Il “Veliero” di San Pietro

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Nella notte che precede la festa di san Pietro e Paolo in molti paesi persiste l’antica tradizione del veliero o barca di san Pietro.

Cos’è? È un rito da cui trarre auspici!

In che consiste? In un soffio di san Pietro!

Si narra che se la vigilia della festa dei Santi Apostoli, Pietro e Paolo, in un contenitore di vetro, bottiglia, caraffa, vaso, si versa fino a metà dell’acqua, si fa scivolare dolcemente la chiara di un uovo, si mette il recipiente all’aperto, sotto una pianta, sul davanzale di una finestra o un balcone, si lascia ai raggi della luna e alla guazza, al mattino, secondo la descrizione popolare dentro il contenitore magicamente si vedrà la barca di San Pietro!

Come avviene? Secondo una antica leggenda è proprio l’apostolo Pietro il pescatore a compiere la magia!

Come? Durante la notte di vigilia della festa, San pietro accompagnato da San Paolo passa sulla terra e per esprimere vicinanza ai fedeli soffia all’interno del contenitore e fa apparire la sua barca.. Ovvero con un soffio trasforma la chiara d’uovo in veliero che a seconda di come al mattino apparirà all’occhio svelerà se in arrivo ci sono tempi buoni o meno!

Ovviamente la barca o veliero di san Pietro va interpretata. Più il veliero sarà bello e ben riconoscibile, avrà tante vele aperte e più promette una situazione generale ottima, con giornate di sole e piene d’ottimismo, piogge scarse. Un tantino meno distinguibile, con meno vele aperte assicurerà un annata discreta, con qualche imprevisto risolvibile, meno sole e più pioggia. Se apparirà un po confuso e con vele strette l’annata sarà assai piovosa e la situazione generale rimarrà più o meno la stessa. Se non si noterà affatto una barca allora si faticherà molto e si raccoglierà poco. Attenzione però, Il veliero a mezzogiorno inizierà a scomparire per cui “la sua lettura rivelatrice ” dopo non sarà più possibile.

Realmente com’è che un albume forma la barca di san Pietro? Per un fenomeno di cambio di temperatura! L’albume, che ha una densità maggiore dell’acqua prima tende ad affondare; durante la notte con l’aria più fresca, l’attrazione della luna e la rugiada la chiara crea tanti filamenti e allo spuntar del sole, a mano a mano che l’acqua si scalda il bianco d’uovo filamentoso sale verso l’alto e nel risalire si apre a mo di vele.

Buona notte e dolce risveglio

Ho già messo la caraffa esposta alla luna. Domattina saprò se San Pietro avrà fatto la “magia” e vi saprò dire se….

bydif

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La ricorrenza della solennità dei Santi Pietro e Paolo Apostoli e patroni di Roma nasce dalla tradizione che vuole i due apostoli giunti dalla Giudea a Roma nello stesso periodo e martirizzati lo stesso giorno, anche se in luoghi diversi. Pietro venne crocefisso a testa in giù presso il circo di Caligola in Vaticano. Paolo invece decapitato alle Acque Salvie all’Ostiense. Si racconta che il suo capo mozzato fece tre rimbalzi da cui sgorgarono tre fonti e successivamente vi vennero edificate tre chiese. Il 29 giugno con uguale onore e venerazione In tutto il mondo si celebra il loro trionfo. Alcuni storici peròritengono che i due Santi non furono ne martirizzati il 29 giugno ne contemporaneamente e che in realtà la scelta del 29 giugno è legata all’antica festa divinatoria romana del  Quirino, celebrante i due gemelli Remo e Romolo.

Pietro deriva dall’aramaico “kephà”, tradotto in greco “pétros” e significa “saldo come una pietra, roccia”. Pescatore diventato Apostolo di Gesù fu scelto come “roccia”su cui gettare le fondamenta della chiesa, di cui fu il primo papa. E’ il santo patrono di muratori, ciabattini, orologiai, pescatori e per via delle chiavi dei portieri.

Secondo una antichissima leggenda popolare i pescatori che vanno in mare a pescare nel giorno della sua festa si imbattono nel diavolo che scatena una tempesta, per questo scaramanticamente molti pescatori escono in barca.

Paolo invece deriva dal latino volgare paulus “piccolo”

San Paolo detto l’apostolo delle gent, originario di Tarso fu prima persecutore dei cristiani poi incontrò Gesù Risorto  sulla via tra Gerusalemme e Damasco si convertì e predicò ai Giudei e ai Greci Cristo crocifisso. -da ciò nasce il detto “fulminato” sulla via di Damasco. E’ patrono dei cordai, teologi, panierai, cestai, di chi si occupa di stampa, viene invocato per allontanare le tempeste, a salvaguardia di pericoli dei morsi di animali velenosi.  San Paolo ha anche fama di “esorcista” o guaritore dei tarantolati.

San Pietro e Paolo sono due santi  fondamentali nella la storia della chiesa in quanto   costruttori di quelle radici dalle quali si alimenta continuamente la fede cristiana.

Qualsiasi libertà si conquista con la verità.

In questo mese, con i gay pride, il mondo si è tinto di arcobaleno. Un arcobaleno di uomini e donne che in maniera vistosa, spesso eclatante, con sfilate, feste, incontri esibisce la propria diversità, rivendica il diritto ad una propria identità, a vivere la vita svincolata da ogni genere anagrafico, da qualsiasi criterio codificato di amore, famiglia, sessualità, contestualizza pubblicamente l’orgoglio di appartenenza alla comunità L G B T

Ben vengano le manifestazioni di sensibilizzazione ai diritti e alle libertà espressive di qualsiasi individuo in ogni ambito della vita a patto che…a patto che non manipolano le libertà altrui. Malauguratamente succede. Succede che nel reclamare un riconoscimento ad un proprio modo di vivere, un rispetto all’essere, al pensare e agire secondo la propria indole, chi sollecita e pretende un diritto talvolta abusa o calpesta quello di un altro. Ultimamente è successo proprio nella mia natia città.

Nel manifesto promozionale di Omphalos, chissà come chissà perché, sotto la scritta : Perugia Pride Village 2017 -si scrive laico- si legge libero è finita un immagine di donna che inequivocabilmente evoca alla mente la Madonna. Gli organizzatori si sono affannati a smentire l’ innesco esplosivo affermando che ”non si tratta di una Madonna ma di una semplice Drag Queen” e ciò mi manda fuori dai gangheri perché mi enuncia tanta ipocrisia e scarsa verità.

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Ci vuol proprio una faccia tosta a asserire che quella donna provocante con l’aureola che irradia raggi gialli, la testa di bianco velata che tiene in mano un cuore rosso non ha niente da spartire con l’iconografia di Maria. É un insulto a qualsiasi individuo con un minimo di intelletto. E’ la classica icona del cuore immacolato di Maria universalmente nota! In più, se è la figura di una “drag queen e solo la mente contorta o becera ci vede la Madonna quello slogan : si scrive laico si legge libero… che ci sta a fare ? Non avrebbe ragion d’esserci. Ma c’è. C’è e sottolinea la scelta in contrapposizione con la chiesa e smentisce il pretesto della drag queen!

Aldilà d’ogni considerazione e sentimento moraleggiante anche il più tonto comprende che l’immagine sulla locandina allude a quella arcinota della Madonna ed è e resta una scelta precisa di comunicativa ideologica. Lecita? Giammai lecita! Non può esserlo, neanche in un contesto che della provocazione esacerbata ne ha fatto e ne fa una bandiera. Non si esige sensibilità a legittimare le libertà di essere quello che si vuol essere, drag qeen, gay, lesbica, intersex e quanto altro a ognuno gli va di essere, urtando l’altrui sensibilità. Inoltre, quando un messaggio propagandistico si avvale di vie improprie, per richiamare la partecipazione a un evento o estrinsecare un proprio diritto, oltre che risultare ambiguo infrange proprio le regole di rispetto reciproco che promuove. Eppoi …

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Eppoi, se non ci fosse nessuna attinenza con l’immagine di Maria, i dirigenti la comunità LGBT che alle critiche al manifesto hanno ribadito che “l’immagine è quella di una drag queen che avendo una natura artistica fa del travestimento una forma di intrattenimento” come spiegano la foto-post con  eloquente precisazione: come promesso, un pride della madonna, condivisa ieri sulla pagina facebuk di be queer official? Che il travestimento scelto è per un passo avanti per l’integrazione della comunità Lgbt nella società” !

Vero è che non è la prima volta che qualcuno utilizza un immagine legata a un culto per sollevare un opportunistico polverone in quanto è notorio che fa presa mediale e chissenefrega se il richiamo per pubblicizzare un avvenimento aggregativo è quanto mai spregevole e privo di rispetto per diritti altrui. Così ruota il mondo. Tuttavia quello che mi resta sempre difficile è comprendere il perché certi privi di idee geniali pescano sempre nel sacro per promuovere il profano. Se poi a a farlo sono proprio quelli che battagliano contro le discriminazioni, le offese, le ingiurie, invocano il rispetto dei propri diritti… beh dire che mi si ribella lo stomaco è dire un milionesimo di quel che mi si ribella. Forse perché mia nonna, donna saggia, diceva: “se hai da reclamar qualcosa scomoda i fanti e lascia stare i santi”

Nel concludere vorrei precisare che non  è per una questione di credo e neanche di etica. E’ per una questione che considero essenziale, ovvero: qualsiasi libertà si conquista con la verità. Conseguentemente,  sebbene la scelta pubblicitaria mi è parsa di cattivo gusto, ben altro poteva scandalizzare e semmai offendere il mio senso credente. Quello che mi è risultato disgustoso e fastidioso è il ridicolo menzognero. Sono state le scusanti alle inevitabili critiche suscitate dal manifesto. L‘ambiguità nel rispondere all’accusa di improprietà pubblicitaria a chi chiedeva chiarimento. Il constatare la maliziosa disposizione al ripiego per non ammettere una scelta tanto evidente. Se c’era il coraggio che un immagine ieratica doveva evidenziare una scelta di autonomia agnostica contro quella di dipendenza a un principio etico-religioso ci doveva essere anche l’onesto coraggio di ammetterlo. Altrimenti…il tutto assume una forma di camuffata panzana, ben confezionata ma sterile e contraddittoria al rivendicare qualsiasi libertà personale.

La parola laico viene dal greco – λαϊκός laikós- cioè “uno del popolo”. Che si appartenga al popolo arcobaleno o a quello incolore… si è laici e liberi nella verità.

bydif

 

 

La notte di san Giovanni, la notte senza inganni.

Michelangelo Merisi da Caravaggio, san giovanni battista giovane 1602

La notte che precede la festa di san Giovanni Battista, l’asceta predicatore che battezzò Gesù e fu martirizzato con decapitazione per ordine turpe di re Erode Antipa, è la notte più breve e veritiera dell’anno.

Da sempre considerata la più rituale, luminosa, magica e folkloristica  ormai non c’è paesino, compreso il mio con “la guaz de van”, in cui la fantasia popolare non  spazia tra sacro e profano per organizzare fiere e festicciole di richiamo aggregativo. 

Tanti sono i riti prosperati dall’immaginario collettivo su questa notte. Alcuni provengono da preesistenti cerimonie pagane legate al solstizio, allo sposalizio della luna col sole, ecc che si sono fusi e confusi con quelli che precedono il giorno della nascita del Santo. È arcinoto che nei riti si va dai propiziatori come i falò, i bagni di guazza, di acqua, di luce solare, a quelli che si intrecciano a superstizione con streghe, sortilegi, sabba, magie; a quelli evocativi di leggende antichissime con fate, fiori, mietiture, frutti e spose a quelli purificatori della terra e del se; a quelli divinatori di amori e innamorati a quelli di raccolta di erbe officinali, di scongiuro, di protezione, di meditazione, di esposizione alla luna, di preparazione di liquori a quelli di carica magnetica di pietre, liquidi, persone.

Si può dire che la notte di vigilia della nascita di Giovanni il Battista è la notte in cui a tutto è dato un potere straordinario, in cui tutto nel bene e nel male reso possibile, una notte a cui tutti e tutto possono attingere energia positiva da utilizzare per rigenerare, purificare, risanare ma anche trarre forza negativa da impiegare per scopi opposti come distruggere e maleficare, quindi la notte dove luce e oscurità si sfidano. Come dire che a ogni essere vivente o cosa animata e inanimata è data la possibilità di scegliere da che parte stare, o da quella chiara del bene o da quella scura del male, non ci può essere tergiverso, via di mezzo o mescolanza, perché come recita un vecchissimo proverbio, “ a san Giovanni non sono ammessi inganni.

È la notte della verità a cui a nessuno è dato sottrarsi. La notte chiarificatrice di ciò che si è in rapporto a se stessi, agli altri, alla natura al cosmo. Quella in cui l’uomo volge tutta la sua attenzione alle meraviglie del creato: colori, profumi, gioia allegria, ritrova quella leggerezza di corpo e spirito che ridona armonia e equilibrio. Una notte prodigiosa che avvera l’impossibile tanto che come affermava Shakespeare anche i sogni sono veritieri.

È in questa notte che v’è racchiuso quel segreto e magico potere nel quale da mezzanotte al sorgere del sole in una brocca di acqua si può vedere con limpidezza riflessa la propria anima, con tutti i suoi turbamenti e complessità, scoprire il vero volto di se stessi con ciò che di sbagliato si porta appresso nell‘intimo e ha la possibilità muovendo l’acqua di liberarsene e iniziare un nuovo cammino interiore che troverà il suo perchè al solstizio d’inverno. 

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Buona guazzata a tutti!

bydif

……in altri post  ricette del nocino e del ciliegino, l’acqua odorosa, le erbe notizie sul Santo e altre tradizioni.

.nel’immagine in alto: san Giovanni Battista giovane – del Caravaggio

in basso:le mie erbe e fiori

Sette e mezzo?

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Sette e mezzo? Uhm.
Si è data 7 e mezzo la grillina per il suo primo anno da sindaca capitolina
Uhm..appare un tantino da impudente e parecchio da saccente
considerato che in città neanche col binocolo truccato
un romano verace riesce a vedere un qualche risultato
di quelli che sui media la sindaca si è auto pifferato
Certo niun logico romano si aspettava una sindaca da miracolo
A essere attenti si notava bene che non era una fuoriclasse da prodigio
con quel suo dire pomposetto imbottito di distinguo illibato
depurino di un sistema corruttivo svuota casse riempi tasche
strizza l’occhio all’amichetto ingordino e strangola diritti al cittadino
Tuttavia nemmeno credeva che arrivasse a imbrogliar se stessa
gongolando che col suo intervento stellato 
decoro e legalità ribrilla in ogni angolo
Per magnificare un effetto che anche ai romani più cecati sembra gonfiato
di buca in buca saltando i cumuli di monnezza
deve essere finita in una realtà espansa
O…forse
nella laudazione s’è scordata che non è stata eletta per un valore certo
è stata eletta  come prova d’occasione di popolar capitolina disperazione
Comprendo la debolezza umana
e un punto di vista da super women la realtà squadra bensì…
bensì con un pizzico di modestia oggettiva
almeno un po’ con quello dei cittadini collimava
Per dirla in breve
a un 3 assai più calzante la verità dell’ operato avrei applaudito
a un 4 storto il naso e a un 5 ingoiato un antiacido a un 6 mai ho pensato ma…
Ma stimato che i malanni della capitale putridano dai tempi de sor romoletto
e cambiar volto a una città sfregiata
era ed è impresa notevolmente complicata
che neanche un mago testato poteva ottenere in un anno un simile decantato
un sette e mezzo … beh mi sento proprio un romano coglionato
Al dunque cara Virginia se l’umiltà ti difetta nel calcolar un voto a te stessa
la prossima volta se ci sarà una prossima volta
almeno sii fedele alla sbandierata differenza pentastellata

green carpet capitolino

Comunque ha ancora 4 anni per dimostrare quanto vale il suo saper fare

 Per il bene di Roma e dei romani  almeno al sette e mezzo le auguro di arrivare

bydif

C’era una volta un paesello

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C’era una volta un paesello  bello, bello, da far invidia anche al passante più distrattello. Un paese in cui tutti lavoravano, mangiavano, poco ma mangiavano, miglioravano e tutti facevano progetti per se, i figli, gli amici, la comunità. In questo paese c’era un gran branco di pecore che brucava beato solo l’erbetta del suo prato. Un giorno il gran branco di pecore stufo della solita erbetta iniziò a guardarsi attorno per capire come girava il mondo e se c’era qualche erbetta più appetitosa. Guarda su, guarda giù, prati e monti sembravano tutti uguali, sennonché, qualche pecora scaltra, assaggia assaggia scoprì che l’erba da brucare non era tutta uguale, ce ne era certa un po’ nascosta ai più che ingrassava assai di più. Così, un po’ alla volta, pecora, su pecora, mangiando mangiando il grande branco si scompose e pecora, su pecora si scisse in tanti branchi. Uno di questi branchi, il profittatore, iniziò a speculare sull’erbetta rivendendola a gruppi di pecore di altri paeselli e alcune pecore, più astute e avide, non accontentandosi dei guadagni collettivi, segretamente e in modo che fosse impossibile al branco risalire al misfatto e accusarle di frode, smerciarono l’erbetta per proprio conto a pastori di greggi di paesi molto lontani. Il branco invece del favorino, iniziò a maneggiare e maneggiare l’erbetta per foraggiare il proprio ovile, quello di parenti, amici e amici degli amici; il branco dei fancazzisti, ovini senza senno e amanti della vita da pecora pasciuta stesa al sole, viceversa se la brucava di tutta fretta strappando con mala grazia le radici; un altro, forse il peggiore di tutti i branchi, dei raggirini, per satollarsi indisturbato la ciancischiava con belatini su belatini da intronare tutte le pecore che tentavano di entrare a far parte del branco per brucarne un po’. Solo tre branchi non si fecero fuorviare dall’erbetta nascosta ai più, quello degli onestini, tiepidini e rigidini. Il branco degli onestini continuò a brucare l’erba del proprio paesello rispettando le regole del brucare senza danneggiare i prati, insegnava alle pecorelle giovincelle a comportarsi lealmente e dove non aveva competenze le spingeva a istruirsi, a frequentare greggi più evoluti, a visitare altri paesi, bensì sempre da pecore rispettose, ligie al dovere e consapevoli che l’onestà paga sempre e scavalcare, rubare, aggredire altre loro simili non è un agire da pecore corrette ma da malandrine; inoltre quando poteva si prodigava a cercare campi e prati nuovi in modo che in nessuno ovile mancasse il foraggio minimo, tanto che alla sera il branco era così stanco, così stanco che il pastore di turno non aveva bisogno del cane per farlo tornare all’ovile. Quello dei rigidini, gregge assai snob e classista, seguitò a brucare l’erba del proprio paesello con molta fiscalità e controllo in modo da sfamare il proprio ovile senza sprecarne neanche un filo, stava molto attento che nessuna pecora trasgredisse e profittasse in proprio, in più ogni giorno cercava di farne avanzare per accumulare preziosa biada per tempi meno prosperi sollevando il pastore dallo scervellamento di trovar pascoli per erba di riserva. Quello dei tiepidini, branco che mai si affannava e mai si sprecava, continuò a brucare l’erbetta senza brame e angustie di futuri, contentandosi di saziare la fame giornaliera propria e dei propri agnellini nei campetti più comodi e convenienti al pecoraio, al massimo ogni tanto toccava al can pastore scomodarsi per far rientrare nel branco qualche intrepida pecorella, o abbaiare per sparucchiare fughe ribelli di agnelli un po’ curiosi e un po’ desiderosi di emancipà le conoscenze e infiltrarsi in greggi sociali arrampichini.

Nel mentre il tempo al paesello sembrava scorrere in una sorta di strano equilibrio in cuii branchi agivano senza urtarsi e provocar sommosse, dacché: i greggi per così dire deviati dalla buona condotta si spostavano malandrinamente ma senza troppo uscire dal loro recintello frodatore e senza troppo invadere quello delle pecore tiepidine, onestine e rigidine; a loro volta i branchi dei tiepidini, onestini e rigidini agivano conservando una specie di superiorità, di flemma ottimista e un po’ cecata, non si confondevano mai con gli altri branchi e non si impicciavano dei comportamenti altrui, solo talvolta si riunivano e discutevano che sarebbe stato conveniente per il buon nome del paese porre fine all’agire malverso ma poi tutto finiva a tarallucci e vino.

Invero, in questa pastura idilliaca, chissà come chissà perché avvenne che senza intento i branchi si mescolarono e persero la loro cifra distintiva e il paese sprofondò nel guazzabuglio. Nel pastrocchio ne approfittò il branco del ciarlare che con abile oratoria iniziò in tutti i campetti in cui c’era erbetta fresca a sparlottare e straparlare. In questo gruppo del ciarlare scorrazzava qualche pecorella furbettina e qualche capretto imbroglioncello loro amico.  Nelle sieste meditarono che con le ciarle ci si poteva ricavare un profitto e forse accumulare un tesoretto di buona erbetta col quale potevano liberarsi del pastorizio, attirar ingenue pecorelle e agnellini e farsi una coorte di fedeli compagnetti per migliorare il loro status e trasferirsi in un ovile più acconcio. Così iniziarono a pensare e pensare: come fare per ciarlare e ricavare. Pensa che ti ripensa a uno glie s’accende la lampadina di creare una magica congreghetta. Scandagliò il territorio, trovò una stazioncina vecchia vecchia, ci invitò pecorelle e agnellini un po’ smarriti, un po’ credulini e un po’ maneggini. Li nutrì di favolette rottamine, di poteri avvizziti, li rimpinzò di frottole pomposine da renderli un gregge di assuefatti cretini pronti un di a ribelare il suo verso , idolatrarlo e acclararlo il più capace agnello del paesello tanto bello. Nel frattempo, in un armento, per radunare attorno a se un gruppettino di pecore citrulline, una pecora di pelo ribellino si sgolava a dire che nei campi tutto andava alla malora e ci voleva di rovescià l’andazzo dei greggi accreditati a pascere l’erba collettiva sputtanandoli sulle piazze e rimandarli all’ovile con un bel calcione nelle chiappe; in un altro gregge un agnellone sgridacchiava che bisognava aumentare la sicurezza nei tratturi, delimitare gli ovili, scacciare gli intrusi dai propri pascoli, sganciare il paese dai vincoli capestro di agnelloni egocentrici senza un briciolo di equità che poi vivevano all’estero. Daie oggi, daie domani, il ciarlare a rinculino di sproloquino, di vaffino e di sgancino, produsse nelle teste delle pecore accodate ai voleri dei pasturai e di quelle disorientate una babilonesca confusione, tanto intricata che le convinzioni nei branchi vacillarono, la tranquillità andò a farsi fottere e nel paesello lo scompiglio iniziò a regnar sovrano e nessuno più capì chi era pecora e chi cristiano.

A sto punto della storia, nel paese tanto bello si creò un tal dilemma generale che per le strade ognuno si guardava e non capiva se era ancor pecora o umano, o se era ancor umano o pecora. Uh come si scrutavano e come non capivano a quale insieme appartenevano! In breve, umano o ovino, divenne nel paese l’ alternativa da sgrovigliare ogni mattino. E, fosse pecora o cristiano, al sorgere del sole ognun si dilemmava da che parte andare, a brucare o a lavorare? Se vado a brucare e non son pecora che succede? Se vado a lavorare e sono pecora che avviene? Il rischio di sbagliare a quale “gregge” accodarsi e attirarsi una fiumana di sghignazzi dei foresti era grave, anche perché tutti i leader vecchiarini e i pecorai guardarini dubitavano chi essere chi e chi portare a lavorare o a pascere. Così ovini e umani nel dubbio di farsi coglionà iniziarono a camuffare le abitudini. Al mattino le pecore gutturando strani vocalizzi si sedevano al bar a ciarlettare, gli umani belando, belando se ne andavan a saltellar su e giù per campi con somma gioia dei can pastori che vista la baraonda ne profittavano chi per una giterella di relax, chi per sconfinà in pasciure estere, chi per ringhiasse in libertà. Solo un can pastore arguto e navigato non perse la bussola. Si mise al centro del paese e cercò di sbrogliar il caos e riportar l’ordine di identità. Ma più latrava e cercava di rinsavir pecore e umani e più uni e altri lo sfuggivano pensando che li gabbava. Fatto sta che per le ciurlerie di un branco tutti avevano perso la loro caratteristica natale e il paese a poco a poco si perdeva oltre la nomea anche il carisma internazionale. Infatti, nel mentre che nessuno più conosceva chi era e come doveva comportarsi e solo il can pastore si sgolava senza riuscir a ricomporre la condizione nei ranghi del genere originario, successe che la situazione ingarbugliata non sfuggì a qualche occhio di passaggio, piuttosto loquace e anche invidioso che sobillò in qualche orecchio la crisi identitaria, quasi di catalessi che imperversava nel paese. In un baleno nel circondario e anche oltre si alzò un polverone di vociferii populini che rese il paesello un vero spasso da cuccagna da attirar frotte di gruppi foresti assai furboni. Prima vi piombarono i falchi che si sollazzarono a comandà a umani e pecore di far quello e questo col cavillo di risolvere il loro dilemma nel mentre li fregava assediandosi nei meglio ovili, case, campi e quant’altro gli allettava la loro brama conquistera. Poi accorsero tipi senza arte ne parte per magnà a sbafo e zimbellà pecore e umani. Infine il vocio stratosferico attirò una masnada cosmopolita che trasformò il bel paese in un vero reticolo di via vai di colori e idiomi da fare impallidir la bandiera rimasta appesa al pennone dell’ovil capannone municipale. Il can pastore, unico rimasto lucido, si disperava e si scotennava il pelo sul come fare per districare l’imbroglio causato dal branco dei ciarlini, dei vaffini e dei sgancini visto che le pecore, per non prendersi gli sghignazzi dei foresti ciarlavano e gli umani per l’angoscia di essersi accodati alle pecore e non essere derisi belavano. Chi poteva rendere limpida e chiara l’identità e ripristinare le categorie d’appartenenza in modo da sgombrar il paese dalla masnada di intrusi, sbafatori e profittatori?…! La situazione gli sembrava irrisolvibile. Poi, con il po’ di senno rimasto malgrado gli anni si disse: una scappatoia c’è, però mi urge trovar un intermediario suadente a cui ovini e umani s’affidino senza timore dì esser sollacciati ma…Ma il problema era scovarlo.

Mentre il vecchio can pastorizio investigava a destra e a manca se almeno a una pecora e a un cristiano gli era rimasta la coerenza identitaria, ecco che in paese compare un eremita trascinatore e perspicace che si era allontanato dal mondano un po’ schifato e un po’ costretto da maldicenza sul suo operato, che stufo di starsene a medità in solitario voleva ripristinre un po’ di social contatto. Da acuto razionalizzò subito l’accadimento e per niente scosso dal bailamme tra umano e bestiario arguì che se voleva comunicare coi suoi simili era necessario rompere l’imbroglio vizioso che nel paese s’era creato. Con sveltezza da far invidia a un cronomen collaudato si mise a belà con le pecore per farsi seguire nei campi a ribrucare l’erbetta e a parlà coi cristiani per farsi seguì e ripiazzarli ai propri compiti quotidiani. Ci mise qualche giorno ma senza perdersi in cincischie riseparò ovini e cristiani e riportò i “greggi” ognuno a comportarsi in base al criterio di madre natura. Tuttavia il paesello immobilizzato dal travisamento identitario era tracollato nel caos. Nelle strade l’immondizia appestava, sorci e canaglie scorrazzavano, ciuchini e fannulloni sozzavano. spioni e inetti sovversavano, foresti e strapiantati ovunque culi e lingue parcheggiavano. Quindi ci voleva una scossa che terremotasse le chiappe di tutti per ripulì il paese e liberarlo da tanto sfascio. L’eremitico, con fare diplomatico, sondò il pensiero dei compaesani sulla situazione ma quasi tutti risposero che non c’era alcun problema, eppoi avevano altro da pensare e fare che occuparsi di sgombrà dal sudiciume le piazze, che ci pensassero quelli a cui avevano pagato le tasse. A tal risposte, li per lì il solitario, assai civico e cultore estetico, pensò di rifuggire sui monti a contemplare le bellezze e godersi i profumi dei boschi, benché si disse che non poteva fare lo gnorri e andarsene senza riprovare a scandagliare se nella comunità esisteva almeno uno che come lui pensasse che il paese era ridotto a uno schifo da disonorasse. Animato dal fervore utilitino girò il paese in lungo e in largo. Ovunque constatò che con il suo semplice stratagemma tutte le pecore erano rientrate nel proprio branco e pecorai e can pastori le pasturavano senza drammi. Tutti gli umani si erano sconfusi e ognuno aveva ripreso il suo posto comunitario. Si sentì ringalluzzito e si disse: ho fatto bene a rientrare nel paese, con la pazienza e sapienza eremitica accumulata posso servire anche a cambiar l’apatia dei paesani verso i problemi generali, renderli partecipi rasettatori ambientali e restituire un po’ di dignità che a un paese non fa mai male. Però un qualcosa gli rodeva l’animo. Non capiva bene cosa gli disturbava l’ introspettivo. Nondimeno sapeva di avere un fiuto sopraffino che non sbagliava mai, quindi c’era un qualcosa nel paese che aleggiava però il nocciolo della questione gli sfuggiva. Per afferrare che c’era che gli scuoteva l’animo decise di rifare il giro. Ripercorse in lungo e in largo il paese visionò ogni angolo e sbirciò pure oltre confine per meglio capire. Rivide le torbe di giovincelli che oziavano, i ragazzini esauriti e quelli che giravano ridacchiando, le giovinette dagli occhi tristi che ciondolavano e quelle truccate che adescavano, donne che correvano zoppicando e mamme che strascicavano i figli in un traffico forsennato, omi che a occhi bassi strisciavano i muri elemosinando e omi sudaticci che gongolavano, vecchiette che riempivano le sporte sfilacciate rimestando negli scarti dei supermercati e signorone che al caffè conversavano. Oddio barlumò, i miei bei tempi non so come ma di sicuro son tracollati, il paese non è più una fucina di occupati, troppi non lavorano e mangiano e molti manco s’azzardano più a fare un progetto, tuttavia non per questo mi posso sentire un rodio intimo da non dormire. Forse l’eremitaggio ha cambiato le mie antenne fiutine e esagero, concluse. Poi …

Poi vide: un folla accalcarsi attorno a uno stagno puzzolente da mandare all’altro mondo che stava ad ascoltar rapita un cafone blaterone che neanche una formica gli avrebbe concesso un minimo di attenzione; una massa di omini e donne che si accapigliava per un posto in una tribunetta dove un figuro da un piedistallo sbracciava e snocciolava una fiumana di invettive che nessuno poteva capir a che si riferiva ne tantomeno come e quando agiva e neppure a chi serviva; una piazza stragremita di gente smagrita e malvestita che impalata sotto una bomba d’acqua ascoltava adorante il farneticare di un fringuello cervellone che affermava di consumarsi giorno e notte le meningi per far solo i loro interessi ma indossava vestiti e scarpe che costavano un occhio della testa e un orologio che al venderlo per anno una famiglia ci sguazzava; infine, in un parchetto zeppo di tende, di rifiuti, di cani, gatti e randagi avvistò gente sparuta che applaudiva un trio che gli schiamazzava sul come riorganizzava in meglio la loro vita ma il dire che sentiva  di tutto sapeva meno che di giustizia e democrazia. Fu allora che capì il rodiò. Era lo stesso che lo aveva convinto a ritirarsi in romitaggio. Il paese era bello bello da far invidia anche a un santerello ma oggi come ieri si poteva scannà bensì non poteva cambiare mentalità a una massa di pecore beone. Quindi capitolò l’idea di rimettersi in pista e di tutta fretta se ne tornò al suo romitorio a gustare il sole nascente, i tramonti cristallini, i profumi dei fiori selvaggi, l’acqua gelata dei torrenti alpini, le bacche dei pruneti, i silenzi delle dure pietre.

Lasciato che ebbe il paese al suo destino garbuglio, gli aspiranti pasturai del popolo si sentirono assai sollevati, sapevano che l’eremitico era assai più di loro carismatico e anche un tantino di spirito più dignitoso e franco, averlo tra i piedi sarebbe stato un guaio, comunque la faida tra loro continuò. Il tizio illogico soffiò, soffiò di essere bravissimo a cambiare a tutti un po’ la vita ma inutilmente si sfiatò; il vituperaio strillò strillò che lui non era un burattinaio da profittasse il popolo ma neppure il suo gatto lo cagò; il trio cantò di dare a tutti un po’ ma poi si tenne tutto per se; il cafone ciarlone imbonì i branchi d’omni di esser il miglior guidatore sulla piazza ma assisosi sulla vetturetta prese una curva storta a gran velocità e si fracellò. Al dunque, il suo ritiro a nessuno giovò, ognuno si rivelò un flop.

Dopo qualche mesetto l’eremita ridiscese per comprare un paio di calzari che gli s’erano ammollati e non si stupì affatto di sentire solo belati. In fondo pensò il paese anche strapieno di pecore è bello che più non si può! Mentre fischiettando felice se ne tornava al suo amato eremo, da un angolino il vecchio can pastore che non aveva perso il senno, tornato in paese e ormai da tutti ignorato, con gli occhi lucidi sospirò. Beh che c’è abbaiò a una pecora che lo guardava..In fondo  è  il pastoraio più eccellente che un gregge abbia avuto!

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By dif

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” Una Signora vestita di bianco”

 

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Una signora vestita di bianco più brillante del sole che diffondeva una luce più chiara e intensa di un bicchiere di cristallo pieno di acqua pura, attraversato dai raggi del sole più ardente sulla strada di Leiria si posa su un piccolo leccio e all’improvviso si presenta in tutto il suo virginale splendore agli occhi di tre bambini Lucia, Francisco e Giacinta. Tra un lampo e l’altro di luce accecante, in una domenica precedente quella dell’Ascensione ”una signora vestita di bianco…” dal volto indescrivibilmente bello, “né triste, né allegro, ma serio, le mani giunte appoggiate sul petto e volte verso l’alto, dalla cui destra pendeva un rosario, le vesti che parevano fatte soltanto di luce” entra nelle vite di tre piccoli pastorelli di 10, 9 e 7 anni che abitavano ad Aljustrel e dopo la messa pascolavano spensierati e tranquilli le loro pecore a Cova de Iria, un piccolo appezzamento di terreno nei pressi di Fatima.

Era il 13 maggio 1917, quando “una signora vestita di bianco..” per la prima volta Senza scarpe ma con calze bianche, occhi neri, altezza media, un mantello bianco che dalla testa arriva fino in fondo, dorato da catenine dalla vita in giù; la gonna fino al ginocchio, tutta bianca, dorata dall’alto al basso e in obliquo da catene; una giacca bianca non dorata; le mani giunte con due o tre collane. Alle orecchie dei bottoni molto piccoli; al collo una catena d’oro con una medaglia sul petto per la prima volta si manifesta a tre fanciulli portoghesi. Semplici e normalissimi come milioni di altri coetanei.

Era giusto 100 anni fa, nel pieno della grande guerra, cheuna Signora,… “ vestita con calze bianche e un abito tutto dorato, la gonna bianca fino al ginocchio, tutta dorata da quelle collane che la ricoprono. Una giacca bianca, anch’essa dorata, e un mantello bianco” e “molto bellina” appare a due fratellini e una cuginetta. Tre normalissimi bambini, piuttosto poveri e, com’era allora costume, neanche istruiti che erano si soliti recitare sempre il rosario mentre accudivano i loro greggi ma come tutti i ragazzini, per poter giocare, lo interpretavano tanto da recitarlo in modo alquanto abbreviato .

A quella 1° apparizione, del 13 maggio, ne seguirono altre, precisamente: Il 13 giugno, luglio, agosto, settembre e ottobre, più una straordinaria il 19 agosto. A quella del 13 i tre pastorelli “sequestrati” non erano presenti ma La Madonna, senza apparire, rese certa a tutti la sua presenza la folla sente un forte tuono a cui segue un lampo…una piccola nube bianca appare per qualche istante sospesa sopra il leccio poi si alza verso il cielo e scompare e il volto delle persone, gli abiti, le piante, il suolo si colorano in diverse tinte….” Per inciso, le apparizioni della “signora vestita di bianco più…” furono precedute nel 1914-15 da tre piccole visioni angeliche, e da  tre vere apparizioni di un giovane di luce che in primavera, estate, autunno nel 1916 si presentò come angelo di pace, angelo custode del Portogallo, Angelo messaggero del mistero della SS Trinità.

Come logico quel 13 maggio ” una signora vestita di bianco..” cambiò la vita ai a quei tre bambini pastorini, e cambiò il futuro del luogo e delle persone.

Da quel giorno Cova de Iria, nei pressi della parrocchia di Fatima, da un luogo di pascolo, si trasformò in luogo di richiamo. Si, un fortissimo luogo di richiamo per anime in cerca di armonia, e misericordia. Un luogo in cui ogni anima pellegrina giunge per “rifugiarsi” e trovare nello specchio di se stessi il riflesso di Dio che seda i marasmi intimi, converte la propria “guerra” in pace. Come memorò Lucia: la Madonna aprì per la prima volta le mani, fino a quel momento le aveva tenute giunte, comunicò, a mezzo di una specie di riflesso che emanava da lei, una luce così intima che, penetrando nel nostro cuore, e fino al più profondo della nostra anima, faceva sì che vedevamo noi stessi in Dio, che era questa luce, più chiaramente di come ci si vede in uno specchio.”

Una “signora vestita di bianco e più ..” quel 13 maggio di cent’anni fa ha cambiato quell’angolo di suolo portoghese tanto ubertoso per il gregge dei pastorelli in spazio “d’accoglienza del gregge divino”.

Oggi a Cova de Iria l’erba verde da brucare è sparita sotto bianche lastre ricoperte da un brulichio di piedi e lumi, il leccio della Vergine è una rimembrante colonna di posa nella cappellina. Tuttavia non è sparito il pascolo per le “anime”. È altrettanto abbondante da ricreare quell’atmosfera di gioia, concordia, fede e accettazione che effondeva il cuore semplice di quei tre bambini.

Oggi, Cova de Iria è una grandissima immensa piazza fiorita di occhi, volti, colori, fede, speranze, curiosità che ti invade in ogni poro e ti emoziona nel profondo. E, quella piccola Vergine, nella teca di vetro, adorna in analogia con le apparizioni, con quella corona, donata dalle donne portoghesi, così bella ma così “legata a eventi tragici dell’ultimo secolo “ tanto pesante da piegarLe la testa e lo sguardo, da sembrare che voglia posarlo su ognuno per rassicurarlo che non ha nulla da temere, il peso di tutti lo regge Lei,  è davvero un incontro puro, indimenticabile. Un incontro di madre premurosa che ti accoglie in silenzio, garbo, delicatezza, comprensione, senza giudicare e senza prevenzioni. Dire coinvolgente è dir poco. È così avvolgente da entusiasmare anima e corpo. Perché? Perché in quel volto minuto e tenero, quegli occhi dolcissimi ci si può immergere e dimenticare ogni dolore, oppressione, orrore umano. Leggere una infinità di messaggi tanto incoraggianti da infondere una immensa fiducia, sollevarti e farti sentire una piuma che si affida a ogni vento della vita con sorriso e ottimismo.

Chi ha la fortuna di arrivare nel luogo del leccio, sostare nella cappellina delle apparizioni, è come se arrivasse in un habitat straordinario, una “nicchia” di mondo senza confronti in cui trovi ciò che hai bisogno anche se non lo sai, non lo chiedi esplicitamente o sei agnostico.

Quella “Signora vestita di bianco più splendente del sole” a nessuno nega ciò che cerca, a nessuno preclude l’accesso della via che conduce al suo cuore Immacolato, a nessuno impedisce il viaggio verso le vette impervie della fede, delle aspettative o semplicemente di esplorazione.

La vergine di Fatima è una “Signora che accoglie tutti, tutti abbraccia, tutti conforta”. Nessuno se ne va da Cova de Iria senza un dono, un qualcosa di inafferrabile eppur tangibile beneficio nell’umano camminare.

Eppure in tanti nella Vergine di Fatima ancora vi incontrano solo il segreto. Tutti o quasi, quando si parla di Lei e delle apparizioni, prima di tutto corrono col pensiero al segreto, il terzo, quello che in 100 anni tanto ha richiamato l’attenzione, fatto scrivere, meditare, discutere, ipotizzare, profetizzare, speculare, solo dopo rimemora la Sua mistica divinità. Un segreto in teoria svelato da Giovanni Paolo II nell’anno giubilare del 2000 ma che in pratica continua a suscitare perplessità, presupporre non detti per nascondere flagelli orrendi che travolgeranno i destini della chiesa, dei suoi pastori e dei suoi fedeli; calamità apocalittiche, tanto più tragiche di quelle conosciute che colpiranno l’umanità, e se svelate provocherebbero nei deboli panico, nei forti profittazione e calcolo.

In realtà come ha scritto suor Lucia “non diciamo che Dio castiga; è il contrario. Sono gli uomini da se stessi che si preparano il castigo. Dio rispettando la libertà che ci ha dato premurosamente avverte e chiama al buon cammino; perciò gli uomini sono responsabili”.

Inoltre, come ha sottolineato, quello della Madonna di Fatima è solo un appello al mondo “ un invito che non vuole riempire le anime di paura solo esprimere un urgente richiamo. Non c’è problema ne materiale ne spirituale, nazionale o internazionale che non si possa risolvere con preghiera, sacrificio e devozione. Maria tergendo le lacrime dal suo cuore immacolato consolerà”.

Quindi il “segreto” non è una predizione immutabile, è modificabile dalla condotta umana e dalla invocazione oratoria assidua.

Per concludere:

In cento anni, da che “ una signora vestita di bianco e più luminosa del sole” s’è manifestata agli occhi di tre ragazzini a Cova, cinque Papi e cinque guerre, se si comprende l’ultima che come affermato da papa Francesco è una guerra mondiale a pezzi “, hanno incrociato il Suo profetico. Sicuramente come ha ricordato nel 2010 Benedetto XVI, oggi papa emerito, non si è esaurito nel secolo : “Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa”.

Conseguentemente per la Chiesa e il mondo laico l’iter della donna vestita di bianco, Maria, e dei pastorelli continua? Continua! Ma che si può temere? “Non ti scoraggiare, il mio Cuore Immacolato sarà il tuo rifugio ” disse. Saperlo, qualunque timore catastrofistico passa. Constatarlo è un emozione profonda!

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bydif

Labor day.

1maggio

Labor day, Labor day. Ma che è?
É la Gran Festa del lavoro e dei lavoratori!
Dici?
Dico!
Bah, a me sembra solo un giorno festivo qualunque.
Qualunque!!! Ti sei forse scordata come è nata questa festa? Le lotte, le pene, i sacrifici, i morti, i…
No.
E allora? E allora son tempi andati, vecchi, stravecchi e fottuti!
Ma che dici, il tempo del lavoro non ha età, non va mai fuori moda,non ha scadenze è sempre attuale.
Illuso e pure visionario! Lavoro,lavoro, lavoro, ficcatelo nella zucca, il lavoro non c’è, è morto e sepolto, ovunque rimpiazzato da concertoni scassa timpani.
Mannò, sei catastrofista, il lavoro è vivissimo. Eppoi lo dice pure la Costituzione che è un diritto per tutti.
Diritto….fiuuuù …a stassene a casa a scassà le mosche, a implorà i santi de fatte dà na mano a trovallo, a scoiatte le meningi per improvvisarlo, a supplicà de togliete dalla dannazione giornaliera de invià curricula senza risposta, de fatte magnà pure a te na patata, de datte la possibilità de’ un minimo di dignità, de …de..
Aoh, te sei alzata col piede storto oggi che vedi nero?
No, me so alzata col sole in faccia che me fa vedé chiaro e limpido che la nobile fatica del lavoro è stata ridotta a indecorosa fatica de sognà il lavoro. Ma dai, io lavoro, non sempre ma ogni tanto arraffo tre mesetti de stipendietto de 800 euri, se poi ce metti che me posso coltivà l’hobby del rimedio qua e la, fa diverse cosucce senza l’incubo de sottostà a padrone me pare che oggi posso festeggià alla grande.
Si, pure io lavoro a 400 euri un mese si e uno no. Ma..
Ma che… Beh, me pare che oggi te poi stravaccà al sole senza pensà, la vicina mica ha sta fortuna, porina va sempre a magnà a casa de carità.
E i figli, i giovani. Non pensi a loro. Che futuro hanno?
Futuro, futuro.. ma che te vai a pensà, oggi si vive sull’oggi, il futuro è roba per paurosi, da popolani che non sanno adeguarsi alle sfide dei cambiamenti. Ma te pensi mai quant’è stimolante campà na vita in cui ogni mattina te devi inventà come pagare affitto, bollette, pizzicagnolo, scuola, asilo e tutto l’ambaradan?
Ce penso, ce penso assai che a volte so stracotta de rabbia e tristezza!
Beh, se te viene la melanconia, per tirarti su il morale, pensa ai politici, ai rikkie, ai… o ai… quanto so sfortunati, porinelli!
Che te staie a di, le scemenze o ..perchè se ce penso…uhh stamme alla larga che te stroncico la camicia e pure il faccino.
Dai non te surriscaldà.Rifletteci un tantino quelli se morono de noia, e quando non se morono esausti de noia se danno un gran da fa a ditte che il lavoro è un residuo antiquato, gli Adamo ed Eva oggi non se devono più sudà per vivere onorevolmente, sfamà e cresce i figli, oggi se devono sudà solo per arrostì al sole e sfoggià na abbronzatura da invidia. Me voi di che  non so porini de mente? Dici.
Dico. 
Pane e acqua  son pronti?
Si, chiama i ragazzi e andamoce al concertone a godé a tutta sto Labor Day. Tanto…
Tanto che?
Che…che…se sei precario, sottopagato, ricattato, senza lavoro, e..e…sei considerato un privilegiato.
Allora, è non è la nostra festa?
Eccome se lo è!
Allora, nun ce stamo proprio a pensà, godiamoci sto privilegio!

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Felice 1° maggio a tutti!

bydif

25 Aprile: giorno della libertà. Ma

Milite-Ignoto

25 Aprile:giorno della libertà. Ma da dove viene? Viene, viene dalla…

Resistenza che non è una leggenda, un aneddoto, un vecchio fatterello di cronaca, un giorno festaiolo di sbandierata piazzaiola, un itinerario folcloristico o una cerimonia sfilareccia per vecchi nostalgici. Tantomeno ha un colore definito che può essere accaparramento di questa o quell’altra ideologia partitica, un esclusiva di memoria o di rivendicazione di valori a senso unico. È un realizzato libertario concreto di storia del nostro paese. Storia di lotta di uomini e donne che da nord a sud hanno combattuto con ogni mezzo per riprendersi dignità e libertà. La resistenza è rivelazione di ciò che donne e uomini possono fare quando non si sottomettono alla tirannide; quando non si arrendono alle difficoltà; quando rischiano il tutto per tutto, quando si espongono con idee e fatti; quando combattano per il bene comune senza distinguo; quando non temono per il loro oggi ma per il domani dei loro cari, per il futuro delle generazioni. È quando donne e uomini uniti prendono in mano il destino del loro paese. È un patrimonio di reazione alla paura e alla acquiescenza dispotica da tenere in bella vista ogni giorno per evitare che la “storia” si ripeta. Si dice sempre che la storia insegna. Attualmente però ne dubito. A quanto leggo o sento in giro per certe memorie corte o troppo impegnate a lustrarsi gli scarpini con la vita altrui non è poi così. Mi scappa da dire che non son certo memorie degne di cerimoniare quei tantissimi morti sui monti, nelle campagne, sulle rive di torrenti gelidi, ovunque c’era da opporsi e ricusare un sistema insopportabile, quei donne e uomini, che miravano al resistere e resistere non per incensarsi in sfilate ma “per vivere da uomini o da uomini morire”.

A 72 anni dall’anniversario della Liberazione c’è necessità di una memoria impellente condivisa da consegnare ai giovani, per scongiurare il ripetersi di un periodo disgraziato. Non di diatribe politiche o partigianerie sterili o, come ho appena ascoltato, discorsi retorici e stracarichi di parole che s’appendono alle bandierine senza lasciare traccia di insegnamento. Perché guerra non sempre è bomba. Angheria non sempre è ingerenza nemica. Conflitto non sempre è sparare con un fucile. Soprattutto Resistenza non è sinonimo di eterna pace, giustizia, libertà. É conseguimento di valori a prezzo di donazione straordinaria della vita di eroici uomini e donne da alimentare con tenacia tutti i giorni. Il 25 aprile è quindi una memoria di altruismo plurale, di volontà corale di uscire da una logica di indifferenza, di ingabbiamento drammatico, di buio e paura per ridar luce e produttività a una esistenza libera. È coraggio, immolazione, amore, aggregazione, identità, giustizia, educazione alla autonomia mentale, repulsa alla guerra, alla ghettizzazione, all’abominio. Trasformarlo in palcoscenico politico, divisioni, menzogne, rinfacci, polemiche e quant’altro la bassezza umana riesce a trovare per far emergere ragioni settarie è riammazzare quei coraggiosi donne e uomini che hanno determinato la libertà. Soprattutto è tradire lo spirito originario, quel sussulto spontaneo che ha unito aldilà di criteri egoisti per liberarsi da gioghi dittatoriali e guadagnare l’indipendenza. I diritti sanciti dalla Costituzione non provengono dal nulla ma dal sangue, da una cultura di solidarietà, di entusiasmo comunitario, di costruzione al dialogo, di partecipazione stimolante, di difesa quotidiana delle proprie radici! E, oggi più’ che mai ci sarebbe da riflettere per reagire a uno stato di fatto che giornata dopo giornata ci tiene prigionieri di paure, di angosce terroristiche.  Ci rende sempre più apatici spettatori di manovre e contromanovre in ragione di assurdi diktat, indiscutibilmente autoritari, impositivi e interessati a un profit individuale.

Per concludere, a rigor di logica il 25 Aprile, giorno commemorativo della Liberazione, dovrebbe essere la festa Nazionale che unisce tutti gli italiani. Invece..invece ha contorni strumentali indecorosi che disonorano proprio la Memoria di un giorno fondamentale della storia d’Italia. Un vero errore. Basterebbe aver chiaro che la Resistenza è una formula di Liberazione da ogni tipo di oppressione, valida per ieri, l’oggi e il domani, da memorizzare e tramandare senza se e senza ma. E son sicura che magicamente il giorno della Liberazione, prodotto generoso della Resistenza, finirebbe di essere il ricordino da tirar fuori dal baule per dargli una areata annuale  a rintuzzo di polemiche rivendicative. Anche perché è doveroso non scordar che : La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”

mano mano

Buona serata di felice libertà!

bydif

 

Ha vinto Raz !

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Ha vinto Raz Degan l’isola dei famosi ? E chi altro poteva vincere nel nulla che lo circondava! Tutti lo hanno accusato di fare strategie, dare spettacolo, giocare al naufrago con un ruolo studiato per accattivarsi il favore del pubblico. Chi più chi meno gliele ha dette di tutte e di più. Volutamente o incnsciamente tatticamente lo hanno isolato, accusato, spedito sempre al televoto, considerato asociale, simulatore, razzista ecc… In realtà quello che veniva fuori era lo specchio del gruppo, come se nello sparlare ognuno vi rifletteva la parte che nascondeva per opportunismo mediatico. In certi momenti è stato esilarante assistere alle loro corali o singole analisi anti Raz , che poi era solo un modo di influenzare per toglierselo di torno attraverso il televoto. Si son dati la zappa sui piedi. E che beffa gli ha rifilato il fato. Più insistevano con le strategie doppiogiochiste a loro somiglianza più Raz accumulava fan e più ognuno si autoescludeva dall’avventura naufraga appena finiva in nomination. Il pubblico dei reality che può essere spione, futile e un tantino gossipparo è tutt’altro che scemo tant’è che più i “Famosi ” ??? Boooh! Forse un po’ conosciuti, gli erano contro più i patiti realitary erano affascinati dal contegno anti ammasso concettuale di Raz e tifavano da sfegatati per la sua vittoria. In fondo che c’è da stupirsi. Era logico. Ha vinto perché ha fatto se stesso, un po’ ascetico, un po’ misterioso, un po’ ironico, un po triste, un po’ individualista, un po’ gentile, un po’ insolente, un po’ esteta, un po’ indifferente, un po’ delicato e un po’ materialista, bensì sempre diretto, fedele alle sue idee e coerente al suo stile esistenziale interiore. In tutta la permanenza ha recitato esclusivamente il suo personaggio a 360° senza mai cedere al perbenismo di facciata o piegarsi alla logica dell’ amicizia di ruolo strategica. In più era l’unico senza una diplomazia conquistatrice di favori e simpatie popolari. L’unica strategia che aveva in testa era quella di una lotta con se stesso. Sfidarsi, ingegnarsi a costruire, cacciare, pescare, combattere, confrontarsi con gli elementi della natura, assimilare energia e forza dai colori, dai profumi, dall’humus della terra, da qualsiasi cosa attraeva la sua sensibilità sono stati la sua fissa. Da subito è stato evidente che aveva un appeal attrattivo che lo separava dai naufraghi partecipanti e non aveva nulla in comune col modo di agire e pensare degli isolani spiaggiati per caso o scelta della produzione assieme. Troppo diversi nel modo di porsi ed esporsi agli altri, di argomentare per l’apparire pubblico piuttosto che per conformità individuale, di esibirsi adeguandosi a una realtà confezionata ad hoc per autopromuoversi anzichè misurarsi autenticamente con un esperienza survaival. Direi che il gruppo è apparso lontanissimo, quanto la galassia ignota, dal suo intimo elaborare il modo di essere e coesistere, certo assai ermetico e ritroso, talvolta assai selvaggio e anticonvenzionale, quindi per niente adatto a promuovere se stesso, ma sicuramente esclusivo e raffinato da affascinare la percezione collettiva.  Una scelta azzeccata a rilanciare gli ascolti. Senza Raz l’isola degli affamati di fama sarebbe sprofondata negli abissi  onduregni. Perchè? Perchè si è rivelato come un vero naufrago e ha ridato sprint  a un reality morituro. Raz si è comportato come se fosse approdato in un quegli isolotti honduregni spinto dalla corrente e non per partecipare a un reality in cui fingere di esserlo per assecondare gli scopi di audience del reality e accaparrarsi la visibilità per vincere. Se ha vinto tutti i duelli delle nomination e in quello finale, con lo sfidante bello e giovane Simone Susinna, con un favore di percentuale che non lascia dubbi, un 89% contro un 11% ..beh  la dice lunga su come il pubblico ragiona autonomamente sulle astuzie e sceglie i suoi beniamini. Non sono una patita di reality ma ogni tanto sbircio e confesso che Raz Degan era l’unico che si meritava il successo. Non è per niente come lo hanno percepito gli altri “naufraghi”. Ha un animo silenzioso, assai gentile e profondo, complesso e difficile. Entrare nella sua logica non è facile, tuttavia si avverte che ha un quid esclusivo da protagonista. Emergere sugli altri è una sua naturale qualità e non un arzigogolo di astuzie e strategie. Forse è per questo che tutti i naufraghi gli han dato contro? Può essere!

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Buon fine settimana

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La Settimana Santa attraverso l’arte

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Con la Domenica de Passione Domine, più conosciuta come Domenica delle Palme che rievoca l’ arrivo di Gesù a Gerusalemme accolto da una folla osannante che, agitando rami di palme e olivo, Lo acclama e poi, pochi giorni dopo, preferendo Barabba, LO rinnega e fa crocifiggere, è iniziata la Settimana Santa. Ovvero l’ultima settimana del cammino umano di Gesù su questa terra che va dal trionfo alla sconfitta. Chiaramente una sconfitta apparente. Crocifisso per odio, invidia, dabbenaggine, sconoscenza, paura, si grande paura per una proposta di nuova collettività, per il figlio di Dio così doveva essere perché Mandato dal Padre a immolarsi per la salvezza umana. Le vicende umane e divine di Cristo, rievocate nella Settimana santa, hanno ispirato numerosi artisti, pittori, scultori, scrittori e poeti, di ogni parte del mondo, ma anche di musicisti e architetti. Tante le opere d’arte, alcune famosissime, che trattano la Passione di Cristo, dal suo ingresso trionfale a Gerusalemme, alla morte in croce, alla sepoltura e alla resurrezione dai morti, un vero patrimonio culturale espressivo che va aldila della narrazione escatologica. Anche la letteratura ovviamente è ricca di opere ispirate ai Vangeli di autori sia noti sia anonimi, celebre è il Stabat Mater di Jacopone da Todi – XIII secolo- che ha ispirato tanti musicisti come pierluigi da palestrina scarlatti vivaldi rossini verdi. Ripercorrere , giorno dopo giorno, i passi di Gesù, dalle Palme alla Resurrezione attraverso immagini, colte e fissate in svariati modi compositivi e tecniche dagli artisti per me è un modo di seguire gli episodi caratterizzanti la Sua ultima settimana terrena ma anche un sistema per riscoprire opere d’arte di sommo valore artistico. Talvolta, nell’inoltrarsi figurativo percepire pensieri, respiri, dubbi e certezze, comprendere meglio gli sviluppi, le situazioni, afferrare il significato messianico della vita e della morte, la sacralità di gesti e parole; e vista la crudezza di accadimenti accettati e vissuti per amore e verità meditarci e perché no interrogarmi. Soprattutto per domandarmi: da che parte sto io, sto con Cristo o contro? Che personaggio interpreto nelle scene e che parte mi sobbarco nella Passione di Cristo? Quella dell’amica che l’accoglie in casa, lo onora e profuma, del mercante senza scrupoli che usa la Sua casa per trarre profitto, dell’ingannatrice disposta a cedere la sua esistenza per pochi spiccioli o un interprete che si batte per la salvezza, la giustizia e la verità? Sono Pilato che delega ad altri il Suo destino, il ladrone che supplica di salvargli l’anima, il soldato che gli trafigge il costato, l’impassibile indifferente che lascia che un innocente venga trucidato o l’aizzatore disumano assetato di sangue sparso per vacuità? Sono una figurante spettatrice passiva che arricchisce le scene o attiva partecipe dal volto triste di eventi della storia efferati e ingiusti? Sono Giuseppe da Arimatea che lo reclama, lo avvolge nel lenzuolo e lo depone nel suo sepolcro nuovo, una figurante qualsiasi o una che accoglie nel suo animo con tutti gli onori, gioia e convinzione di fede il Cristo della salvezza nel giorno del suo Risorgere? Difficile sempre mi è una risposta chiara. Forse perché, a volte, nella scena della vita tangibile so che potrei rappresentare un po’ tutti i protagonisti iconici

Ma vediamo un po i passi di Gesù, giorno dopo giorno, nella settimana santa e come gli artisti, ispirandosi ai vari episodi descritti nei evangelici, attraverso la loro sensibilità, tecnica  e epoca  li hanno interpretati e rappresentati:

Domenica Santa: giorno del trionfo .

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Ed essi menarono il puledro a Gesù, e gettarono sopra quello le lor vesti; ed egli montò sopra esso. E molti distendevano le lor vesti nella via, ed altri tagliavan de’ rami dagli alberi, e li distendevano nella via. E coloro che andavan davanti, e coloro che venivan dietro, gridavano, dicendo: Osanna! Benedetto sia colui che viene nel nome del Signore! Benedetto sia il regno di Davide, nostro padre, il quale viene nel nome del Signore. Osanna ne’ luoghi altissimi! “Matteo 21

Lunedì Santo: giorno dell’amicizia, della speranza e della gioia.

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Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. 2 E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. 3 Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento”. Giovanni 12

Martedì Santo : giorno dello sdegno, della cacciata, della fragilità.

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Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!. “Marco 11

Mercoledì Santo: giorno del tradimento per avidità, della tristezza

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Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse: Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?. E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo. Matteo 26

Giovedì Santo: giorno dell’ amore, dell’unità, dell’umiltà, del dono libero della vita. È dal tramonto che Gesù entra nel mistero centrale e ha inizio il triduo pasquale, quei giorni “santi”, della Sua passione, distinti dagli altri. Con l’ ultima cena svela il traditore, annuncia il rinnegamento di Pietro e la fuga di tutti gli altri, istituisce il sacerdozio e l’ Eucarestia, lava i piedi ai suoi apostoli.( Al mattino si usa consacrare gli oli santi)

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“Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, 15 e disse: Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione,  poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio.  E preso un calice, rese grazie e disse: Prendetelo e distribuitelo tra voi,  poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio. Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me.  Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi.Luca 22

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“Mentre cenavano, quando gia il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. “Giovanni 18, 19

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Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono.  Giunto sul luogo, disse loro: “Pregate, per non entrare in tentazione”.  Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo:  “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo.

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 “Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza.  E disse loro: “Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione”. Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo.  Gesù gli disse: “Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?”

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“Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: “Come se fossi un ladro siete venuti con spade e bastoni.  Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre”. Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano.”  Luca

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” Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse: Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù. Ma egli negò: Non so e non capisco quello che vuoi dire. Uscì quindi fuori del cortile e il gallo cantò. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: Costui è di quelli. Ma egli negò di nuovo. Dopo un poco i presenti dissero di nuovo a Pietro: Tu sei certo di quelli, perché sei Galileo. Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: Non conosco quell’uomo che voi dite. Per la seconda volta un gallo cantò. Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre” Marco 14

Venerdì Santo: giorno della sconfitta terrena, della via dolorosa. Giudizio e condanna, flagellazione e incoronazione di spine, caricamento della croce, salita al calvario, crocifissione e Morte.

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Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò: Che accusa portate contro quest’uomo?. Gli risposero: Se non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato. Allora Pilato disse loro: Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!. Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno. Così si adempivano le parole che Gesù aveva detto indicando di quale morte doveva morire. 

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Allora Pilato gli disse: Dunque tu sei re?. Rispose Gesù: Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce. Gli dice Pilato: Che cos’è la verità?. E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: Io non trovo in lui nessuna colpa. Vi è tra voi l’usanza che io vi liberi uno per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?. Allora essi gridarono di nuovo: Non costui, ma Barabba!. Barabba era un brigante. Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare.”

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“E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.”Marco 15

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Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa “Luogo del cranio” Marco 15

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Poi lo crocifissero “marco 15

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” Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra.Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?,  Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?””  Marco 15

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“Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro.” Marco 15

Sabato Santo: giorno del silenzio 

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Domenica di Pasqua: giorno della Vita, del riscatto, dell’amore della Resurrezione, 

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“Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero.Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro. Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola” Marco 16

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“Il  Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.” marco 16

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by dif

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Nelle immagini utilizzate per accompagnare gli scritti evangelici dell’ultima Settimana di Gesù si  nota come  ogni composizione  mette in risalto l’evento centrale scelto attraverso una personalissima  espressività  che va da un linguaggio figurativo manierato a un vero avanguardismo; inoltre, come opere di stesso argomento mutano di forza simbolica attraverso luce, prospettiva, linea, colore, tecnica nonchè talento e periodo,  tuttavia sempre conservano il messaggio essenziale da far arrivare al fruitore.  Come dire, ogni artista col suo grande o piccolo valore intrinseco è riuscito a  trasfondere quel senso umano e al contempo spirituale  che rende leggibile a tutti i fatti emblematici di Cristo  a cui si è ispirato e ha voluto enfatizzare..