angolino di terra, popolato da olivi, fiori, arbusti e aromatiche il silenzio arcano e al tempo stesso vocifero scollega dal guardare sentire e recepire consueto; invita esclusivamente a stare in propria compagnia e a dialogare con quel tu che zittisci, trascuri, deformi, modelli sui frastorni dei mille extra richiami fuggevoli. Il tutto diventa impercettibile, privo di ordinarie esigenze vincolate ai sensi, al conveniente, al moto. Resto immobile. Ascolto. A poco a poco avverto un grattio, sembra carta vetrata che scrosta, liscia e polverizza da un vecchio legno indurimenti e magagne. Un batter d’ali, si associa al grattio, assomiglia a uno spruzzo antiparassitario che volatilizza infestanti desideri e aspirazioni promossi da una società apparentata con l’emergere ed esclusivamente aggregante a valori merciferi, discriminatori dell’essere.  Aspiro. Un sentore di essenze riposanti virginea l’inutile fastidioso di azioni e pensieri. É bello questo immobilismo fisico e mentale. Nessun rumore umano mi perviene a disincantarmi. Ascolto. Ascolto il silenzio. Immobile ascolto fuori e dentro l’ armonia sinfonica del silenzio. É entusiasmante. Più vivo e palpitante di una folla al mercato. Accordi di note sconosciute riempono le stanze intime di vibrazioni che soppiantano il silenzio con una esplosiva concertazione. Una concertazione in cui musicalità mai credute possibili inondano e fanno straripare qualsiasi argine edificato a scudo. Suoni, acusticamente mai voluti afferrare per non andare oltre il proprio mediocre recinto, rimbombano massacrando lo scontato congetturale melodico dell’ego. Una subbugliante gamma sonora, spiazza le frequenze ricettorie e trasforma all’inverosimile i ritmi assimilativi. Tutto il se diventa una trasparente partitura che decontestualizza l’impersonale uditivo. L’intimo si fa spartito concertale di un luogo strabiliante per alloggiare raffinatezze sonore. Rifisso lo sguardo sulla collina, sui tetti, le cupole dorate, le strade, gli alberi, i sassi, i fiori, i colori che sbucano dai recinti dei giardini privati. Tutto è vivo e palpitante; ha un anima. In ogni cosa, anche nella polvere, sento un respiro che contagia, avverto un passo lieve che catalizza, colgo echi di parole avvincenti. Nulla più poltrisce. Come è avvenuto? Non so spiegarlo. È avvenuto. D’altronde non è un luogo insignificante. Tanti sono i motivi che portano ad approdarvi e altrettanti quelli che inducono a evitarlo. Alla fine capisco. Qui tutto ha un direzione, un accezione, un apprendere senza veli. Quando ci capiti, sia per caso che per volere, instauri un rapporto tanto intenso e inusitato col magistrale concertatore che esatura pesi e orpelli rendendoti vibrante uditore e interprete dell’ascolto. Oh, oh, com’è.. Uno scoppio mi fiocina le orecchie. Un fuoco divampa. Sirene bucano l’aria. Sono tante. Militari ovunque macchiano il panorama togliendogli la magia statica. L’ovattato silenzio si dissolve. Confusi suoni di voci rimbalzano. Non saprei dire da dove.  Come pietroni stupore e grida rotolano giù dalla collina, invadono l’angolino eremo pomeridiano nel quale estasiata da ore sosto. Alzo lo sguardo. L’azzurro è sparito. Cielo e terra somigliano a brace ardente. Non è brace. É sangue. Arrossa il silenzio. Tambura il cuore. Improvvisamente il cellulare squilla. La voce preoccupata di mio figlio mi giunge remota. Concitato mi chiede dove sono e come sto. Non comprendo la sua apprensione. Qui tutto ok  gli dico. Insiste e chiede se sono al sicuro. Certo che sono al sicuro, anzi al sicurissimo. Gli mando un bacio. Poco convinto della mia sicurezza mi saluta con  un sacco di raccomandazioni. Di che ha paura. Bah..mitraglie e uomini  tacciono. Tace anche il silenzio di quest’angolo. La normalità ringhiotte case, strade, animosità umane, dissidenze etniche, politiche e ideologiche.

In questo pomeriggio libero, itinerando oltreil recinto,  tra i profumi e il  tepore d’un sole imprterrito tanto ha parlato, tanto ho ascoltato.  Rimarrà impresso?   Rimarrà.  Il rosso è un colore tenace. Il mitra un oratore persuasivo. Il filo spinato un pluralista efficiente!

PA200467

bay dif

Ops…dimenticavo d’esser  o… ero in un triangolo di terra secolarmente accidentata da

 muri e fili strappa pelle, interessi contrapposti, rivendicazioni territoriali, credo antagonisti.

VETRINA

vetrina.JPG
Ultimamente, con la scusa che avevamo bisogno di un break , io e mia sorella  ci siamo concesse  un breve viaggetto, mentre giravamo per una delle  vie principali della città, già sfolgorante di luci e di invitanti acquisti prenatalizi, più che soffermarci sulle bellezze architettoniche  ci siamo sbizzarrite ad osservare il via vai della gente. Si recepiva che il loro andare era voglia di vedere le  novità, di scovare qualcosa di allettante  da acquistare.

Infatti, quasi tutti dopo aver sostato qualche po’ a guardare gli articoli esposti nelle vetrine, sbirciando i prezzi, peraltro impresa difficilissima,  entravano nei negozi e ne  uscivano  con colorati e griffati sacchetti di carta con l’aria felice e soddisfatta. Guardando qua e la ci siamo accorte che  davanti ad un negozio c’era la fila, pensando che fosse dovuto ai prezzi vantaggiosi abbiam convenuto d’approfittare. Arrivate davanti alla vetrina con qualche sbracciata, era tanto invitante che abbiam cercato i prezzi,oh, non c’era un prezzo visibile, se non con la lente d’ingrandimento. Perplesse siamo entrate, guarda qua, vedi la, palpa e controlla, mia sorella poi abituata a stare tra vetrini e microscopi è una pignola terribile,  sbalordite ci siamo rese conto che erano tutti “tarocchi”si,  griffe famose taroccate, vendute  a più non posso, il bello è che la gente “straniera” come noi sapeva, c’era venuta di proposito. Non ci siamo comprate nulla, nessuna delle due avrebbe avuto il coraggio di indossare o regalare un oggetto  falso.  Uscite dal negozio ridendo abbiam continuato a scrutare per vedere se c’era l’ombra di qualche negozietto dove trovare almeno un oggetto tipico da riportare come trofeo, neanche l’ombra, l’unica cosa tipica, in quella strada, erano solo i luoghi di ristoro.

Nel tornare a casa ci è venuto spontaneo fare qualche considerazione sociologica, qualche parallelo costrittivo imposto dalla vita,  tipo: un lavoro che  obbliga alla visibilità esterna ci rende merce. Di conseguenza ci costringe a vestirci, lustrarci, impacchettarci per farci apprezzare, a infilarci  dentro una bella lattina con tanto di etichettatura distinguibile da lontano se vogliamo che qualcuno  ci considera. Dobbiamo scotolarci e confezionarci secondo le tendenze. Si, dobbiamo essere “ trend “ nel gestire, nel sorridere e nel comunicare per essere ascoltate, non essere scavalcate, messe nel retrobottega. Dobbiamo  renderci involucri esteriori perfetti e appetibili per esistere. Non importa se siamo un cliché, un barattolo vuoto, una scatola senza contenuto, un pacchetto  di cartaccia, ciò che conta è essere commercialmente ratificate, approvate, riconosciute  degne di stare sullo scaffale della vetrina, spiaccicate  in mezzo a tanta altra merce che regola  il sistema.

Basta apparire un contenitore convincente per convincere che il contenuto vale.!!! 

Tutto questo sforzo, ovviamente costa sofferenza, fatica ed energie, grava spirito, mente e corpo,  accumula tanta rabbia repressa che può triturare e ingoiare mentre ci si adatta. Ci trasforma nello stereotipo efficiente privo di ariosa giocosità e libertà al pari degli oggetti taroccati,  in mostra dietro  lustri cristalli. Ormai  si apprezza la  vetrina, che sia rappresentata da uno stupido trono, una casa artificiosa, un siparietto domenicale dove qualunque baggianata dici diventi eroe, ti strapagano per mezz’ora di mutismo, fai quattro salti in “padella”  e voilà sei un mito, un immagine sacra da portare in processione da una rivista ad un’altra, da una discoteca a un calendario. E il resto? Il resto non conta…..

Ogni tanto qualcuno scoppia, non resiste più e allora grida:

Vita, vita, vita

dove m’hai sbalzata?

In vetrina

mi sento schiacciata

Apri

maledetta

la porta barrata

Fammi uscire

nel reame incantato

Dove

io possa giocare

beata

Abbandonarmi

all’abbraccio assolato

Altalenar

sulla falce  lunata

Vagabondar

fra grattacieli e piedi

Dormire

vinghiata  al marciapiede

Destarmi

ammaccata da pedata

Vita, vita, vita

sii generosa

Spalanca la porta

vetrosa

Lascia ch’io vada

leggera

Danzi e volteggi

rotoli sudata

tra i fili

ingarbugliati della strada

Vita, vita, vita

in  vetrina  mi sento stretta

Rompi i vetri

maledetta!

by dif