Sinistri, sinistri

sinistri

Sinistri, sinistri. Sinistri a prescindere con effetto sinistro per antitesi refrattaria alla glorificazione esclusiva.

Ascoltarli?

Egocentrici speculatori del verbo, cercano sempre il plauso a ciò che dicono come se fosse oro colato per inanellare il comprendonio umano di quelle eccelse virtù da accettare tout court. Se osi, appena appena, un beo diverso negano l’evidenza, aggrediscono con una sequela di insulti che vanno dal beota ignorante, fascista, bugiardo populista, all’accusa denigratoria più offensiva, tanto che alla fine sei causa di tutti i mali che affliggono la società. In altre parole, sinistri imbevuti di arrogante superiorità autocelebrativa di virtù a senso unico, pedanti e “malati” di avversione all’altrui pensiero, veri usurai dell’occasione spregiativa dell’altro, pro-accumulo assenso da uffare anche santa sopportazione.

Più intollerabili di un topo che rosicchia un orecchio!

Leggerli?

Con quel loro comunicare sprezzante, altezzoso, auto-incoronante di unici e genuini incorruttibili coltivatori di ideali egalitari, ossia da migliori dei migliori esseri circolanti in cielo e in terra, garanti assoluti dell’onestà, autenticità pluralista, imparzialità giudicante, altruismo universale, divulgano un che di ossessivo, di assolutismo settario, di strombazzo indecente di possesso di corrette doti accusatorio, rabbioso a qualsiasi altrui considerazione, specchiano un divario ambiguo, quasi abissale tra ciò che pensano e ciò che sbandierano. In altre parole sinistri vili profittatori della circostanza che sconfessando i valori che spiattellano di personificare, smerciano livori e acrimonia antagonista e “sparano” frottole a vista da orridir lucifero.

Allarmanti quanto un insidia terrorista!

Incrociarli?

Col sorrissino stampato sulle labbra ti pavoneggiano da illuminati unti dell’intelletto dall’aura incontaminata splendente ogni sorta di bontà virtuosa di cui non si dubita. Se fai tanto di azzardare a guardalli in modo interrogativo prima ti azzannano con una giaculatoria espressiva canzonatoria, poi con gelido occhio cazzuto da massimi possessori della intelligenzia suprema ti scaricano una saetta caustica fulminante che bolla da cretino del paese.

Brr…!

Comunque li giri e rigiri, sinistri osannatori unidirezionali sputasentenze, strutturano il nulla, propagano scopi sospetti, predispongono al rigetto!

Sinistri, sinistri.

???

È conseguenza.

Gli invasati immodesti predoni di merito suscitano più avversione che attrazione!

Dunque, sinistri falsari di obiettività, ripetitivi spregiatori del contradditorio, sinistri nocivi a riverbero avverso?

Embè, disprezzare sempre gli altri, incolparli d’ogni nefanda schifezza, arrogarsi il diritto di censori d’etica, di santi campioni di “purezza” concettuale per accaparrarsi il predominio virtuoso è una tiritera di appropriazione indebita di qualità che arcistufa pure i sassi. Per cui…l’effetto è indubbiamente controproducente!

Mia nonna direbbe: ” logico, chi troppo se va lodando se sbroda a su danno “ o.. “il troppo storpia”! Ovvero sinistri vanesi, immodesti autoperfetti, sinistri boomerang per repulsa dell’ego al perfettivismo stucchevole!

A pensarci…un “Dio” è ottimo per il cielo. In terra … meglio un imperfetto, sa più di umano simile!

sinistri sin

Buon fine settimana!

Bydif

Non So

2- 2

Volto

Aura

Essenza

Se Vieni Dal Mio Passato

Non So

Se Vieni Dal Mio Futuro

Non So

Se

Sei

Presente Animato

Di Mondo Parallelo

Di Certo

Sei Cantore Lirico

D’un Tempo

Rimatore

Iridio Di Pensiero

Mantra

Esploratore

In Attinenza

Al Sogno Karmico

Tasto Orbitato

Novellato

Amico

Cyber Sidereo

Che Esporta Genio

Antropo

Gioca Col Vento

Il Sole Il Tempo

Impressioni Valigia

Arcobalena

Tastiera Messaggera

Anima

Dolce Blogsfera

Volto

Aura

Essenza

Per Me

Nik Name

Duplicata Anima

Senza Frontiera

Sei

Persona Vera

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e.r.

Vale ancora celebrar l’amore?

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Vale ancora celebrar,l’amore o con tanti cuoricini, frasi,frasette, social messaggini, rose, rosette che turbinano è un inutile ampolloso evocar l’amor? Malgrado le sdolcinature invasive e stucchevoli, celebrar l’amore vale sempre!

Se è veritiero, e non una fiammata di superficial possesso, ambizione, paura della solitudine, opportunismo, ossessione, almeno una giorno di concentrato richiamo amoroso vale viverlo. Perché? Perché l’amore, a volte nel linguaggio smerciato in modo lezioso e alquanto rituale in gesti e  forma da farle perdere identità e effettivo significato, prima di tutto è mistero inspiegabile. Sublime mistero che all’unisono fa battere i cuori e niente eguaglia in emozione! Certo non si sa mai quando arriva, da dove viene, non scatta a volontà dell’uno e dell’altro, tant’è che di volti di innamorati incorrisposti se ne incontrano parecchi, succede, rapisce, esiste, lega senza far capire se per un attimo, per sempre, per poco. Vale, perché, l‘amore, profondo e vero, non è di comando terreno, scatta a un count down cosmico che indipendente da pensiero, contesto, materia collega le energie vitali e unisce esseri, anime, pensieri a distanze illimitate. Anche se quello indissolubile è raro quando scatta avvince,  lega emozioni e fa vivere sensazioni irripetibili.

Ma come si fa a riconoscer un amor se è vero o finto se talvolta t’arriva, ti illude crea solo sofferenza, ti massacra l’anima e talaltra pur violenta e t’ammazza? Beh, tra i tanti modi misteriosi con cui l’amore approda nelle vite e si esprime a un altro essere, uno solo arriva all’altro e lo conquista per sempre: quello che è scritto negli occhi, perché nessuno può alterarlo. Chi può mistificare quello che è grafito nell’essenza incorporea? Nessuno!

Ebbene si,l’amore quello che combacia perfettamente due monadi, scritto negli occhi si può leggere, interpretare,presumere, ma falsificare proprio no. Quindi…si confonde il vero col falso solo quando si imbroglia se stessi, non fa comodo o non si vuole ammettere la realtà incisa negli occhi o la si guarda specchiando i propri occhi da non veder più quelli dell’altro.

Ma parlar dell’amore come fosse solo esclusiva linfa passionale per cuori e corpi di innamorati è riduttivo. È riduttivo perché l’amore non ha confini, è incondizionato a flirt, passional-affettivi ristretti a duetti di cuori, alla Romeo e Giulietta. L’amore oltrepassa il concetto di un canto d’amore a due cuori, due corpi, due vocisi distende nell’aria in infinite forme e sfaccettature, altrettanto vive, a volte anche più galvanizzanti e cariche di sentimento, passione, calore,  quasi mai coinvolgenti aspetti distorti da infatuazione tanto da brillar come diamanti.

Per esempio: l’amore di una madre per un figlio/a; ha un aspetto così radioso, profondo, inseparabile da sommergere qualsiasi altro sentimento di coppia. L’amore per il prossimo; ha note tanto acute d’arrivare a sommergere d’affetto una miriade di cuori ai confini della terra. L’amore a Dio; ha sfumature così sublimi da pigmentare una tela infinita. L’amore per un amico; ha così tante analogie simbiotiche da diventare la nostra fotocopia animica. L’amore per la musica, l’arte, la poesia han dentro tanta energia d’accendere quel sacro fuoco ardente a fiamma viva che avvince e trasmette così tanta armonia, attaccamento, passione da appaiar e far cantar tutte l’anime disperse dell’etere. E si potrebbe continuare…perché ogni amore ha quella magica alchimia che contagia e in qualunque forma e modo approda a mente e cuori, trasmette quel lirismo espressivo unico e meraviglioso di poetico eterno.

Vale ancora celebrar l’amore perché più d’ogni farmaco ancor guarisce i mali dell’animaVale ancor,anche quando è populistico perché nient’altro come l’amore fa superare pregiudizi e umani invalicabili limiti. Vale a san Valentino per la storia di come è nato e si è diffuso. Vale, perché in ogni amore, oggi, domani, sempre c’è un pizzico di coinvolgente delirio che manda in visibilio! 

bydif

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La via dell”alzati”

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In questi tempi,  assai volatili, intrigati,  incerti, carenti di valori affratellanti e copiosi di quelli egotici, piuttosto provocatori di  paura, sparpagliamento ideale, chiusura e ripiegamento sepolcrino, guardare al futuro con fiducia e serenità è impresa difficile anche per i più temerari ottimisti. Seppoi si è oppressi da certi frangenti vicissitudinali intimi, relati ai propri cari il cimento è pressochè impraticabile. Ma come ha detto Papa Francesco: ” di fronte ai grandi sconcerti del mondo e della vita abbiamo due vie: stare a guardare malinconicamente gli infossi di ieri e di oggi, o seguire la via di Gesù, dell’alzati, vieni fuori”. Mi par desumere che starsene passivi nell’ingorgo pessimista della costernazione senza speranza, è scegliere la via vigliacca dell’autoseppellersi. Mentre la via dell’alzati è il togliersi le bende della paura, sciogliere i lacci delle debolezze e inquetudini che ostacolano il cammino, rinculano e coartano l’esistenza a una atmosfera mortaccina, l’uscir con fede e coraggio dall’antro cupo, nutrirsi di luce, rifiorire e vivere.

Assiomatico che per papa Francesco accogliere l’esortazione di Gesù all’incredulità di Lazzaro, reagire a uno status di panico che sconcerta e imprigiona anima psiche e vitalità è più proficuo dello stare inerte sulla via dell’ angustia cinerina!

Altresì è innegabile per chiunque che cedere alla logica inutile e inconcludente della paura, al ripetere rassegnato che va tutto male e niente è più come una volta, lasciarsi imprigionare dalla tentazione di rimanere soli e sfiduciati a piagnucolare addosso per quello che succede e gli succede è assai rovinoso !

Al dunque, anche se tutto contribuisce a rimanere in disparte a rimuginare sui disagi di una società astrusa nei modi e nei fatti, bloccato nell’antro buio delle proprie difficoltà e insoddisfazoni, la soluzione, difficile ma vitale, è togliere il pietrone abulico. Per quanto pesante sia, per papa Francesco con la spinta delvieni fuori” si p rimuovere, imbroccare la via di Gesù che significa la vita e trovare una nuova stabilità.

Per questo, stamani, forse perché c’è un bellissimo sole che invita a godere del suo splendore; forse perché ho voglia di ribellarmi a una indolenza accettazione di un mondo caotico in valori e aspettative che t’atterra e sbataccia la volontà; forse perché desidero risvegliarmi da un incubo o semplicemente perchè accolgo un nuovo input, ho deciso: rotolo la pietra che ho in cuore, sgombero l’ingresso dagli assilli mentali, ripulisco l’atmosfera  sepolcrina dei turbamenti pratici-emotivi. Apro le porte, spalanco le finestre, arieggio il tran tran ordinario, dò spazio a  luce, colore, gaiezza. Insomma lascio  a Lui che dice ” venite a me, voi che siete stanchi e oppressi, e vi darò ristoro” rientri nella mia vita. Son certa di non sbagliare a seguire l’impulso animico. Perché? Beh, con Lui la gioia abita in cuore, la speranza rinasce, il dolore si trasforma in pace, il timore in fiducia e si rimanda al diavolo ogni sorta di parolaio che incute paura, camuffa la realtà e ti recinta l’esistenza!

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Felice settimana di gioiosa vita alla luce del sole.

By dif

 

 

 

Una domenica sul… Monte

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Già su quel pulmino, in compagnia di volti sconosciuti che si inerpicava, ebbi la sensazione che lo scenario di quel Monte aveva qualcosa di differente da renderlo affascinante e in quel salire a brivido sui tornanti c’era qualcosa in più del recarsi a visitare un luogo turistico.

Oltrepassata la “porta del vento” che con le sue pietre grige, sembra dir son qui a testimoniar la storia, sotto un cielo turchino, metto piede su una radura sassosa, contornata da alberi con a ovest una vista magnifica sulla pianura lussureggiante di campi verdi, delineati da forme variabili, incredibilmente perfette, dal rotondo al quadrato, illuminati da un sole splendente. A est, mura dirute scorrono in un lungo viale di cipressi e pini. A ruota del gruppo multietnico l’imbrocco e mi incammino per il mio giro di visita e conoscenza a luogo e monumenti. A fine viale, la natura s’apre a una incredibile prospettiva di fiori e verde. Varco un cancello. M’accoglie un giardino dalla vista e dai profumi attraenti con cactus giganteschi da sembrar quasi finti da quanto sono particolari, cascate di boungaville, di bianchi gelsomini, olivi, pini, querce d’un verde intenso, una varietà di colori che iridano l’occhio e dirigono i pensieri all’astratto solitario. Sorpresa dallo spettacolo mi incammino per giungere alla cima del Monte, punto focale del mio essere li. Mentre attraverso quella rigogliosa oasi con sole che macchia le foglie, delinea percorsi, tinge di rosa le vesti mi par che… Che le mie le scalda, le ribolle tanto che cerco un posto in ombra per refrigerarle. Trovo un angolo, mi siedo a ridosso di un muretto da cui sporge un cespuglio al culmine di una fioritura di un intenso fucsia e vermiglio da espandere un senso di chiarore all’animo esitante e scrutatore, finito in quel bollore per un impulso errante assetato di incontrare, conoscere, trovare, nutrirsi di bellezza e al contempo svuotarsi di quella consumata. Rimesto nella sacca-zaino in cerca del ventaglio ma il riverbero d’un raggio mi colpisce in fronte, mi blocca la mano, mi sfoca il pensiero, rende senza tempo lo sguardo e..e percepisco. Intuisco che il bollore delle vesti che mi ha arenato sotto quel cespuglio non è altri che un ribollir intimo. Poi, come per malia, quel riflesso ne snocciola il senso, l’origine, e in tutta la sua crudità svela la mia viaggiante pena. L’impatto è forte, tento di sollevarmi per disfarmi da calore e vista. Inutile. La cognizione mi sovrasta. Si accende e riarde sotto le vesti da scuotermi la terra arida a vulcano da farmi schizzare oltre quell’oasi sul Monte per depositarmi alla foce  di un fiume lunghissimo per esplicitarmi il suo gorgare diramante fino all’estuario. Ravviso egoismo e un tantino di terrore. Formarsi l’inquetudine. Presentarsi all’ego con passo smorzato. Infilarsi nei ribelli turbamenti intimi. Insediarsi col suo fluire nervoso negli incofessi desideri di rifiuto. Mettersi in azione dirompente la stabilità interiore nel momento ostinato di un no al Monte egotico.

Fu un giorno garbuglio.

Presa dal panico feci del tutto per abortire il Monte dal mio quotidiano temporale.

Anche se v’ero salita tante volte, anche se migliaia di altre avevo detto lo accetto, salgo. La verità nel profondo era altra. Ogni volta vi ero salita non per accettazione ma per aspettativa che il pendio si trasformasse in pianura. Purtroppo ogni volta era sempre Monte e assai arduo da scalare. Così, quel giorno, lo rifiutai a priori alla mia oggettività. Con cocciutaggine dissi: non lo voglio più nella mia vita come una condizione di eventi perfettibili e quindi di sofferenza trasfigurante atti e pensieri. Semmai che si presenta e debba inerpicarmi voglio, pretendo, sia un Monte temporaneo e per ogni salita indietro ambisco cose come soldi, contentezza, certezza di costruire senza subire crolli. Soprattutto rivendico  un diritto di gratificazione a profitto dei miei figli. Insomma ogni arrampicata obbligatami dalle circostanze, leggera o ostica, deve darmi la contropartita certa  che giammai i miei figli saliranno a un Monte. All’opposto mio, nella vita avranno tutto. La felicità in ogni sua accezione.

Che asineria il mio rifiuto e che utopia il mio esigere!

Anelavo, volevo.. ? Beh, ho avuto… abbondanza di stress fisico e mentale!

Difatto, rifiutarmi patteggiando un corrispettivo non ha eliminato i Monti da rampicarsi. Solo peggiorato le condizioni nell’affrontarli .

Invero quel rifiuto ha instaurato un meccanismo intimo di irrequietezza persistente che a mano a mano che constatavo il non ottenimento ambito, cresceva, cresceva e poi sprofondava nell’ interiore da rendere sempre più difficile mantenere il controllo da impedire di diventare insopportabile compagna di ogni parametro della realtà. La conseguenza del categorico rifiuto era logica ma sopraffatta dall’ego cieco non avevo saputo discernerla. D’altronde come potevo se mi ero ficcata in testa il tarlo fisso che a un certo punto della vita volevo essere una privilegiata, anzi una specialissima. Se, consideravo un diritto divino che la vita mi premiasse. Anche perchè ero straconvinta che quel Qualcuno di soprannaturale in cui credevo, se non prima almeno poi, doveva intervenire. Per meglio dire dall’Alto della sua giustizia doveva calare a tutti i costi la mano benigna della ricompensa sotto forma di beni materiali, guadagnati accettando il Monte e soffrendo ogni genere di traversia nell’ arrampicata?

Nel mentre quel riverbero frondava obliquamente i giganteschi cactus e mi dipanava l’origine dell’ inquetudine incessante che da anni trapanava l’intimo, e bruciava le carni, sento un frescore. sfiorarmi e quel bollore che mi ha arenata in quell’angolo sparisce. Riprendo il percorso del mio giro. Tra un mare di aromi, un multicolore variegar di forme fiorite, di verde, cocci, ruderi, oltrechè un accogliente ristoro con dei giovani sorridenti, un via vai di gente, di scatti fotografici, arrivo al punto alto, alla spianata del monte. Alla Basilica.

L’impatto visivo è notevole. L’architettura, di robusto vagheggio gotico, con le due torri campanarie protese verso l’Alto, si staglia nel cielo di un azzurro trasparente, come a chiudere all’occhio ogni visuale che disloca l’attenzione verso il basso per inquadrarla su un panorama ascendente indemarcabile. Ma ancor più significativo lo è quello dell’ingresso. La magnificenza policroma, le pietre pregiate, i marmi, le finestre, gli alabastri, le capriate, le figurazioni, il pavimento che a tre quarti della navata, con una ventina di gradini, sprofonda in una cripta che nasconde i resti di preesistenti fabbricati e in fondo culmina l’incanto nello sfoggio di un presbiterio, con uno splendore di mosaici di fattura italiana, d’insistente luccichio da ammaliar occhi e anima e parer inoltrarsi nel cielo. Affascinata dallo sfolgorio di bianco, blu, oro che riempe le curve pareti, mi siedo sulla panca sinistra del presbiterio. In silenzio miro e rimiro le tessere mosaicali e cerco di carpire ogni dettaglio delle immagini per fissarle nella mente. Quel guardare, nel suo insieme, mi estasia e come Matteo mi vien da esclamare : “è bello stare qui” .

Tanto bello da perdermi ogni cognizione del tempo e del contesto.

Nel mentre sto imbambolata con l’occhio fisso, su uno dei mosaici un brusio di un folto gruppo di visitatori s’approccia all’orecchio. Intuisco che l’atmosfera cambia e sta per iniziare la messa ma il mio muto imbambolamento non cambia. Un rincorrere di impressioni fortissime estrania la mente e tiene l’occhio inchiodato sui mosaici da non riuscire a seguire attivamente la messa che officia don Carlo.

A un tratto una dolcissima soave melodia si diffonde, cheta, avvolge, trasporta in uno scenario di luce. Tanta luce. Amore. Tanto amore. Mi par avvertire un respiro immenso. Forse è il fiato unisono della folla, penso. Riconcentro lo sguardo su tutta quella magnificenza artistica che mi circonda e.. E poi, che strana sensazione provo guardando i mosaici innanzi a me. È come se qualcuno dalle spalle mi sfila un sacco pesante!

Con una fugace riflessione mi dico: m’è parso che qualcuno mi ha tolto un carico.

Boh, non so capacitarmi dell’impressione ma mi sento alleggerita.

Ne incredula ne convinta seguito a guardare e poi domando: cosa c’era dentro, nel sacco, di così pesante? Anche se, a volte, mi dibattevo per togliermi qualcosa di fastidioso che mi piombava su un punto morto, rendendo il sorriso da spontaneo a greve in ogni gesto della vita, a essere sincera non mi pareva di avere un carico sulle spalle! Però.. devono essere state tante le cose che avevo infilato nel sacco se quando Qualcuno me l’ha sfilato ho provato un senso enorme di sollievo. Una leggerezza da sentirmi libellula e una beatitudine che mi trasportava oltre le pareti, fin in cima a una cascata d’acqua cristallina che depurava d’ogni scoria umana!

Perplessa dalla sensazione mi alieno dall’ insieme della folla.

Mille domande si affollano nell’intimo pensiero.

Non so darmi una logica.

Attonito lo sguardo fugge lontano. In silenzio guardo, non prego, o forse si. So che guardo, guardo e mi alleggerisco, guardo e mi libero. Una luce radiosa penetra dalla vetrata m’invade d’un ardore come da lunghissimo tempo non provavo.

Ohohoh.. Sono libera, libera, libera.

Libera da che? Non lo so ancora!

Strano.

Mentalmente ripeto un ritornello: i pesi si sono alzati, qualcuno li ha sollevati, finito il passato, si apre il futuro. Aria di Cristo ho respirato, pace e gioia mi ha toccato. Aria di misericordia fraterna mi ha circondato, il cammino è avviato, dove condurrà non ho da saperlo, oggi basta crederlo. Confido, spero, credo e spero che …che il tempo poi… non sia spietato con me! Guardo ..non prego..o forse si…

Una mano mi scuote. Una voce mi chiama. Passi mi tronano ma non mi distacco. Arriva don Carlo, perentorio mi intima di uscire e riaggregarmi al gruppo. Controvoglia mi alzo e lo seguo. Una luce accecante mi onublia la vista. A orecchio seguo il gruppo. Ripercorro il viale di pini e cipressi fino alla radura. Come un automa salgo sul pulmino che riporta a valle. A poco a poco riacquisto cognizione visiva. Rioltrepasso la porta del vento, un radioso chiarore m’invade d’un ardore come da lunghissimo tempo non provavo. In un attimo mi par chiaro il perché da un po’ camminavo con passo angoscioso, da un po, come impedito da una pigrizia cronica, insolita per me,il sorriso spento e atrofico non affiorava più sulle mie labbra. Ballenzolando su quei tornanti scoscesi guardo lo spettacolo naturale di quella terra che mi sfila fuggevole come il vento con predisposizione nuova, come a carpire una comunicazione, un linguaggio,un espressione da portarmi in aggiunta al momento vissuto e mi si apre un oltre di sensazioni extra luogo che non so descrivere. 

Non so, cosa sia avvenuto sul Monte, luogo di silenzio, ascolto, preghiera e contemplazione. Luogo spirituale, meta di continuo pellegrinaggio. So che tornata mi ha schiodato il c.. dal divano. La paura di affrontare il monte è scomparsa. Anzi, se si presenta mi par un pendio su cui inoltrarsi è camminare tra rose e fiori, tanto  piacevole da arrivare in cima senza fiatone e con una sensazione di vittoria, di completezza intima ineguagliabile da farmi gustare la vista panoramica che mi si presenta comunque sia.

Effetto montagna trasfigurazione? Boh, Mistero!

Buona domenica a tutti e… se vi capita o decidete di passarla inerpicandovi su un monte osservate bene il panorama per cogliere l’ oltre campo visivo. E’ meraviglioso!

bydif

la porta del v

.. Ci son tornata per scoprirlo. Solitaria il Monte mi ha accolto. In silenzio ho meditato. Forse l’importanza del luogo mi ha mutato ma  forse no..Forse ho pregato ma anche no…forse ho ringraziato ma anche no…ma di certo ora  so…Nel mondo sei invitata a essere il riflesso di ciò che vivi sul monte..Perchè? Se ben ascolti e guardi  Lui sul Tabor c’è.  Eccome se c’è!

Di “vomitevole” e cinico c’è solo l’idiozia di tornaconto!

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In questi giorni, la presa di posizione del ministro dell’interno Salvini di chiudere i porti per inibire l’approdo a navi cariche di migranti con la conseguenza del blocco di Aquarius e del suo carico umano, 629 disperati, bambini, donne, uomini strappati al mare e alla morte, infuria in ogni dove e da ogni bocca fuoriesce ogni sorta di critica e di insulto contro di Lui e l’Italia. Chiaramente  la sua decisione, un po’ “muscolare” pare chiara a chi ha onestà intellettuale, vomitevole e cinica agli idioti di tornaconto.

Perché chiara a chi ha onestà intellettuale? 

Perchè apertamente è una decisione di provocazione volta a “smuovere le acque da quel Mediterraneo” in cui bambini, donne, uomini, dopo aver subito ogni sorta di nefandezza da soggetti criminosi, si avventurano in cerca di opportunità migliori da quelle dei propri contesti di origini e in cui, data la totale precarietà dei mezzi sui quali salgono carichi di speranza, da anni, senza il soccorso della marina, dei volontari, di uomini e donne italiani, sono destinati a sprofondare.

Perché “vomitevole e cinica agli idioti ?

Perché è storia inequivocabile. L’Italia all’emergenza umana risponde con generosità e senso altruistico sempre e gli altri paesi mai o quasi!

Perché di”vomitevole” e cinico c’è solo l’idiozia di tornaconto?

Perché basta dare uno sguardo ai comportamenti dell’Europa e dei vari leader della unione. Di vomitevole e cinico cè l’ipocrisia, la presunzione di superiorità etica, le risatine passate con l’affondo della Libia, il caos provocato, l’egoismo nazionalistico, l’impassibilità altruistica, i fili spinati, la chiusura dei porti, delle frontiere, i respingimenti forzosi, gli spari, le azioni di ricatto morale all’Italia, gli sberleffi a un popolo che mai ha girato l’occhio dall’altra parte e si è sottratto a porgere una mano, assistere, aiutare un essere in difficoltà! Di vomitevole e cinico cè il disconoscimento ipocrita dell’accoglienza migratoria sul suolo italiano. È narrazione innegabile che emerge dall’accoglienza di anni e anni nei tanti porti italiani, di anni e anni di carico morale e materiale di tanti disperati, di anni e anni di solitudine, assenza di solidarietà, rifiuto di ascolto, totale menefreghismo e indifferenza alle difficoltà, ai sacrifici dell’Italia e degli italiani da parte degli altri paesi comunitari. Di vomitevole e cinico cè l’assoluta mancanza di rispetto a un nazione, al suo popolo, soprattutto alla negazione del senso di responsabilità assunto a rischio e senza risparmio di energie, tempo, risorse per carpire alla furia del mare vite e vite di poveri esseri in cerca di alternative a guerre, fame, soprusi, di ore, giorni di angoscie e lacrime nell’allineare bare di quando purtroppo è stato impossibile.

Perché, l’Italia ha dimostrato coi fatti, in anni e anni, di non sottrarsi al disimpegno umanitario, di mettere al centro la persona e non il profitto economico o sciovinista, e nessuno ha il diritto di farle la morale o puntare il dito d’accusa di violazione a un qualche regolamento internazionale se per una volta simbolicamente attraverso un suo ministro richiama l’attenzione a un dramma umano epocale per altro se dagli stessi avocato in modo brutale e tenendo ben chiusi i loro porti!

Ovviamente va detto senza se e senza ma che nessuna politica, interna e esterna, senza umanità, attenzione ai deboli, ai bisognosi di aiuto, solidarietà nelle difficoltà a chiunque è una buona politica, e di sicuro non esiste ragione per cui va appoggiata o giustificata, tuttavia va anche detto che l’umanità non può avere il volto dell’opportunismo a tempo e tantomeno rivendicata come obbligo in “casa” d’altri e misconosciuta nella propria.

Eh si, di “vomitevole”, “irresponsabile”, nel blocco dell’Aquarius , o “cacciata “ come l’ha definita Macron, c’è che è troppo facile gridare: umanità, umanità e poi accollare agli altri l’obbligo di praticarla!

In questa storia, una volta tanto balzata alla ribalta per 629 esseri umani bloccati a bordo dell’Aquarius per un no all’approdo e non per scarico di bare di migranti però a rifletterci, mi vien naturale un pensiero di Sant’ Antonio :La natura ha posto davanti alla lingua come due porte, cioè i denti e le labbra, per indicare che la parola non deve uscire se non con grande cautela” .

bydif

Talvolta succede

giardini

Succede di passare una magnifica giornata di pasquetta a passeggiare sulla riva del lago, crogiolarsi al sole come una lucertola, bighellonare nei negozietti senza comprare niente perché niente di preciso ti attrae e ti interessa, sedersi in un giardinetto di gelateria solo perché è stracolmo di bambini vivaci, colorati e sorridenti, ridere per il gusto di ridere alle battute scipute di un amico, aspirare a più non posso odori e profumi che arrivano a folate, senza afferrare da dove provengono e poi risalire nell’auto parcheggiata, in un angolino trovato a culottero, per tornare a casa ad un ora decente per ritrovarsi imbottigliata in un caos dove una lumaca ti oltrepassa e ti costringe a evocare il perché ci sei finita.

Succede che t’è chiaro, come tutti quelli che compongono il caos perché a pasquetta, nell’immaginario collettivo, il giorno successivo alla Resurrezione di Cristo, ormai è il giorno del “ fuori porta”. Dell’andare, non importa dove, purché, soli o in compagnia, sia un lunedì di svago fuori dalle quattro mura di casa. Da un lato tale tradizione “d’evasione” non è da biasimare in quanto, l’andare a “pasquetta” fuori della porta di casa, trae fondamento d’essere dal vangelo, dall’apparizione di Gesù, fuori le porte delle mura di Gerusalemme, a due discepoli in cammino verso Emmaus. Dall’altro l’impronta spensierata e godereccia del lunedì post pasquale lo è alquanto poiché, come si evince dai racconti degli evangelisti, e dalla mia “vissuta” giornata, se non esclude di sicuro onublia i profondi messaggi messianici di tale giorno. oibò!

Così succede che mentre vai a passo di lumaca ti balza in testa che il lunedì dell’angelo, o come si dice di pasquetta, è un giorno indicativo basilare di testimonianza e non di gitarella godereccia. In primis, di costatazione della Resurrezione di Cristo racchiuso in quel sepolcro vuoto che sgomenta le Tre Marie, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome, andate di buon mattino con oli profumati alla tomba a omaggiare il “maestro”, dacchè, attraverso l’apparizione dell’Angelo a rassicurazione e chiarimento del perché al posto del corpo di Cristo da profumare, come uso, ci fosse un lenzuolo vuoto, è il primo passo verso la legittimazione dell’evento della Risurrezione. Come riporta Marco 16,1-7 :“Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. Non è qui! È risorto come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto; ora andate ad annunciare questa notizia agli Apostoli”. Un implicito necessario alla certezza che l’assenza del corpo di Cristo non era opera umana ma segno tangibile dell’azione del Signore stesso. Il che è molto importante. Fortifica l’evento pasquale che la natura di Gesù è divina, va oltre, e la morte terrena è solo segno provvisorio della sua missione salvifica. In secondo luogo, come espone Giovanni in 20,2 “Il discepolo che Gesù amava entrando nella tomba vuota e scorgendo le bende per terra vide e credette” stabilisce un principio essenziale alla fede, credere nella Parola. Ossia alla verità rivelata anche quando è impraticabile riscontrarla in un sepolcro vuoto. In terza istanza, Gesù capovolge l’andazzo della società del tempo e affida alle donne il ruolo importantissimo di conferire veridicità al racconto stesso del Vangelo. Considerato che allora, la donna, era emarginata, esclusa dall’istruzione, la sua testimonianza non valeva una cicca e era  proprietà degli uomini al pari degli armenti e.. e magari per le donne a duemila anni di distanza fosse un problemino superato! Beh è cosa assai eccezionale. Però. Varrebbe assai rifletterci sulla scelta delle donne come prime testimoni della Risurrezione, prime chiamate ad annunciare la salvezza, rese protagoniste privilegiate della Pasqua! Ma in tale caos… Comunque, nel racconto evangelico è un dato di fatto. Senza i gesti, le voci, l’amore di quelle donne per il “maestro” che per prime lo seguirono sul Golgota, si allarmarono Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura” ma ne scoprirono le tracce divine, e come dice ancora Marco per prime inviate in missione “Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”, e, pure come afferma qualche accreditato biblista, senza quelle tre Marie, la comunicazione della Redenzione di Cristo quasi certamente si sarebbe persa nel nulla epicureo. Eppoi, c’è Maria Maddalena, prima testimone della resurrezione e prima a ricevere l’incarico di annunciare il vangelo. Maria, infatti andò subito ad annunciare ai discepoli: Ho visto il Signore! Ma te guarda, ci voleva il caos stradale a famme ricordà che il messaggio della resurrezione non è la rianimazione di un cadavere come nel caso di Lazzaro ma è un atto di passaggio direzionale, da uno stato retrivo a uno attuale, indispensabile per l’incontro con il Risorto! “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” Luca 24,5. Il Vivente, come per maria Maddalena, non lo si trova nel luogo di morte. Bisogna oltrepassare il precedente. Donna perché piangi? Chi cerchi? Gesù chiama la discepola per nome, perché il pastore chiama le sue percore per nome“ Essa voltatasi verso di lui, finalmente lo riconosce e gli dice: Rabbunì, che significa Maestro” Giovanni 20,15,16.

E mentre procedo in coda succede che l’azione di Maria di voltarsi, sottolineata dall’evangelista per ben due volte, comprendo che è il segno della conversione, l’afferrare la realtà del presente e del futuro: Gesù è risuscitato. Comprendo pure che nel mentre replica a Maria Non trattenermi” invita a guardare avanti, specifica che la Resurrezione è un andare oltre la morte, mirare a una qualità di vita diversa. Al dunque, anche se la Resurrezione resta un enigma, non può essere dimostrata, ma testimoniata e solo chi ha fede nella parola incontra il Risorto, a Pasquetta anche io son davanti al sepolcro e son chiamata a dare le spalle al passato e a guardare alla possibilità del futuro nella Resurrezione di Gesù? Embè! Se non son di coccio… è chiaro.

Talvolta succede che il tempo in coda in autostrada non è perso, anzi diventa un prezioso collaboratore allusivo di quel che l’ intento per comodo esilia. 

Succede che, giunta a casa,  farsi una domanda: come mai nessuno ha raccolto il messaggio di Gesù,  ha capovolto l’andazzo discrime della donna. Perchè Lui era un uomo divino rivoluzionario o perchè gli altri sono ominidi terricoli oscurantisti  maschilisti?  

Notte! 

bydif

Il giorno del silenzio in arte poetica

Il Sabato Santo, incastonato tra dolore gioia, è il giorno segnato da un profondo silenzio; silenzio di Dio denso di sofferenza e di pesantezza della sua apparente sconfitta, ma anche di attesa di quella speranza centro di meditazione e fede che in ognuno suscita sensazioni e trova espressione diversa, talvolta solo di pensiero, talaltra di immagini, talora di parole in versi che distinguono varie sensibilità artistiche nonchè di ispirazione dei sentimenti del messaggio :

-Giovanni_Battista_Tiepolo_074

L’ORA SESTA

Il sangue scorre da la bionda testa
coronata di spine, lungo il viso,
e asconde ai fili l’ultimo sorriso.
Urla la folla e ondeggia. È l’ora sesta.

Guardate intorno, voi che fate festa

e schiamazzate per averlo ucciso!
Il velo del gran tempio s’è diviso:
s’apre la terra e mugge la tempesta.

Mirate! Il ciel si schianta, il sol s’oscura,
sfolgora il lampo, rumoreggia il tuono;
grida al delitto e freme ogni creatura.

È l’ora nona. Dal divino trono

il Padre placa, a un cenno, la natura,
e pace ai peccatori offre e perdono.

Franco Berardelli

masaccio

Pianto della Madonna

O figlio, figlio, figlio,
figlio, amoroso giglio,
o figlio, chi dà consiglio
al cor mio angustiato?
Figlio, occhi giocondi,
figlio, che non rispondi,
figlio, l’alma t’è uscita,
figlio della smarrita.
Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio,
figlio bianco e biondo,

figlio, volto giocondo,

figlio, perchè t’ha il mondo,
figlio, così spezzato?
Figlio, dolce e piacente,
figlio della dolente,
figlio, che ti ha la gente
malamente trattato!

Jacopone da Todi

56 giotto

Calvario

Al Martire Divino hanno le braccia
robuste dei carnefici innalzato
sul patibolo infame, e nella faccia
insanguinata e smorta,
fissa lo sguardo ognun, tetro e feroce

Non una sola voce
di pietà, di rimorso o di rimpianto;
non un sospiro, un pianto,
tra quella turba sul Calvario accolta!

Sol la natura ascolta,
sol la natura freme,
e spezza pietre, e fa brillar nel cielo
rapidi i lampi, mentre il vento geme.

Fugge trepida allor quasi smarrita
nella nebbia incombente
la spaurita gente;
e tra il rumor del tuono
s’ode un bimbo che chiede: Perché o mamma,
l’han crocifisso s’era tanto buono?

Giovanni Ricci

Crocifissione_di_Botero

SABATO SANTO

Ritornavo: morìa sabato santo.
M’ero stancato i suoi piedi a baciare;
su quei piccoli piedi avevo pianto
le insensate mie lacrime più rare.

Movevan negri nuvoli lor manto

lacero su ‘l baglior crepuscolare
di primavera; l’aer tutto quanto
echeggiava di reduci fanfare.

E il brulicar pasquale, e un repentino

odor di terra smossa con la brezza,
tra case alte accigliate, da un giardino,

pareanmi, tra il bruciar de le mie cave

mani, una mia seconda fanciullezza
accompagnare d’un sorriso grave.

Francesco Gaeta

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PER IL SABATO SANTO 1953 

A Nando Fabro

Il gallo s’è sgolato per millenni.
E Cefa ha pianto. E dondolò dall’albero
lo scheletro dei Giuda. Balza fuori,
rovescia sopra il tetro nostro suolo,
o Signore, la pietra che Ti chiude.
Te Risorto presentono nei solchi
turgide gemme e pallidi frumenti.
Ripercorrono ansiosi i Due di Emmaus
l’antica strada. E là Maria di Magdala
nell’orto attende che Tu la sorprenda.
Hora est jam: il tedio e il lamento
vano, che noi tardi di cuore a credere
a guardia riponemmo del Sepolcro,
un Tuo urlo disperda, o Tu più forte
d’ogni morte, Gesu: de somno surge.
E gli Angioli, alleluja, e le campane
Annuncino alleluia, che Tu ritorni.

Per domani, Signore? Oh, da domani
s’inizino, coll’alba, i giorni nuovi,
alleluia, viso Domino. Alleluia!

Gherardo del Colle

crocifissionemedina

Il giorno del silenzio è il giorno della vergogna dei discepoli per essere fuggiti e d’aver rinnegato il Signore. Traditori, incapaci di far fronte al presente e al futuro di quei segni che inizieranno a scuoterli a partire dalla Domenica con il racconto del sepolcro vuoto e le apparizioni del Risorto.

Ma il giorno del silenzio è anche il Sabato di Maria, che con la sua forza d’animo di madre vive nelle lacrime l’attesa della Potenza Divina che risuscita e sorregge ogni  speranza umana di riscatto, di risalita nelle difficoltà dal buio “inferino” alla luce del trionfo trascente.

Nella luce del cielo turchino Buon sabato Santo !

bydif

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le immagini, a partire dall’alto, sono opere degli artisti::

-Giovanni Battista Tiepolo; Masaccio;Giotto di Bondone;Botero;Cimabue;Medina-

 

Il respiro delle donne

nel respiro

Ovunque vado in giro per il mondo cambia il paesaggio, l’idioma, la cultura, il credo, la politica, l’economia, il colore del cielo, della terra, a volte della pelle. Mutano le tradizioni, l’abitudine, il folklore. Varia la flora, la fauna, l’architettura, la musica, il modo di vestire, il cibo, il gusto, l’odore. Ciò che a qualunque latitudine mi trovo, non muta mai è il respiro delle donne.

In ogni luogo aperto o chiuso che sia quello delle donne è un respiro immutabile. Un respiro che  ti segue, martella, cadenza ogni passo, ogni gesto, ogni attenzione e non scrolli di dosso neanche se inabissi in mare o danzi sfrenata nella savana. Dappertutto, sia una metropoli, piccola città o deserto, montagna, marina o il bordo di una piscina, quel ritmo invariabile ti fruscia nell’orecchio come fosse un naturale sottofondo sonoro del luogo in cui aliti. Ma il sonoro è così acuto e assordante che non può essere un sottofondo naturale. Non lo è infatti. È un eco. Un universale eco del respiro unisono di corpi e anime di donne. Un millenario rimbombo di respiri indissolubilmente coesi da uno stesso destino di violenze, oppressioni, vessazioni, abusi, oltraggi, diritti usurpati.

Per ogni dove vai puoi scoprire un difforme dal proprio ambiente che richiede un adattamento temporale. Ma il respiro delle donne no. Quello lo ritrovi identico in ogni habitat. 

Sarà per questo che Dire un No mondiale alla violenza sulle donne lo trovo lodevole nell’intenzione ma chimerico negli effetti reali? Si, oggi come oggi, lo considero un inarrivabile traguardo!

Esagero nel pessimismo? Può darsi se non fosse che…

Che dovrebbe essere un diritto inalienabile scontato e non un problema mondiale da estirpare.

Se non fosse che in tanti anni di disquisizioni a vari livelli, in modi e maniere più disparate,  i casi di violenza subiti da donne a ogni latitudine invece che sparire son lievitati più del pane prodotto ogni giorno in ogni angolo del pianeta.

Se non fosse che basta dare una sbirciata ai dati delle violenze perpetuate sulle donne, d’ogni età e condizione per afferrare che l’abolizione di una tale iniquità di genere è una fantasticheria. 

Se poi, ai dati conosciuti degli atti di indegnità compiuti sulle donne, ci si addiziona quelli dei casi di violenza, che per svariate ragioni, restano sotterrati nell’animo di chi li ha subiti, quindi sconosciuti alla collettività, beh per le donne è più facile realizzare il sogno di andare a vivere su Marte che sconfiggere l’ ignominia che ogni giorno, tante, troppe, se non smettono volontariamente d’esistere o vengono spietatamente soppresse, da mariti, padri, fidanzati, conviventi amici, vicini e sconosciuti, debbono coercitivamente sopportare in ogni contesto. Ovviamente mi riferisco alla violenza abbietta che non lascia scampo alle donne, come quella assurda che vigliaccamente aggredisce e non permette di salvarsi la vita, quella oltraggiosa del ricatto affettivo-morale che impedisce di campare in libertà d’essere, quella schiavista e fobica che mina irrimediabilmente stima e equilibrio psichico, quella oppressiva dell’angheria fisica quotidiana, quella che toglie fiato, volontà, desideri, massacra carne e spirito e riduce allo stato di passiva rassegnazione.

Ultimamente certe “divette” han portato all’attenzione dei media internazionali casi di passate molestie che sono vergognose ma di certo dissimili dalla violenza assassina. A dirla tutta trovo le “cantate” a scoppio ritardato, a detta per convenienza di salva prima la carriera poi la dignità, un polverone nocivo che confonde l’opinione pubblica, distorce l’essenza concettuale della violenza femminea e estranea la legittima considerazione dovuta alle tante vittime finite sotto le luci dell’obitorio e non sotto i riflettori di red carpet , dei talk show o sui rotocalchi patinati. Inoltre, sebbene il rivelare le molestie sia un diritto che non ha limiti di tempo e non è un qualcosa di tollerabile per nessuna donna nota o anonima, il corale raccontare di molestie, mi pare abbia  assunto più i toni del clamore, di notizia d’ effetto, in certi casi di messaggio strumentale a un sistema di potere maschile che non di valore aggiunto alla causa della violenza.  Violenza che  purtroppo, ogni giorno, stupra, preda e stermina centinaia e centinaia di donne colpevoli d’esser donne.

Un numero incalcolabile di donne che però allo unisono continuano a respirare  e  ovunque vai è quel respiro chein sottofondo eca   e rende immutabile il suono dei respiri di tutte le  donne.

Muterà un giorno l’eco.  Forse…

graig cowl

by dif    

….le immagini sono opere di Graig Cowling

 

Ripensando

 ora sisma
Ripensando a un anno o giù di lì…
Il cielo è terso, le stelle brillano, i grilli cantano, le lucciole si rincorrono, l’aria fresca che scende giù dai monti sibillini accarezza la pelle, l’orologio del San Pellegrino coi suoi rintocchi marca il tempo. Nel borgo la vita scorre placa e regolare. Nelle strette stradine il brusio scivola dalle finestre aperte e lieve, come freschi torrentelli, sfiora le case addossate, le porte annerite dal tempo, i gradini sbrecciati, i cocci di gerani, menta, basilico erba cipollina. In questa sera estiva niente turba i pensieri, i sogni a occhi aperti, i desideri, i progetti per l’indomani. Tutto è così solito, rassicurante, avvolgente pacioso che te ne staresti seduta sul ripo a goderti la quiete ascetica, i profumi pungenti, il silenzio profondo e misterioso, i profili nitidi e suggestivi abbracciata alla notte, finché l’aurora ti sfiora, il sole riapre il giorno e riprendi il solito via vai della vita. Poi…Poi… chissà da dove un boato sbrana la dolce quiete e t’assorda. T’arriva una violenta quanto inaspettata zaffata che ti fa oscillare come un pendolo impazzito, ti sgretola la terra sotto i piedi, ti scaraventa su tegole, mattoni, ferrame, urla, lacrime, suoni ermetici, cumuli e cumuli di macerie. Tutto ribalta, sconvolge, ruba la magia e l’incanto dello ieri e negli occhi sbarrati da paura e sbigottimento dissolve ogni traccia di un oggi o di un domani e in turbinio di polvere materializza un enorme punto interrogativo. Un punto interrogativo senza domanda che diventa sempre più grande, sempre più grande a ogni sussulto della terra. Tanto grande che ti ceca la vista e blocca il cervello. Nell’essere tuo niente più obbedisce alla ragione. Con la lingua secca, la parola che manca, l’orecchio rintronato da rimbombi ignoti, i piedi non vanno ne avanti ne indietro. La terra trema, tu tremi. Trema e sussulta e sotto gli occhi inebetiti, come tessere di un domino impazzito, una dietro l’altra le case crollano, gli animali scappano, la luce della sicurezza capofitta nel buio e nelle viscere fluisce solo quell’angoscia che come un mostro perfido abbranca e stritola tutto il vissuto fino a quell’istante. Ogni punto di riferimento sfoca, il conosciuto frantuma, impalata a stoccafisso a quel suolo che sussulta una voragine di panico ti inghiotte. Poi…poi l‘orologio non rintocca, l’ora, la mezz’ora, perdi il ritmo, la prospettiva bilica, entri in una dimensione assurda. Colline, valli, prati, borghi, volti mulinellano senza identità. Strade e ponti s’ammassano sui rupi, i telefoni s’ammutano, i mezzi non circolano. Voci indistinte si rincorrono, si accavallano, qualcuna strattona, qualche altra spinge, altra consola. Una donna senza età scruta le mani, una suora a terra cerca la sua corona, un fratello si trascina un fratello, l’adagia piano, per non svegliarlo, sotto un albero e poi veloce corre da un altro, un altro, un altro. Un cane guaisce, qualcuno lo chiama, un bambino bianco da sembrare un angelo, vaga, cerca papà e mamma tra pietre sconnesse, porte divelte, bambole rotte, indistinti cumuli di chissà quali volti, di chissà quali storie, non piange, chiede e domanda. La terra trema, emozioni, speranze e sentimenti confusi s’aggrovigliano, volti seri e mani affannose, cercano, scavano, trovano, piangono, sussultano con la terra, non si arrendono, scavano, scavano, battono il tempo la fatica, strappano al buio fiaccole di vita. Qualcuno felice le ringrazia, altro muto le guarda, altro implora quelle mani abili di quei volti sconosciuti di scavare e trovare, il resto cigola, sospira, prega, s’appella alla Madonna. La voce circola, lo strazio arriva lontano, c’è chi appronta lumini e chi si mobilita. Taluno parte, accorre, giunge e senza sosta soccorre e salva; talaltro arriva ciarla, fotografa, racconta e intralcia; altro dettaglia, rassicura, organizza, ripara e sazia; altro gira, ti guarda contrito, promette, stringe mani, non muove e sai già che non muoverà un dito, ma ai flash narra tutt’altra storia. Nomi e nomi si cercano, si chiamano, corpi inerti sì allineano, nomi e nomi si stampano, si piangono, qualcuno li conta, qualcuno a chi resta giura e spergiura che sarà lesto nel ridargli ciò che ha perso, altro accusa e ricusa ogni colpa del disastro Poi…poi nonostante tutto il tempo transita, viene l’autunno la terra trema ancora e fa passo all’ inverno, tutto s’agghiaccia e le promesse vanno in letargo, la primavera fiorisce le lacrime, i prati si colorano di promesse mancate, le polemiche di rimpallo vanno all’estate e le macerie sotto il sole cocente son tutte lì che ti guardano. Poi…poi una bella fiaccolata, qualche parola di circostanza e una grigliata di facce tostate che passa sotto il naso e ti fumiga l’odorato. Ripensando a come hai passato un anno o giù di li senza più niente di certo e concreto, con ancora addosso la paura che a ogni scricciolo sobbalzi, con ancora negli occhi quel turbinio di sirene, di muri crollati, di tanta, tanta brava gente silenziosa che aiuta, rischia la vita, conforta e incoraggia, con ancora volti, occhi straniti e voci stentate t’accorgi che, malgrado sciacalli, mercenari della parola e ammassi di macerie che cuociono al sole anni e anni di sacrifici e di vite, l‘estate cammina.
È sera, la vita nel borgo lentamente transita. Il cielo è sempre terso, le stelle brillano, i grilli cantano, le lucciole si rincorrono, l’aria fresca scende giù dai monti sibillini e accarezza la pelle stanca. Seduta sul ripo, a contemplare la natura, ripensando, la notte mi balla quel punto d’incognita che allora, nella violenza dei sussulti, del tremare brutale della terra, mi spaventò, nel mentre era solo il punto variabile sospeso su ogni esistenza Certo, è un punto che non avvisa, arriva e cambia radicalmente la vita. se poi è un terremoto logico che terrorizza. Alzo gli occhi su, su e al biancore di luna l‘orologio di San Pellegrino fisso su quell’ora, quei minuti mi spiaccica un polverone di rammenti e comprendo che devo essere grata al fato. Ripensando devo, anzi ognuno del borgo oltre il caso deve un grazie, un grazie di cuore a quegli eroi in divisa o volontari in camicia che silenziosi hanno agito e caparbiamente scavato, cercato, tranquillizzato. Ripensando, ripensando la sera è diventata notte. Una notte così gradevole, carica di mistero, di magia, di auspici di inizi che mi affascina. Seduta sul ripo resto incantata a guardarla e nel silenzio eremitico della montagna aspetto l’alba.

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Un dolce pensiero a tutti!
bydif